Il confronto seguito alla testimonianza di P. Luigi Napolitano, OFM, durante il Ritiro del Clero di Verchiano ha mostrato quanto un verbo apparentemente semplice possa arrivare a toccare zone molto profonde della vita sacerdotale.
Si era partiti dalla visita agli ammalati e dall’immagine del chinarsi. Il dialogo ha progressivamente spostato l’attenzione dalla visita come gesto pastorale alla qualità della presenza del sacerdote dentro la vita delle persone. La domanda non riguardava più soltanto chi visitare o quanto spesso farlo. Cominciava a riguardare il modo con cui il presbitero entra nelle relazioni, ciò che cerca di portare, ciò che accetta di non poter fare e quello che può ricevere proprio dalle persone verso le quali era andato per esercitare il ministero.
In questa evoluzione del confronto si possono riconoscere alcuni nodi che meritano di essere ripresi con calma, perché appartengono alla vita ordinaria di molti sacerdoti e possono diventare materiale di formazione personale e presbiterale.
La vicinanza umana e la forma sacerdotale della presenza
Una delle prime questioni emerse ha riguardato il rapporto tra dimensione umana e dimensione spirituale della visita. La domanda nasce facilmente quando il sacerdote trascorre molto tempo ad ascoltare una persona e non compie nulla che appaia immediatamente religioso. Se non viene celebrato un sacramento e se la conversazione rimane a lungo sulla vita familiare, sulla salute o sulle fatiche quotidiane, può sorgere il dubbio che quella presenza abbia poco a che fare con la specificità del ministero presbiterale.
Dietro questo interrogativo si nasconde una questione più importante. Rischiamo qualche volta di riconoscere come veramente sacerdotali soprattutto le azioni nelle quali il carattere religioso appare immediatamente visibile. La predicazione e la celebrazione sacramentale non pongono problemi di identificazione. L’ascolto di una famiglia o la permanenza accanto a una persona sola sembrano invece più difficili da collocare.
La tradizione cristiana impedisce di separare troppo rapidamente questi livelli. L’Incarnazione ci insegna che Dio raggiunge l’uomo attraverso la concretezza della sua umanità. La grazia non incontra un soggetto astratto, perché raggiunge una persona segnata da relazioni, memoria, ferite e desideri. Anche la carità pastorale ha bisogno di una forma umana per diventare percepibile.
Il riferimento alla Visitazione di Maria, emerso durante il confronto, illumina bene questo punto. Maria porta Cristo nella casa di Elisabetta e lo porta attraverso il proprio ingresso, il saluto, il tempo condiviso. La presenza del Signore passa attraverso gesti umani che non hanno bisogno di essere artificialmente spiritualizzati.
Lo stesso può accadere nella vita del sacerdote. Un ascolto paziente può preparare una domanda di fede. Una relazione custodita nel tempo può permettere a qualcuno di avvicinarsi nuovamente ai sacramenti. Un semplice saluto può diventare, come raccontava P. Luigi parlando del giovane medico incontrato in ospedale, il primo filo di una relazione che solo molto tempo dopo mostrerà una profondità diversa.
La questione allora non consiste nel chiedersi continuamente se ciò che stiamo facendo sia abbastanza religioso. È più importante domandarsi quale carità abiti la nostra presenza e verso quale bene della persona sia orientata.
L’impotenza come luogo nel quale il ministero viene purificato
Il confronto è diventato più intenso quando è stato chiesto a P. Luigi quali resistenze interiori possano rendere difficile il chinarsi verso chi soffre. La risposta ha indicato l’impotenza.
È un tema che riguarda in modo particolare il sacerdote, perché gran parte della sua giornata è costruita attorno alla necessità di fare qualcosa. Deve organizzare, decidere, celebrare, rispondere e spesso risolvere. La gente stessa lo cerca perché si aspetta da lui una parola o un intervento.
Questo modo di vivere può creare lentamente una convinzione nascosta: la nostra presenza vale nella misura in cui siamo capaci di modificare la situazione.
La sofferenza grave infrange questa illusione. Davanti a una malattia irreversibile o alla morte di una persona amata, il sacerdote incontra qualcosa che non può aggiustare. Può celebrare i sacramenti e offrire la consolazione della fede, senza poter togliere ciò che sta facendo soffrire quella famiglia.
Questa impotenza può essere vissuta come una sconfitta personale oppure diventare un luogo di purificazione del ministero.
