Entrare alla festa e lasciarsi trasformare
Nelle ultime domeniche Gesù ci ha trattenuti a lungo nella vigna. Abbiamo ascoltato il padrone che usciva a tutte le ore per chiamare lavoratori, il padre che mandava i figli a lavorarvi e, domenica scorsa, i vignaioli ai quali era stata affidata una terra che avevano finito per considerare propria. Oggi lo scenario cambia. Dalla vigna entriamo in una sala preparata per una festa di nozze. Il filo, però, rimane lo stesso: Dio chiama, affida, attende una risposta. Questa volta la domanda riguarda ciò che facciamo di un invito che ci precede e che nessuno può procurarsi da sé.
Isaia apre davanti a noi una scena grandiosa: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto». È Dio stesso che prepara la mensa. Non siamo davanti all’uomo che tenta faticosamente di raggiungere Dio, ma a Dio che prepara qualcosa per l’uomo e lo invita a parteciparvi.
Il profeta allarga immediatamente l’orizzonte: «per tutti i popoli». Su quel monte Dio strapperà il velo che copre le nazioni, eliminerà la morte e «asciugherà le lacrime su ogni volto». Prima ancora che il Vangelo ci parli di invitati che rifiutano, la liturgia vuole farci contemplare la grandezza di ciò a cui vengono invitati.
È importante partire da qui. La fede cristiana nasce dall’annuncio di qualcosa che Dio ha preparato. C’è una comunione alla quale siamo chiamati, c’è una vita che la morte non potrà più trattenere, c’è un Dio che si avvicina all’uomo fino ad asciugargli le lacrime. L’invito viene da questa abbondanza.
Il salmo porta questa promessa dentro l’esperienza personale: «Davanti a me tu prepari una mensa». Il Dio che Isaia contempla mentre prepara il banchetto per tutti i popoli è lo stesso Pastore che accompagna il singolo uomo attraverso la «valle oscura». La mensa non compare alla fine di una vita perfettamente ordinata. Viene preparata per chi conosce anche il timore, la fatica e l’incertezza, e proprio lì può dire: «Tu sei con me».
Il Dio che un giorno eliminerà la morte è già il Dio che oggi attraversa con noi la valle.
Gesù riprende questa immagine e racconta di un re che «fece una festa di nozze per suo figlio». Tutto è pronto. I servi vengono mandati a chiamare gli invitati e il messaggio diventa quasi insistente: «Ecco, ho preparato il mio pranzo… tutto è pronto; venite alle nozze!».
Poi arriva una frase semplicissima e sorprendente: «Non volevano venire».
Alcuni non fanno nulla che, a prima vista, sembri particolarmente grave. Uno torna al proprio campo, un altro ai propri affari. Sono occupazioni normali. Ed è forse proprio questo a rendere la parabola tanto vicina alla nostra vita. Non sempre Dio viene rifiutato perché qualcuno ha deciso apertamente di combatterlo. Può accadere che venga semplicemente rimandato perché altro sembra più urgente.
Il campo ha bisogno di attenzione, gli affari aspettano, le giornate si riempiono. Anche cose legittime possono occupare progressivamente tutto lo spazio disponibile, fino a rendere marginale ciò che continuiamo a dichiarare importante.
È una forma di lontananza difficile da riconoscere proprio perché può convivere con una vita esteriormente ordinata. Non abbiamo smesso di credere, non abbiamo deciso di chiudere la porta a Dio; semplicemente troviamo sempre qualcosa da fare prima di sederci alla sua tavola.
La parabola diventa poi più aspra. Alcuni invitati insultano e uccidono i servi; il re reagisce con il linguaggio severo del giudizio e la città viene distrutta. Matteo lascia risuonare in queste parole il dramma di un rifiuto che produce conseguenze reali. Il racconto non ci viene consegnato per alimentare curiosità sulla punizione, ma per ricordarci che la libertà con cui accogliamo o respingiamo l’invito di Dio è una cosa seria.
E tuttavia la festa non viene cancellata.
Il re manda i servi «ai crocicchi delle strade» e ordina: «Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». La sala deve riempirsi. I servi escono e raccolgono «cattivi e buoni».
Queste due parole dicono moltissimo. Nessuno viene sottoposto prima a un esame della propria biografia. Non entrano soltanto persone che possono esibire un passato ordinato o una storia religiosa impeccabile. L’invito raggiunge uomini che probabilmente non avrebbero mai immaginato di potersi sedere a quella tavola.
Ritroviamo così qualcosa che Gesù ci sta facendo comprendere da diverse domeniche. Nella vigna il padrone usciva fino all’ultima ora; ora i servi vengono mandati fino ai crocicchi delle strade. Dio continua ad allargare lo spazio della chiamata.
Questo dovrebbe educare anche il nostro sguardo. Siamo abbastanza rapidi nello stabilire chi ci sembra pronto, chi è adatto, chi dovrebbe stare un po’ più lontano. Il Vangelo ci presenta invece una sala che si riempie di persone chiamate prima di aver potuto dimostrare qualcosa.
Anche la Chiesa vive di questa convocazione. Non è il luogo nel quale entrano soltanto coloro che hanno già sistemato ogni cosa, ma una comunità di persone raggiunte da una chiamata che precede il loro merito.
Proprio quando la parabola sembrerebbe poter terminare così, compare la scena più difficile. Il re entra nella sala e vede un uomo senza l’abito nuziale. Gli dice: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Quell’uomo ammutolisce.
