Soliloquio, 18 ottobre 2026
Questa notte il sonno non voleva arrivare. Ho continuato a scorrere sul telefono le immagini di quanto stava accadendo in alcune città europee. Parigi, con le strade attraversate dagli scontri e le vetrine saccheggiate. Bologna, dove davanti alla stazione sono comparsi giovani incappucciati, barricate improvvisate e oggetti lanciati contro le forze dell’ordine. Torino, con quella libreria devastata e i libri scaraventati a terra. Una scena, quest’ultima, che mi ha particolarmente colpito. Distruggere dei libri, proprio mentre si pretende di costruire un futuro migliore, mi è sembrata l’immagine dolorosa di una contraddizione che attraversa il nostro tempo.
Continuavo a guardare, passando da una notizia all’altra, con la sensazione inquietante di aver già conosciuto qualcosa di simile. E il pensiero è tornato al Sessantotto, a quella stagione di contestazione che avrebbe profondamente trasformato la società europea. Allora ero ancora un bambino. Ne avrei conosciuto le conseguenze crescendo nell’Italia degli anni di piombo, quando la contrapposizione ideologica arrivò a giustificare la violenza e perfino l’eliminazione fisica dell’avversario. Ritrovare oggi certi gesti, certi atteggiamenti e quella rabbia che sembra cercare continuamente un nemico mi ha riportato alla memoria un tempo che speravamo definitivamente consegnato alla storia.
Dietro molte di queste proteste si avverte un disagio reale. I giovani guardano al futuro con una preoccupazione che le generazioni precedenti conoscevano in forme diverse. Il lavoro è incerto, la sicurezza economica delle famiglie si indebolisce e le prospettive appaiono sempre più fragili. Le crisi sociali si accumulano, le migrazioni mal governate alimentano nuove tensioni e la politica sembra spesso impegnata a esasperare le contrapposizioni anziché ricomporle. Abbiamo bisogno di una classe dirigente capace di assumersi responsabilità e guardare oltre la prossima scadenza elettorale. Troppo spesso assistiamo al prevalere delle appartenenze ideologiche sulla ricerca del bene comune.
Comprendo la preoccupazione di tanti ragazzi. Mi addolora pensare a un’intera generazione che rischia di crescere senza fiducia negli adulti e nelle istituzioni. E provo una sofferenza particolare quando vedo alcuni di loro scegliere la violenza, quasi che distruggere qualcosa possa restituire significato alla propria esistenza.
Mi sono chiesto quale idea della libertà abbiamo consegnato a questi giovani. Chi li ha aiutati a comprendere che la propria volontà incontra un limite nella dignità dell’altro? Quale educazione della coscienza è stata loro offerta? Una società che fatica a riconoscere una verità morale condivisa finisce per affidare la convivenza alla forza delle leggi e all’equilibrio degli interessi. Quando anche questi diventano fragili, il conflitto rischia di trasformarsi in sopraffazione.
Sono domande che riguardano anzitutto noi adulti. Quei ragazzi sono cresciuti nel mondo che abbiamo costruito e dentro le prospettive che siamo stati capaci di offrire loro. Le responsabilità personali rimangono, come rimane la gravità della violenza. Ciò che accade dovrebbe interrogarci anche sulla qualità dell’eredità che stiamo consegnando.
Mentre questi pensieri mi accompagnavano nella notte, mi sono ricordato che oggi, 18 ottobre, celebriamo la centesima Giornata Missionaria Mondiale.
Cento anni. Era il 1926 quando Pio XI istituiva questa giornata, perché tutta la Chiesa sentisse come propria la responsabilità di annunciare il Vangelo. Da allora generazioni di missionari hanno lasciato la loro terra per raggiungere popoli lontani. Molti hanno consumato la vita in luoghi dei quali conoscevano appena il nome, sostenuti dalla convinzione che Gesù Cristo fosse il dono più grande da portare agli uomini.
Ed è proprio pensando a questo secolo di missione che mi è sorta una domanda dalla quale non sono più riuscito a liberarmi: e se la terra di missione fosse ormai casa nostra?
Per secoli l’Europa ha contribuito a diffondere il cristianesimo nel mondo. La fede ha plasmato profondamente la sua cultura e ha ispirato alcune delle espressioni più alte dell’arte. Il pensiero cristiano ha offerto un contributo decisivo alla comprensione della persona umana e dei suoi diritti, educando generazioni a riconoscere un ordine morale che precede la volontà del potere. Le nostre città conservano ancora questa eredità, talvolta in una magnificenza che continua a suscitare meraviglia.
Eppure, proprio dentro questa civiltà, la trasmissione della fede si è progressivamente interrotta. Intere generazioni crescono ormai senza una reale conoscenza di Gesù Cristo. Le chiese continuano a segnare il paesaggio delle nostre città, mentre la vita di molti sembra svolgersi come se ciò che esse custodiscono non avesse più alcuna relazione con l’esistenza quotidiana.