Il sacerdote scopre allora, in modo molto concreto, che essere ministro della salvezza significa servire un’opera che appartiene a Cristo. La missione ricevuta non è resa meno vera dal fatto che egli non possieda la soluzione per ogni sofferenza. Al contrario, proprio il limite lo obbliga a riconoscere la differenza tra il proprio ministero e la sorgente della grazia che amministra.
Questa esperienza può cambiare anche il modo di stare accanto alle persone. Quando non siamo più occupati dalla necessità di dimostrare la nostra utilità, possiamo diventare più capaci di ascoltare ciò che l’altro sta realmente vivendo.
Il tempo della parola e il tempo del silenzio
La scoperta dell’impotenza ha portato naturalmente il confronto verso il tema del silenzio.
Una delle fatiche del ministero consiste nel sentirsi responsabili anche delle parole che dovrebbero rendere comprensibile ciò che accade. Di fronte alla sofferenza può nascere il bisogno di dire qualcosa che spieghi, consoli e ricomponga.
La fede cristiana possiede realmente una parola sulla sofferenza e sulla morte. La Pasqua di Cristo consente di guardare queste realtà senza considerarle l’ultima parola sull’uomo. Questa verità chiede anche una sapienza capace di riconoscere il momento nel quale una persona può riceverla.
Una frase teologicamente esatta può arrivare troppo presto.
Il libro di Giobbe offre una lezione sorprendentemente attuale. Gli amici di Giobbe arrivano e rimangono per giorni accanto a lui. In quel silenzio condividono realmente la sua sofferenza. Quando cominciano a spiegare perché tutto sia accaduto, cercano progressivamente di rinchiudere il mistero dentro una costruzione ordinata che finirà per ferire l’uomo che volevano aiutare.
Una buona formazione teologica dovrebbe rendere il sacerdote più capace di discernere anche il tempo della parola. Conoscere la fede non significa possedere una frase pronta per ogni situazione. Significa conoscere abbastanza il mistero di Dio da rispettarne anche la profondità.
Il silenzio pastorale conserva allora una propria dignità quando nasce da una presenza reale. Il sacerdote può rimanere accanto a una persona, ascoltarne la protesta e affidare interiormente al Signore ciò che non riesce a comprendere. La preghiera impedisce che quel silenzio diventi vuoto e lo trasforma in intercessione.
Questo passaggio del confronto porta con sé una domanda importante per la vita spirituale del presbitero. Le storie che ascoltiamo durante il ministero continuano ad accompagnarci davanti a Dio oppure terminano insieme all’incontro? Una visita raggiunge veramente il cuore sacerdotale quando la persona incontrata entra anche nella preghiera di colui che l’ha visitata.
Corresponsabilità ecclesiale e presenza personale del pastore
Un altro tema emerso riguarda il rapporto tra la visita personale del sacerdote e il servizio dei ministri straordinari della Comunione.
La questione possiede oggi un rilievo particolare. Le comunità affidate ai sacerdoti diventano più ampie e il numero dei presbiteri diminuisce. Nessun sacerdote potrebbe raggiungere da solo tutte le persone che hanno bisogno della vicinanza ecclesiale. La corresponsabilità dei fedeli diventa quindi una necessità pastorale e, prima ancora, un’espressione della natura stessa della Chiesa.
Il problema nasce quando la distribuzione dei servizi produce lentamente anche una distribuzione delle relazioni.
Durante il confronto un sacerdote ha osservato che la visita agli ammalati gli permette di incontrare le famiglie e di conoscere situazioni che difficilmente emergerebbero in altro modo. L’osservazione tocca un punto decisivo. La visita non serve soltanto a portare qualcosa al malato. Permette al pastore di conoscere il popolo.
Si comprende allora perché la presenza dei ministri straordinari non possa risolvere interamente la questione. Essi rendono presente la cura della comunità e svolgono un servizio prezioso. Il sacerdote conserva una responsabilità personale che appartiene alla sua relazione pastorale con le persone affidategli.
Questo aspetto dovrà essere considerato con particolare attenzione nelle nuove organizzazioni pastorali e nelle pievanie. Possiamo costruire strutture molto efficienti, distribuire compiti e garantire servizi, mentre il sacerdote rischia di diventare progressivamente meno presente nella vita ordinaria delle persone.
