Il Cammino sinodale, la memoria dottrinale della Chiesa e la responsabilità dei pastori
C’è una forma di smemoratezza ecclesiale che merita di essere presa sul serio. Ogni volta che si apre una nuova stagione pastorale, sembra quasi necessario ricominciare da capo, come se la Chiesa non avesse già riflettuto e insegnato, offrendo criteri per affrontare le questioni che ritornano. Si moltiplicano gli incontri, si costituiscono gruppi di lavoro, si elaborano nuovi linguaggi, mentre documenti importanti del Magistero finiscono lentamente sullo sfondo. Rimangono disponibili negli archivi, sempre meno presenti nel discernimento concreto delle comunità.
Questa impressione ritorna osservando alcune iniziative pastorali dedicate all’affettività e all’identità sessuale, soprattutto alla luce degli orientamenti emersi dal Cammino sinodale delle Chiese in Italia. La questione riguarda il modo in cui tali orientamenti saranno interpretati e tradotti nella vita delle diocesi. Quando si parla di accoglienza e accompagnamento, occorre comprendere quale significato si attribuisca a queste parole e quale visione dell’uomo ne costituisca il fondamento.
Il 1° ottobre 1986 la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicava una Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Il documento, firmato dal cardinale Joseph Ratzinger, era stato approvato da san Giovanni Paolo II, che ne aveva ordinato la pubblicazione. Al numero 15 si trova un’affermazione di straordinaria chiarezza: «Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale».
Sono trascorsi quarant’anni. La frase conserva una singolare attualità, soprattutto perché nasce dalla valutazione di situazioni ecclesiali concrete, nelle quali determinate iniziative di accompagnamento avevano favorito la diffusione di interpretazioni morali in contrasto con l’insegnamento cattolico. La Congregazione richiamava perciò i vescovi alla responsabilità di custodire l’integrità della fede anche nelle forme organizzative della pastorale.
Rileggere oggi quella lettera suscita una certa meraviglia. Molte questioni presentate come nuove erano già state individuate con precisione. La Congregazione riconosceva il dovere di comprendere le persone nella loro condizione concreta e richiamava la necessità di una cura pastorale attenta. Nello stesso tempo avvertiva che l’allontanamento dalla dottrina, o il silenzio su di essa, avrebbe finito per privare proprio quelle persone dell’aiuto spirituale di cui avevano bisogno.
Al numero 16 compare un’altra osservazione significativa. Il documento ricorda che l’essere umano non può essere definito adeguatamente attraverso il solo orientamento sessuale. La sua identità fondamentale si radica nell’essere creatura di Dio, chiamata mediante la grazia alla vita eterna. È un’affermazione che restituisce all’antropologia cristiana tutta la sua ampiezza e impedisce di ridurre la persona a una categoria identitaria.
Questa memoria dottrinale diventa particolarmente importante mentre le diocesi italiane si preparano a dare attuazione agli orientamenti del Cammino sinodale. Il documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato dall’Assemblea sinodale il 25 ottobre 2025, dedica attenzione alle persone che vivono ai margini delle comunità cristiane. Il numero 30 propone che le Chiese locali promuovano il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, insieme ai loro genitori. Il numero 31 auspica percorsi formativi sull’affettività e sulla sessualità che tengano conto anche dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, con particolare attenzione agli adolescenti e ai giovani.
Si tratta di proposte che coinvolgono direttamente la comprensione cristiana della persona e la formazione delle coscienze. La loro attuazione richiede perciò un discernimento che appartiene anzitutto alla responsabilità dei pastori, ai quali compete custodire l’unità tra la fede professata e quella trasmessa attraverso la vita concreta delle comunità. Proprio questa fase è decisiva, perché le scelte operative incidono profondamente sul modo in cui i fedeli comprendono l’insegnamento della Chiesa.
La diocesi di Bolzano-Bressanone offre un esempio concreto delle questioni che possono emergere. In occasione del Coming Out Day dell’11 ottobre 2026, il gruppo di lavoro diocesano «fede & queer» ha richiamato l’attenzione sul progetto «Sempre qui. Storia queer dell’Alto Adige», dedicato alle testimonianze di persone che si riconoscono nell’universo queer. Il 6 ottobre l’iniziativa è stata presentata attraverso un comunicato pubblicato sul sito ufficiale della diocesi.