San Giovanni Paolo II aveva descritto questa situazione con parole impressionanti. Nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa, pubblicata nel 2003, parlava di una «apostasia silenziosa» e denunciava il progressivo affermarsi di un’antropologia senza Dio e senza Cristo. Era la constatazione di una trasformazione già profondamente radicata nella coscienza europea.
A distanza di ventitré anni mi domando quanto quelle parole siano state realmente ascoltate.
Che cosa sta prendendo il posto di Gesù Cristo nella nostra società?
È una domanda che mi inquieta più della diminuzione della pratica religiosa. La scristianizzazione riguarda certamente l’abbandono della fede. Coinvolge anche il modo di comprendere l’uomo e il significato della sua esistenza. Quando Dio viene progressivamente escluso dall’orizzonte della vita, il suo posto non rimane semplicemente vuoto. Altri riferimenti finiscono per assumere un valore assoluto.
Penso alla pretesa di considerare la volontà individuale come fondamento ultimo del bene. Penso alle ideologie che promettono una liberazione dell’uomo e finiscono per imprigionarlo dentro nuove appartenenze, dove il dissenso diventa una colpa e l’avversario un nemico da abbattere. Anche il benessere materiale può diventare l’orizzonte esclusivo dell’esistenza, fino a rendere incomprensibili il sacrificio e la gratuità.
Mi sembra che si stia consumando una trasformazione profonda della nostra idea di libertà. San Tommaso d’Aquino insegna che la libertà trova il proprio compimento nell’adesione al bene conosciuto dalla ragione. L’uomo è realmente libero quando può orientare consapevolmente la propria vita verso ciò che lo perfeziona. Se ogni desiderio individuale diventa una pretesa da soddisfare, la libertà perde progressivamente il rapporto con la verità che dovrebbe guidarla.
Ripensando alle immagini di questa notte, comprendo quanto sia urgente tornare a educare la coscienza. La protesta può esprimere un bisogno autentico di giustizia. La violenza rivela una ferita più profonda nel rapporto con l’altro, soprattutto quando la persona che abbiamo davanti cessa di essere riconosciuta come qualcuno da rispettare.
E qui il pensiero torna inevitabilmente alla Chiesa.
Da molti anni parliamo di scristianizzazione. Abbiamo imparato a riconoscerne i segni nelle nostre comunità, nella diminuzione della partecipazione alla Messa domenicale e nella difficoltà delle famiglie a trasmettere la fede. Sappiamo che interi territori di antica tradizione cristiana hanno ormai bisogno di una nuova evangelizzazione. Giovanni Paolo II lo aveva affermato con chiarezza già nella Redemptoris missio, indicando proprio la necessità di annunciare nuovamente il Vangelo a quanti, pur essendo battezzati, avevano perduto il senso vivo della fede.
Mi preoccupa la possibilità che, dopo aver riconosciuto questa situazione, finiamo per abituarci ad essa.
Riorganizziamo le parrocchie, ripensiamo la distribuzione del clero e cerchiamo forme nuove di collaborazione pastorale. Sono interventi che possono diventare necessari e preziosi, quando aiutano le comunità a vivere più intensamente la propria missione. Mi domando, però, se talvolta non rischiamo di considerare la scristianizzazione come un destino da amministrare, anziché come una chiamata a ritrovare il coraggio dell’annuncio.
La questione fondamentale riguarda ciò che desideriamo realmente offrire agli uomini del nostro tempo. Possiamo elaborare programmi pastorali accurati e impegnarci per rendere più efficienti le strutture ecclesiali. La fecondità della missione dipende dall’incontro degli uomini con Cristo e dall’opera della sua grazia.
San Paolo VI, nell’Evangelii nuntiandi, aveva individuato nella rottura tra Vangelo e cultura il dramma della nostra epoca. Sono parole pronunciate oltre cinquant’anni fa, che continuano a interrogare la vita della Chiesa.
Quanto della nostra predicazione conduce realmente gli uomini alla conversione? Quanto desiderio abbiamo di riportare le persone alla confessione sacramentale e a una vita eucaristica autentica? E noi sacerdoti, sentiamo ancora come responsabilità primaria del nostro ministero la salvezza delle anime?
Sono domande che avverto personalmente. Dopo tanti anni di sacerdozio, conosco quanto sia facile venire assorbiti dagli impegni quotidiani. Ci sono sempre questioni da risolvere e urgenze alle quali provvedere. Il rischio di dedicare molte energie al funzionamento delle nostre comunità e di lasciare in secondo piano la loro ragione soprannaturale riguarda anche me.
Papa Leone XIV ha scelto per questo centenario il tema «Uno in Cristo, uniti nella missione». Nel suo messaggio richiama una verità essenziale: la missione nasce dall’unione con Cristo. Ricorda, citando san Paolo VI, che l’evangelizzazione richiede l’annuncio esplicito del nome di Gesù, della sua vita e del mistero della sua persona divina.