La corresponsabilità dovrebbe produrre l’effetto opposto. Una comunità nella quale molti assumono responsabilità consente al pastore di non essere assorbito da ogni compito e gli restituisce tempo per ciò che appartiene in modo particolare alla sua missione.
Conoscere il popolo oltre coloro che frequentano
Da questa questione ne deriva una ancora più radicale: che cosa significa oggi conoscere realmente il popolo affidato?
Un sacerdote può conoscere perfettamente l’organizzazione della propria comunità e incontrare quasi esclusivamente le persone che già vi partecipano. Sa chi appartiene al consiglio pastorale, chi legge alla Messa e quali famiglie frequentano il catechismo. Intorno a questo nucleo vive una parte molto più ampia della popolazione che rimane progressivamente invisibile.
Ci sono persone anziane che un tempo partecipavano regolarmente e che ora non riescono più a uscire di casa. Famiglie che attraversano crisi delle quali la comunità non sa nulla. Persone allontanatesi senza aver mai maturato una vera ostilità verso la Chiesa. Uomini e donne che conservano una domanda religiosa e non saprebbero in quale forma esprimerla.
Il verbo visitare obbliga a spostare il punto di osservazione.
Il can. 529, quando collega la conoscenza dei fedeli alla visita delle famiglie e alla condivisione delle loro preoccupazioni, conserva una sorprendente concretezza. Il pastore non conosce il popolo semplicemente attraverso i registri o attraverso coloro che raggiungono gli spazi ecclesiali. Una parte di quella conoscenza nasce andando verso le persone.
Questa dimensione non potrà più assumere le forme capillari di altri periodi storici. Può conservare un orientamento reale del ministero. La domanda fondamentale riguarda la capacità di non lasciare che la pastorale diventi interamente centripeta, aspettando che siano sempre gli altri a venire da noi.
La sofferenza e il linguaggio della fede
Il dibattito sul fine della vita ha fatto emergere anche la difficoltà contemporanea di parlare della sofferenza e della morte.
Il problema riguarda certamente la cultura nella quale viviamo e raggiunge anche la predicazione cristiana. Esiste il rischio di usare categorie che molte persone non riescono più a comprendere; esiste anche quello di rinunciare progressivamente a parlare di ciò che appartiene inevitabilmente all’esistenza.
La tradizione cristiana ha parlato dell’offerta della sofferenza e della partecipazione alla Croce di Cristo. Queste categorie hanno bisogno di essere comprese dentro la loro autentica prospettiva teologica. La sofferenza non diventa un bene per il semplice fatto di esistere. La malattia deve essere curata e il dolore alleviato. La redenzione permette alla persona di vivere anche ciò che non ha scelto dentro una relazione con Cristo che può trasformarne spiritualmente il significato.
Per il sacerdote questa distinzione è essenziale.
Una pastorale incapace di parlare della morte lascerebbe la persona sola proprio quando si avvicina a uno dei passaggi più decisivi della propria esistenza. Una predicazione che idealizzasse il dolore rischierebbe di tradire il volto misericordioso di Dio.
Occorre quindi recuperare un linguaggio capace di accompagnare. La formazione permanente del presbitero dovrebbe comprendere anche questa sapienza, perché le questioni del fine vita non possono essere affrontate soltanto nel momento dell’emergenza.
Dalla difesa della vita alla condivisione del peso
Nel prosieguo del confronto il discorso si è allargato alla vita nascente, alle situazioni di disabilità e all’accompagnamento delle famiglie. A una prima lettura poteva sembrare un allontanamento dal verbo iniziale. In realtà è emersa una conseguenza molto concreta della prossimità cristiana.
La Chiesa proclama la dignità della vita e invita le persone a custodirla anche quando tale scelta comporta sacrifici molto grandi. Questa parola diventa pienamente credibile quando la comunità rimane vicina a chi si trova a portare concretamente quel peso.
Una famiglia che accoglie un figlio con una grave disabilità non vive soltanto il momento della decisione iniziale. Quella scelta entra negli anni successivi, nelle fatiche quotidiane, nelle preoccupazioni economiche e nel futuro degli altri membri della famiglia.
Visitare assume allora anche il significato di non scomparire dopo aver indicato una strada.
La prossimità ecclesiale rende visibile che la difesa della vita riguarda una responsabilità condivisa. La comunità che chiede a una famiglia di non sentirsi sola nel momento della scelta è chiamata a mostrare, attraverso la propria presenza, che quella promessa non era soltanto una parola.