Il gruppo opera all’interno di un percorso ecclesiale avviato dal Sinodo diocesano del 2013-2015 e sviluppato negli anni successivi. La sua collocazione istituzionale conferisce alle iniziative un significato pastorale che supera le scelte personali dei singoli promotori. La comunicazione ufficiale di una diocesi partecipa infatti alla formazione del giudizio dei fedeli e contribuisce a determinare ciò che viene percepito come orientamento della Chiesa locale.
Il comunicato del 6 ottobre richiama la necessità di superare paure e pregiudizi e di creare spazi nei quali le persone possano essere accolte insieme alla loro storia e alla loro fede. Il testo non esplicita il rapporto tra questa prospettiva di accompagnamento e l’insegnamento morale cattolico. Proprio tale rapporto costituisce il punto sul quale occorre riflettere, perché un’iniziativa pastorale trova la propria identità ecclesiale nella visione cristiana dell’uomo che la orienta.
Anche il coming out richiede una comprensione adeguata del suo significato. La comunicazione del proprio orientamento sessuale, considerata in se stessa, non costituisce un comportamento moralmente illecito. Può rappresentare un momento delicato dell’esistenza, soprattutto quando una persona teme il rifiuto della famiglia o della comunità. Nel contesto dei movimenti culturali contemporanei quella comunicazione può essere accompagnata dalla rivendicazione della piena legittimità morale di relazioni e comportamenti sessuali. Il passaggio dalla manifestazione di una condizione personale alla sua assunzione come criterio di valutazione morale introduce una questione che la pastorale cattolica è chiamata ad affrontare alla luce del Vangelo.
La stessa attenzione riguarda l’uso di categorie come queer e identità di genere. Sono espressioni che possiedono significati differenti a seconda dei contesti e che, in alcune elaborazioni teoriche, rimandano a concezioni dell’identità nelle quali la percezione soggettiva assume una posizione determinante rispetto alla realtà corporea e alla differenza sessuale. Quando vengono introdotte nel linguaggio ecclesiale, occorre comprenderne i presupposti e verificarne la compatibilità con l’antropologia cristiana.
Le parole non costituiscono un semplice rivestimento esteriore del pensiero. Veicolano significati e orientano progressivamente il modo di comprendere la realtà. Una pastorale che assume il linguaggio della cultura contemporanea senza un adeguato discernimento rischia di assorbirne anche i criteri antropologici. È un processo che può avvenire lentamente, attraverso iniziative nelle quali determinate concezioni vengono progressivamente considerate normali e condivise, fino a rendere sempre meno percepibile la differenza tra ciò che la società propone e ciò che la Chiesa insegna.
La tradizione teologica cattolica possiede gli strumenti per affrontare questa difficoltà. San Tommaso d’Aquino insegna che l’anima razionale è la forma sostanziale del corpo e che la persona umana costituisce un’unità sostanziale. La corporeità appartiene alla realtà stessa dell’uomo. La libertà si comprende nell’ordine della ragione e della volontà orientate al bene. Il semplice esercizio dell’autodeterminazione non rende moralmente buona una scelta, poiché la bontà dell’atto dipende dalla sua conformità alla retta ragione e al fine proprio della persona.
Questi principi trovano una particolare espressione nell’enciclica Veritatis splendor, pubblicata da san Giovanni Paolo II il 6 agosto 1993. Anche questo documento meriterebbe di essere ripreso seriamente nella formazione degli operatori pastorali. Il Papa affrontava il rischio di separare la coscienza dalla verità morale oggettiva, fino a concepire situazioni concrete nelle quali la valutazione soggettiva potesse rendere legittimo ciò che la legge morale riconosce come intrinsecamente cattivo.
L’enciclica ricordava che la coscienza è chiamata a formulare un giudizio sulla verità del bene. La sua dignità deriva dalla capacità di riconoscere l’ordine morale, secondo la responsabilità personale e con il necessario aiuto della grazia. La formazione della coscienza richiede dunque un cammino attraverso il quale la persona impara a conoscere il bene e ad amarlo, lasciandosi guidare dalla verità.
È singolare che proprio mentre nella Chiesa si parla continuamente di discernimento, si rischi talvolta di dimenticare ciò che rende possibile discernere. La prudenza cristiana non produce autonomamente la norma morale. Secondo san Tommaso, essa è la retta ragione dell’agire e guida la scelta concreta alla luce del bene. Senza un riferimento vero sul quale esercitare il giudizio, il discernimento finirebbe per trasformarsi in una valutazione delle preferenze personali o delle sensibilità culturali.