È proprio ciò di cui oggi avvertiamo il bisogno. La Chiesa possiede una parola che nessun’altra istituzione può pronunciare al suo posto: l’annuncio della salvezza compiuta da Gesù Cristo attraverso la sua morte e risurrezione. Da questa verità nasce anche la sua capacità di illuminare la vita sociale e di educare l’uomo a riconoscere la dignità dei propri fratelli.
Penso a san Gaspare del Bufalo e alle sue missioni popolari. Anche allora egli attraversava territori nei quali la tradizione cattolica era profondamente radicata. Conosceva le ferite morali della società del suo tempo e comprendeva quanto fosse necessario ricondurre gli uomini a una fede vissuta. Annunciava la misericordia di Dio e invitava alla conversione, indicando nel Sangue prezioso di Cristo il prezzo della nostra redenzione.
San Gaspare sapeva che anche una società esteriormente cristiana aveva bisogno di essere continuamente evangelizzata. Questa consapevolezza dovrebbe accompagnare il nostro ministero, soprattutto oggi, quando la memoria religiosa dei nostri territori rischia di sopravvivere senza diventare esperienza personale della fede.
Il Vangelo di questa domenica sembra offrire una luce particolare alla riflessione. Gesù chiede di chi sia l’immagine impressa sulla moneta che gli viene presentata. Gli rispondono che è di Cesare. E il Signore pronuncia quelle parole che attraversano i secoli: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21).
Ho sempre trovato particolarmente bella la lettura spirituale di questo passo. Se la moneta porta impressa l’immagine di Cesare, l’uomo porta in sé l’immagine di Dio. Appartiene a Lui, anche quando se ne dimentica e cerca altrove il senso della propria vita.
È un pensiero che, questa mattina, cambia il modo in cui guardo alle immagini della notte.
Anche quei ragazzi che ho visto lanciare pietre contro altri uomini portano impressa in sé l’immagine di Dio. La portano coloro che hanno saccheggiato un negozio e quelli che si sono trovati a fronteggiare la violenza. Ciascuno conserva quella dignità originaria che il peccato può ferire e che la grazia di Cristo è capace di restaurare.
Dietro un volto coperto rimane una persona. C’è una vita della quale conosco poco o nulla, un cuore che Dio conosce e ama. Cristo ha versato il suo Sangue anche per quella persona. Ed è per questo che la Chiesa non può rassegnarsi a considerare nessuno definitivamente perduto.
Forse è proprio questo il pensiero più importante che mi lascia la centesima Giornata Missionaria Mondiale.
Continueremo a pregare per i missionari che annunciano il Vangelo nei luoghi più lontani della terra. Il loro servizio rimane indispensabile. Dobbiamo ritrovare anche la capacità di guardare con occhi missionari alle nostre città e alle persone che incontriamo quotidianamente. Ci sono giovani che conoscono ogni linguaggio della comunicazione contemporanea e che forse non hanno mai ascoltato qualcuno parlare loro seriamente di Gesù Cristo. Ci sono famiglie nelle quali la fede si è interrotta silenziosamente, senza conflitti e senza drammi apparenti. Ci sono uomini che hanno smesso di cercare Dio perché nessuno li ha aiutati a riconoscerne la presenza nella propria vita.
Questa è ormai una parte della nostra terra di missione.
Mentre fuori la società attraversa trasformazioni che suscitano preoccupazione, avverto quanto sia necessario custodire nella Chiesa la certezza della propria missione. L’Europa ha ricevuto dal cristianesimo un’eredità straordinaria, che merita di essere conosciuta e trasmessa. La sua bellezza più profonda rimanda a Colui dal quale ha ricevuto ispirazione. È Cristo che la Chiesa deve continuare ad annunciare, perché in Lui ogni uomo possa riconoscere la verità della propria vocazione.
Ora si sta facendo giorno. Il telefono è rimasto spento e tra poco tornerò all’altare di questa antica abbazia. Penso ai pochi fedeli che abitualmente vi si raccolgono per la Messa domenicale e a quanto sia cambiata, nel corso dei secoli, la vita cristiana di queste nostre terre.
Su quell’altare sarà reso sacramentalmente presente il sacrificio di Cristo, il cui Sangue è stato versato per la salvezza del mondo. Anche per coloro che non lo conoscono. Anche per quei ragazzi che questa notte mi hanno tenuto sveglio.
Mi accorgo che la domanda con la quale ho attraversato queste ore riguarda anzitutto me e il mio sacerdozio. Se davvero la terra di missione è ormai anche casa nostra, sono ancora capace di guardare gli uomini con lo stesso desiderio di salvezza che animava san Gaspare?
Forse è questo che il Signore oggi mi chiede di ritrovare.
Cento anni dopo, la missione continua. E la strada che conduce verso gli uomini da evangelizzare passa anche davanti alla porta di casa nostra.

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