Le schede CEI sull’Islam e le domande che dovremmo porci sull’insegnamento religioso
La Conferenza Episcopale Italiana ha presentato le Schede per conoscere l’Islam, realizzate insieme al Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, per favorire una migliore conoscenza della religione musulmana, soprattutto nell’ambito dell’insegnamento della religione cattolica. L’iniziativa risponde a un’esigenza reale, considerata la crescente presenza di persone appartenenti a tradizioni religiose differenti nella nostra società. La lettura del sussidio suscita tuttavia una domanda che riguarda direttamente la responsabilità educativa della Chiesa: stiamo insegnando ai ragazzi a conoscere l’Islam nella sua realtà storica, oppure soprattutto attraverso l’immagine che desideriamo offrire dell’Islam?
Le undici schede propongono un’esposizione articolata della fede islamica, delle sue tradizioni e della sua storia. La nona, dedicata alle convergenze e alle divergenze con il Cristianesimo, riconosce opportunamente alcune differenze dottrinali fondamentali. La ricostruzione storica presenta invece passaggi che meritano un’attenzione particolare, soprattutto per il diverso modo con cui vengono raccontate alcune vicende dell’espansione islamica e della storia europea.
A pagina 18, descrivendo l’ingresso di Maometto alla Mecca nel 630, si afferma che egli «si dimostra molto tollerante, chiedendo solamente la distruzione degli idoli». Gli autori intendono sottolineare che la conquista non fu seguita da una punizione generalizzata degli abitanti. Rimane sorprendente quell’avverbio, solamente, riferito alla distruzione dei simboli religiosi di una comunità. La scelta delle parole suggerisce una valutazione che avrebbe bisogno di essere meglio spiegata.
La stessa impressione emerge nella presentazione dei primi califfati. Nel VII secolo gli eserciti arabi conquistarono territori appartenenti all’Impero bizantino, tra cui la Siria, la Palestina e l’Egitto, e determinarono il crollo dell’Impero persiano. Quelle conquiste coinvolsero regioni nelle quali il Cristianesimo aveva conosciuto uno sviluppo straordinario. Antiochia e Alessandria erano sedi patriarcali, legate alla storia più antica della Chiesa. Il sussidio ricorda l’espansione politica dell’Islam e riconosce anche le condizioni di subordinazione giuridica e fiscale alle quali furono sottoposte le popolazioni cristiane. Questi aspetti rimangono però poco collegati tra loro, lasciando in secondo piano le conseguenze delle conquiste sulla vita delle comunità ecclesiali.
Qualcosa di simile accade quando si parla della presenza araba in Sicilia. Alle pagine 14 e 79 vengono ricordati i contributi alla cultura, all’agricoltura e all’arte dell’isola. Si tratta di un patrimonio storicamente documentato, che merita di essere conosciuto. La dominazione musulmana ebbe origine, però, da una conquista militare iniziata nell’827, durante la quale città come Siracusa subirono distruzioni e deportazioni. Anche questa storia appartiene alla Sicilia e ai suoi abitanti.
Il confronto diventa significativo quando, alle pagine 23 e 24, si affronta il colonialismo europeo. Qui vengono ampiamente evidenziati lo sfruttamento economico e le conseguenze dell’imposizione culturale sulle popolazioni conquistate. Sono responsabilità storiche reali, che devono essere conosciute. Colpisce, tuttavia, la differenza di prospettiva: nell’espansione islamica prevale l’attenzione agli sviluppi politici e ai contributi culturali, mentre nel colonialismo europeo vengono messi in primo piano gli effetti della dominazione.
I contesti storici sono differenti e richiedono valutazioni appropriate alle rispettive epoche. Proprio per questo sarebbe importante applicare un criterio di ricerca capace di riconoscere, in entrambe le vicende, le conquiste militari e le condizioni imposte ai popoli assoggettati, insieme alle trasformazioni culturali che ne derivarono.
Questa diversità nel racconto richiama una riflessione di Joseph Ratzinger che conserva una sorprendente attualità. Il 13 maggio 2004, nella sua lezione sulle radici spirituali dell’Europa, il futuro Benedetto XVI parlò di un «odio di sé dell’Occidente», riferendosi alla tendenza a riconoscere soprattutto gli aspetti negativi della propria storia, mentre si guardano con maggiore comprensione le tradizioni degli altri.