Il testo non ci spiega esplicitamente che cosa rappresenti l’abito e sarebbe imprudente pretendere di determinarlo con precisione assoluta. La tradizione cristiana vi ha riconosciuto la vita nuova, la conversione, una condotta conforme alla chiamata ricevuta. Il punto sicuro della parabola è però chiaro: essere stati chiamati ed essere entrati non rende irrilevante la risposta della vita.
Il re lo chiama «Amico» e gli rivolge una domanda. L’uomo non viene rimproverato perché non ha ancora raggiunto una perfezione impeccabile. Il suo silenzio mostra piuttosto una contraddizione che non sa spiegare: si trova nella sala della festa senza essersi realmente disposto a partecipare a ciò che quella festa significa.
La gratuità dell’invito non significa che l’incontro lasci immutata la vita di chi lo accoglie. La grazia ricevuta apre un cammino e domanda di poter trasformare ciò che ha raggiunto.
Questo punto ci riguarda molto da vicino. Possiamo essere nella Chiesa da molti anni, conoscere bene il linguaggio della fede, partecipare alla liturgia e avere familiarità con la Parola. Tutto questo è un dono prezioso. La parabola ci invita a chiederci che cosa sta accadendo dentro di noi grazie a questo dono.
La domanda, allora, non è se possediamo un abito religioso abbastanza decoroso da mostrare. È molto più profonda: la festa alla quale siamo stati invitati sta cambiando qualcosa nel modo in cui viviamo?
Qui possiamo pensare all’Eucaristia. Ogni domenica siamo convocati a una mensa che non abbiamo preparato. Arriviamo con una storia che Dio conosce molto meglio di noi e veniamo accolti davanti al dono del Figlio. Quando lasciamo la celebrazione, ciò che abbiamo ricevuto chiede di continuare nella vita. La comunione con Cristo vuole diventare lentamente una forma del nostro modo di stare con gli altri.
San Paolo ci aiuta a comprendere come questo possa avvenire. Scrive ai Filippesi: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto». Poi pronuncia una frase che conosciamo bene: «Tutto posso in colui che mi dà la forza».
Queste parole vengono talvolta usate come se Paolo stesse affermando di poter raggiungere qualunque obiettivo purché Dio gli dia energia. Il contesto dice qualcosa di diverso e, forse, di molto più profondo. Paolo ha imparato ad attraversare situazioni opposte senza lasciare che siano esse a decidere il fondamento della sua vita.
Ha conosciuto sazietà e fame. Ha sperimentato momenti di abbondanza e tempi di indigenza. Ciò che gli permette di stare in entrambe le condizioni è Cristo.
Per questo può vivere l’abbondanza senza diventarne prigioniero e affrontare la povertà senza concludere che Dio lo abbia abbandonato. Il vero centro della sua vita non dipende da ciò che possiede o da ciò che gli manca.
Qui Paolo incontra perfettamente il Vangelo. Gli invitati della parabola possiedono campi e affari e finiscono per perdere la festa. Paolo può avere molto o poco e rimanere dentro la comunione con Cristo. La differenza sta in ciò che occupa davvero il centro.
Questa domenica può allora diventare molto concreta. Possiamo guardarci con sincerità e domandarci che posto occupi realmente l’invito di Dio nelle nostre giornate. Non soltanto quale importanza gli attribuiamo nelle parole, ma quanto spazio gli lasciamo realmente.
Potremmo scoprire di non averlo mai rifiutato apertamente e, nello stesso tempo, di averlo continuamente rimandato. Non per cattiveria. Semplicemente perché il campo chiedeva attenzione, gli affari sembravano urgenti e c’era sempre qualcosa da sistemare prima.
Il Vangelo ci raggiunge proprio lì e torna a dire: «Tutto è pronto; venite alle nozze!».
Non occorre rispondere costruendo programmi complicati. Durante questa settimana possiamo scegliere uno spazio concreto nel quale l’invito del Signore smetta di essere soltanto ascoltato e diventi una scelta. Potrà essere un tempo che normalmente concediamo a tutto tranne che a Lui, oppure una situazione nella quale sappiamo che la comunione ricevuta domanda di diventare vita. Il punto non è moltiplicare gli impegni spirituali, ma dare finalmente consistenza a una risposta.
E mentre facciamo questo possiamo anche chiederci se l’incontro con Cristo sta lasciando qualche traccia riconoscibile nel nostro modo di vivere. Non si tratta di fabbricare artificialmente un cambiamento né di costruire una buona immagine religiosa. Possiamo semplicemente riconoscere dove il Signore ci sta trasformando e dove continuiamo a opporre resistenza.
Rimane la frase conclusiva di Gesù: «Molti sono chiamati, ma pochi eletti». Non possiamo leggerla come una statistica sulla salvezza. La parabola ci ha appena mostrato un re che desidera riempire la sala e manda i suoi servi fino ai crocicchi delle strade. Quella frase richiama la serietà della risposta. L’invito è largo e gratuito, e proprio per questo chiede di essere accolto realmente.
Forse questa settimana possiamo custodire una sola domanda: che posto occupa davvero l’invito del Signore nelle mie giornate?
Isaia ci ha mostrato un Dio che prepara il banchetto e asciuga le lacrime. Il salmo ci ha mostrato lo stesso Dio mentre prepara una mensa anche per chi attraversa la valle oscura. È questo Dio che oggi ci chiama.
La sua festa non è qualcosa da meritare e neppure qualcosa da rimandare indefinitamente. È una comunione nella quale entrare lasciando che, poco alla volta, anche la nostra vita assuma la forma del dono ricevuto.

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