La gratuità libera dalla ricerca del risultato
Il tema della gratuità, emerso più volte nella testimonianza di P. Luigi, permette di rileggere ancora un’altra dimensione del ministero.
La pastorale richiede inevitabilmente programmazione e verifica. Abbiamo bisogno di sapere se una proposta raggiunge le persone e se un percorso produce frutti. Il rischio comincia quando questa logica diventa il criterio con cui valutiamo anche le relazioni.
Ci sono visite che non daranno alcun risultato misurabile.
Un anziano continuerà a rimanere chiuso nella propria casa. Un malato sarà contento della presenza del sacerdote senza manifestare il desiderio di tornare a una pratica religiosa più intensa. Una persona lontana dalla Chiesa potrà accogliere cordialmente la visita e rimanere ancora per molto tempo nella propria distanza.
La gratuità permette di riconoscere che il valore di quella presenza non dipende interamente dall’esito che possiamo osservare.
Questo non significa rinunciare al desiderio dell’evangelizzazione. Significa affidare alla libertà dell’altro e all’azione della grazia i tempi nei quali quella evangelizzazione potrà maturare.
Il sacerdote viene così educato a offrire tempo anche là dove non sa prevedere un ritorno. In una vita ministeriale continuamente esposta alla pressione delle cose da fare, questo tempo apparentemente improduttivo può diventare uno dei luoghi nei quali la carità pastorale ritrova la propria gratuità.
Il visitatore che scopre di essere visitato
La figura di san Francesco davanti al lebbroso ha offerto forse l’intuizione più capace di raccogliere tutto il confronto.
P. Luigi ha osservato che, in qualche modo, è anche il lebbroso a convertire Francesco. Questa considerazione modifica profondamente il modo nel quale possiamo immaginare la visita.
Siamo abituati a pensare che il sacerdote esca per portare qualcosa. Porta la propria presenza, una parola, la preghiera e, quando viene richiesto, il sacramento. Tutto questo appartiene realmente alla sua missione.
L’incontro contiene anche una possibilità che non dovrebbe essere dimenticata: la persona visitata può diventare uno dei modi attraverso i quali Dio raggiunge il ministro.
Il sacerdote rimane pastore e continua nello stesso tempo ad essere discepolo. Il sacramento dell’Ordine non interrompe il suo bisogno di essere formato dalla grazia.
Chi assiste per anni una persona fragile può mostrargli una fedeltà dell’amore che egli ha annunciato molte volte. Un anziano vicino alla morte può aiutarlo a guardare con maggiore verità il proprio limite. Una persona che egli voleva consolare può consegnargli una parola capace di raggiungere una sua fatica personale.
Matteo 25 porta questa reciprocità dentro il mistero stesso di Cristo: «Ero malato e mi avete visitato». Il Signore chiede di essere riconosciuto proprio nel fratello fragile.
Visitare diventa così una relazione nella quale il sacerdote può scoprire che Cristo lo attendeva già prima del suo arrivo.
Una domanda che rimane aperta
Il confronto di Verchiano non aveva il compito di costruire un trattato sul ministero pastorale. Ha fatto qualcosa che, per un presbiterio, può essere altrettanto prezioso: ha lasciato emergere domande nate dalla vita.
Rilette insieme, quelle domande conducono verso una verifica che riguarda la qualità della nostra presenza sacerdotale. Ci chiedono quale parte della vita concreta delle persone riesca ancora a raggiungerci, se sappiamo rimanere davanti a ciò che non possiamo risolvere, se la corresponsabilità ecclesiale ci avvicina realmente alla gente e se le storie ascoltate entrano poi nella nostra preghiera.
Ci chiedono anche se il ministero conserva uno spazio nel quale possiamo ricevere qualcosa dalle persone alle quali siamo stati inviati.
Il verbo visitare acquista così una profondità diversa. Non indica soltanto un movimento geografico da una canonica verso una casa. Descrive una disponibilità interiore a lasciarsi raggiungere dalla vita del popolo affidato.
Forse la verifica più seria non consiste nel contare quante porte abbiamo attraversato. Consiste nel domandarci se quelle porte hanno ancora la possibilità di aprire qualcosa dentro di noi.
Perché una visita pastorale diventa pienamente tale quando il sacerdote torna alla propria casa portando davanti al Signore il volto della persona incontrata e riconoscendo che, attraverso quell’incontro, anche la sua vita sacerdotale è stata nuovamente visitata.
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