È una considerazione che potrebbe riguardare anche una certa sensibilità presente in alcuni ambienti ecclesiali. Si avverte talvolta una sorta di complesso di inferiorità nei confronti delle altre culture e religioni, quasi che il riconoscimento delle responsabilità storiche del mondo cristiano comportasse il dovere di giudicare la propria tradizione con particolare severità, riservando una maggiore indulgenza alle altre.
Il riconoscimento delle colpe storiche è necessario e appartiene alla serietà della coscienza cristiana. Dovrebbe accompagnarsi a un’identica disponibilità nel valutare criticamente ogni altra esperienza storica. Il rispetto delle diverse tradizioni acquista credibilità proprio quando non richiede di attenuare i fatti che potrebbero risultare scomodi.
Sarebbe ingiusto attribuire automaticamente agli autori delle schede un simile atteggiamento. Rimane legittimo domandarsi se il desiderio di favorire il dialogo abbia influito sulla scelta delle informazioni e sul linguaggio utilizzato. La questione riguarda il risultato della pubblicazione e la formazione degli studenti che ne riceveranno i contenuti.
Da qui nasce una domanda ancora più impegnativa, che riguarda l’identità dell’insegnamento della religione cattolica.
Da anni la Chiesa italiana richiama la progressiva scristianizzazione della società e la difficoltà di trasmettere la fede alle nuove generazioni. Eppure, nelle scelte educative, sembra talvolta che si continui a presumere una familiarità con il Cristianesimo che non possiamo più dare per acquisita. Chi possiede una formazione teologica rischia di considerare elementari conoscenze ormai sconosciute a molti ragazzi.
Si ripete frequentemente che l’insegnamento della religione nella scuola non deve essere catechismo. La distinzione riguarda giustamente le finalità: la catechesi accompagna la persona nell’adesione alla fede, mentre la scuola trasmette conoscenze rispettando la libertà dello studente. Questo insegnamento deve comprendere necessariamente anche il contenuto della dottrina cattolica, perché conoscere una religione significa comprendere ciò che essa crede e insegna.
Il Protocollo addizionale al Concordato del 1984 stabilisce che l’IRC venga impartito «in conformità alla dottrina della Chiesa e nel rispetto della libertà di coscienza degli alunni». La Congregazione per l’Educazione Cattolica, nella Lettera circolare del 5 maggio 2009, al numero 12, mette espressamente in guardia dal rischio di ridurre l’insegnamento religioso a una presentazione comparativa e neutrale delle religioni, capace di favorire confusione o indifferentismo.
Studiare l’Islam nell’ora di religione cattolica dovrebbe offrire anche l’occasione per approfondire il Cristianesimo. Spiegare che i musulmani considerano Gesù un profeta permette di comprendere meglio perché la Chiesa lo riconosca come vero Dio e vero uomo. Presentare il Corano secondo la convinzione islamica aiuta a chiarire che cosa significhi la rivelazione divina per i cristiani e perché essa trovi in Gesù Cristo il suo compimento definitivo.
Quando a studenti che conoscono poco il Cristianesimo viene presentata approfonditamente un’altra religione attraverso le sue categorie teologiche, senza un adeguato confronto con la dottrina cattolica, può prodursi un effetto paradossale. Si acquisisce una maggiore familiarità con il messaggio religioso altrui, mentre quello cristiano rimane largamente sconosciuto. È il rischio di una sorta di evangelizzazione al contrario, che dovrebbe essere considerato attentamente nella preparazione dei materiali e nell’attività didattica.
La questione riguarda allora le priorità educative della Chiesa italiana e quella difficoltà a riconoscere serenamente il valore della propria tradizione che Ratzinger aveva individuato nella cultura occidentale. Una Chiesa consapevole della propria fede può riconoscere senza timore ciò che vi è di autenticamente buono nelle altre religioni e può affrontare con la stessa serietà le loro differenze rispetto al Cristianesimo.
Sarebbe un singolare corto circuito continuare a denunciare la scristianizzazione, organizzando nel frattempo la formazione religiosa come se il Cristianesimo fosse ancora sufficientemente conosciuto. La pubblicazione delle schede sull’Islam potrebbe diventare l’occasione per una verifica che riguarda anzitutto noi cristiani e la responsabilità della Chiesa nel trasmettere ciò che ha ricevuto.
Prima di preoccuparci di quanto conosciamo la fede degli altri, dovremmo domandarci quanto conosciamo realmente la nostra e se siamo ancora capaci di insegnarla alle nuove generazioni.

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