Qui emerge il nodo decisivo della questione pastorale contemporanea. La dottrina viene talvolta considerata come un patrimonio di principi generali, mentre alla pastorale si attribuisce il compito di trovare soluzioni concrete quasi indipendentemente da quei principi. Una simile separazione rischia di produrre due linguaggi ecclesiali: quello dei documenti, nei quali continua a essere professato l’insegnamento cattolico, e quello delle iniziative pastorali, nelle quali possono affermarsi criteri morali differenti.
La lettera del 1986 aveva individuato esattamente questo pericolo. Al numero 14 la Congregazione richiamava i vescovi alla vigilanza nei confronti dei programmi che esercitavano pressioni affinché la Chiesa modificasse il proprio insegnamento morale. Il numero 15 ricordava che l’autentica pastorale deve essere pienamente conforme alla dottrina cattolica e che il silenzio sull’insegnamento morale non costituisce una valida forma di accompagnamento.
Ancora più esplicito è il numero 17, dove la Congregazione affronta la responsabilità dei vescovi nei confronti delle organizzazioni che operano nell’ambito ecclesiale. Il documento chiede di ritirare l’appoggio alle organizzazioni che cercano di sovvertire l’insegnamento della Chiesa, che mantengono una posizione ambigua nei suoi confronti o che lo trascurano completamente. Richiama anche il pericolo dei fraintendimenti che possono nascere dalla semplice apparenza di un sostegno ecclesiastico.
È un’indicazione che possiede un’evidente rilevanza per il discernimento delle iniziative pastorali contemporanee. Il riconoscimento di un organismo diocesano comporta la responsabilità di verificarne l’orientamento dottrinale e le modalità operative. L’autorità ecclesiastica è chiamata ad assicurare che il linguaggio utilizzato e le attività promosse siano coerenti con la fede della Chiesa. La questione riguarda la natura stessa del ministero episcopale, al quale è affidato il compito di custodire e trasmettere integralmente il deposito della fede.
L’attenzione alla dottrina non autorizza atteggiamenti umilianti verso le persone. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai numeri 2357-2359, distingue l’inclinazione omosessuale dagli atti, dei quali esprime un preciso giudizio morale. L’inclinazione non costituisce in se stessa una colpa personale, mentre ogni persona conserva integralmente la propria dignità e deve essere accolta con rispetto, evitando ogni ingiusta discriminazione. La chiamata alla castità appartiene alla vocazione cristiana e riguarda ogni battezzato secondo la propria condizione di vita.
Nel 2024 la dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede ha nuovamente affrontato il rapporto tra dignità umana e teoria del gender. Dopo aver ribadito la dignità di ogni persona e il rifiuto delle discriminazioni ingiuste, il documento richiama il significato della corporeità e della differenza sessuale, segnalando le difficoltà antropologiche di quelle teorie che pretendono di svincolare radicalmente l’identità personale dalla realtà del corpo.
Questa continuità dell’insegnamento ecclesiale dovrebbe costituire un riferimento ordinario per chiunque sia chiamato a progettare attività pastorali. Non si comprende perché documenti tanto pertinenti vengano richiamati così raramente quando si discutono proprio le questioni che essi hanno affrontato. Talvolta si ha l’impressione che l’urgenza di rispondere alle trasformazioni culturali prevalga sul paziente lavoro di assimilazione della dottrina. Si rischia così di scambiare la novità del linguaggio per un autentico approfondimento della comprensione cristiana dell’uomo.
La memoria della Chiesa appartiene alla sua vita, perché custodisce il cammino attraverso il quale la fede apostolica è stata approfondita e trasmessa. Ogni nuovo orientamento pastorale è chiamato a inserirsi in questa continuità, riconoscendo ciò che il Magistero ha già chiarito e approfondendo le questioni che richiedono ulteriore discernimento. La novità delle situazioni non cancella la verità dei principi, e la fedeltà alla Tradizione vivente permette di affrontare il presente con quella libertà interiore che nasce dalla consapevolezza della fede ricevuta.
Il Cammino sinodale potrebbe offrire proprio l’occasione per recuperare questo metodo. La partecipazione ecclesiale e l’ascolto delle esperienze acquistano profondità quando rimangono radicati nella fede condivisa. Il discernimento comunitario richiede una formazione dottrinale adeguata e la consapevolezza che la Chiesa non dispone liberamente della Rivelazione ricevuta. La sinodalità trova il proprio significato nell’ascolto dello Spirito Santo, che guida la Chiesa alla verità tutta intera secondo la promessa del Signore.
È particolarmente importante ricordarlo quando si progettano iniziative rivolte ai giovani. L’educazione all’affettività e alla sessualità tocca direttamente la formazione della coscienza, la comprensione della corporeità e il significato delle relazioni umane. Richiede una visione della persona capace di integrare il contributo delle scienze umane nel quadro dell’antropologia cristiana. La Chiesa possiede una propria comprensione dell’amore umano, illuminata dalla creazione e dalla redenzione, che deve orientare anche i percorsi educativi affidati agli organismi pastorali.
La responsabilità dei vescovi assume qui un rilievo particolare. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione Lumen gentium, ricorda che essi sono autentici maestri della fede. La loro missione comprende la custodia del deposito ricevuto e la sua trasmissione nella vita concreta delle Chiese particolari. L’esercizio sinodale di questa responsabilità richiede una vigilanza ancora più attenta quando il confronto ecclesiale incontra concezioni dell’uomo differenti da quella cristiana.
La vicenda di Bolzano offre perciò l’occasione di una riflessione che riguarda tutte le diocesi. Il problema fondamentale è comprendere quali criteri dottrinali orientino i gruppi di lavoro ecclesiali, come venga proposta la morale cattolica e in quale modo le attività pubbliche siano valutate dai responsabili della Chiesa locale. Sono questioni che riguardano il diritto dei fedeli a ricevere integralmente l’insegnamento della Chiesa e la responsabilità di quanti hanno ricevuto il mandato di custodirlo.
La pastorale appartiene alla missione della Chiesa e partecipa alla sua responsabilità di annunciare la salvezza. Il suo compito è accompagnare le persone verso l’incontro con Cristo, riconoscendo le difficoltà del cammino e sostenendole con la grazia dei sacramenti. Questo accompagnamento richiede attenzione alle circostanze concrete, pazienza e capacità di riconoscere i diversi gradi di responsabilità personale. La sua direzione rimane quella del bene autentico della persona, conosciuto alla luce del Vangelo.
San Tommaso insegna che amare significa volere il bene dell’altro. La carità pastorale partecipa di questa esigenza e trova il proprio compimento nel desiderare per ogni persona la comunione con Dio. L’annuncio cristiano custodisce perciò sempre un invito alla conversione. È una chiamata che riguarda ogni battezzato e accompagna l’intera esistenza, perché nessuno può considerare concluso il proprio cammino di conformazione a Cristo.
Il momento che attraversano le Chiese in Italia richiede dunque una particolare serietà nel discernimento. La traduzione degli orientamenti sinodali in attività concrete non potrà essere valutata soltanto attraverso il numero delle iniziative realizzate o la capacità di raggiungere nuovi ambienti sociali. Occorrerà domandarsi quale fede venga trasmessa, quale concezione della persona orienti l’accompagnamento e verso quale compimento siano guidati coloro che si affidano alla cura della Chiesa.
Forse la prima riforma pastorale di cui abbiamo bisogno è proprio il recupero di una memoria ecclesiale più consapevole. Prima di elaborare nuovi programmi, sarebbe utile rileggere ciò che la Chiesa ha già insegnato. Prima di assumere nuove categorie, occorrerebbe verificarne la compatibilità con l’antropologia cristiana. E prima di affidare determinati percorsi a gruppi e organismi diocesani, sarebbe necessario assicurarsi che quanti li guidano siano formati nella dottrina che sono chiamati a trasmettere.
La lettera del 1986 continua a ricordare ai pastori una responsabilità che il trascorrere del tempo non ha cancellato. Quelle parole, approvate da san Giovanni Paolo II, appartengono alla riflessione viva della Chiesa e conservano il loro valore per ogni stagione pastorale. Esprimono un principio radicato nel rapporto tra la verità rivelata e la salvezza dell’uomo.
«Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale».
A quarant’anni di distanza, il loro richiamo conserva intatta la propria forza. La Chiesa non ha ricevuto il mandato di rendere il Vangelo conforme alle convinzioni di ogni epoca. Ha ricevuto da Cristo il compito di annunciarlo fedelmente agli uomini di ogni epoca, accompagnandoli verso quella verità che sola può renderli liberi.

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