don Mario Proietti, C.PP.S.

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GAUDIUM ET SPES: LA FEDE CHE ABITA LA CULTURA E LA TRASFORMA

Cari amici, con la settima catechesi dedicata alla Gaudium et Spes, Leone XIV prosegue il cammino nella seconda parte della Costituzione pastorale e, dopo averci condotti dentro la realtà del matrimonio e della famiglia, allarga lo sguardo a un altro spazio nel quale la persona cresce, pensa, interpreta il mondo e impara a esprimere ciò che porta dentro di sé: la cultura.

Il passaggio nasce con naturalezza dal percorso che abbiamo seguito nelle settimane precedenti. Nella prima parte della Gaudium et Spes abbiamo incontrato l’uomo nella sua dignità, nella vocazione alla comunione, nel lavoro con cui trasforma il creato e nella storia dentro la quale la Chiesa è chiamata a svolgere la propria missione. Con la seconda parte il Concilio porta questa visione dentro alcune realtà concrete dell’esistenza. La scorsa settimana Leone XIV si era fermato sulla famiglia, luogo originario nel quale la persona impara la relazione, la fedeltà e la responsabilità. Oggi entra nell’ambiente più ampio nel quale ciascuno riceve parole, simboli, conoscenze, tradizioni e modi di comprendere la realtà.

La cultura, nella prospettiva conciliare, possiede infatti un significato molto più ampio di quello che abitualmente le attribuiamo. Non coincide semplicemente con l’istruzione o con la produzione artistica. Comprende tutto ciò attraverso cui l’uomo sviluppa le proprie capacità, conosce e trasforma il mondo, rende più umana la vita sociale, esprime le proprie esperienze spirituali e consegna alle generazioni successive un patrimonio di significati e di valori.

Si comprende allora perché il Concilio Vaticano II non potesse parlare dell’uomo contemporaneo senza affrontare il rapporto tra fede e cultura.

Leone XIV ricorda anzitutto la lunga storia attraverso la quale la Chiesa ha accompagnato l’annuncio del Vangelo con l’impegno educativo. Scuole, luoghi di formazione e università sono diventati nei secoli uno degli strumenti attraverso i quali la comunità cristiana ha contribuito alla crescita umana e spirituale delle persone. Il Papa richiama in particolare il ruolo svolto dalla Chiesa nella nascita delle università medievali e nello sviluppo della civiltà occidentale, mostrando come la ricerca della conoscenza non appartenga a un territorio estraneo alla fede.

La crescita del sapere, del resto, pone continuamente nuove domande anche ai credenti. Il progresso delle scienze, della filosofia e delle conoscenze sull’uomo non rende inutile la fede e non permette al cristiano di sottrarsi alla fatica del pensiero. Lo obbliga piuttosto ad approfondire ciò che crede e a diventare sempre più capace, secondo l’esortazione della Prima Lettera di Pietro, di dare ragione della speranza che porta dentro di sé.

È a questo punto che Leone XIV colloca il fondamento più profondo del rapporto tra fede e cultura: l’Incarnazione.

Il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo agli uomini. Il cristianesimo nasce da questo ingresso di Dio dentro una storia concreta e continua a raggiungere persone che possiedono una lingua, una memoria, categorie di pensiero, forme artistiche, tradizioni e modi differenti di esprimere la domanda religiosa. La fede cristiana non può quindi rimanere sospesa sopra la vita dell’uomo. È chiamata a raggiungerlo dentro il mondo reale nel quale egli cresce e cerca il significato della propria esistenza.

In questo senso Leone XIV riprende una celebre espressione di san Giovanni Paolo II: «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

Quelle parole non chiedono di trasformare il cristianesimo in una particolare civiltà. Giovanni Paolo II spiegava nello stesso discorso che la fede non si identifica con nessuna cultura e proprio per questo è capace di ispirarle e fecondarle. La questione riguarda piuttosto la profondità con cui il Vangelo viene accolto nella vita. Una fede che rimane confinata alla pratica religiosa, senza raggiungere il modo di pensare, di giudicare, di educare, di lavorare, di creare e di vivere le relazioni, rischia di rimanere estranea a una parte considerevole dell’esistenza.

Ritroviamo qui, sotto un’altra forma, ciò che Leone XIV aveva richiamato nella quinta catechesi parlando della distanza tra fede professata e vita quotidiana. Oggi quella stessa domanda raggiunge il mondo della cultura: ciò che crediamo è realmente diventato anche un criterio attraverso cui comprendiamo l’uomo e la realtà?

Proprio il fondamento dell’Incarnazione permette di comprendere un secondo aspetto essenziale. La fede può entrare nelle culture dei diversi popoli perché non è legata in maniera esclusiva e definitiva a nessuna di esse.

Gaudium et Spes ricorda che la Chiesa, inviata agli uomini di ogni tempo e di ogni luogo, non è indissolubilmente vincolata a una razza, a una nazione, a una particolare forma di vita o a una consuetudine antica o recente. Nel corso dei secoli si è servita di culture differenti per annunciare e approfondire il messaggio di Cristo e per esprimerlo nella vita della comunità cristiana.

Questa universalità non cancella la storia concreta attraverso la quale il cristianesimo ci è giunto. La fede ha profondamente segnato la civiltà europea e occidentale, contribuendo alla formazione della filosofia, dell’arte, della letteratura, del diritto e della stessa concezione della dignità della persona. Riconoscere questa storia appartiene alla verità della nostra memoria. L’universalità del Vangelo permette nello stesso tempo di comprendere che nessuna forma culturale può esaurire la ricchezza di Cristo.

Per questo la Chiesa può entrare in comunione con culture differenti e riconoscere ciò che in ciascuna di esse esprime autenticamente il vero, il bene e il bello.

Il Concilio aggiunge, però, un elemento indispensabile per comprendere correttamente questo incontro. Il Vangelo non attraversa le culture lasciandole semplicemente come le ha trovate. Gaudium et Spes afferma che esso rinnova la vita e la cultura dell’uomo, combatte gli errori che derivano dal peccato, purifica ed eleva la moralità dei popoli e, con la ricchezza soprannaturale, ne fortifica e restaura in Cristo le qualità spirituali.

L’incontro tra fede e cultura richiede dunque discernimento. Ogni cultura custodisce autentici beni umani e porta anche le tracce della fragilità che accompagna tutta la storia. La Chiesa entra nelle culture per comprenderle dall’interno, apprenderne i linguaggi e riconoscerne le autentiche aspirazioni, mentre il Vangelo conserva la propria capacità di illuminare, purificare e condurre a compimento ciò che incontra.

La fede incarnata non diventa quindi dipendente dalla cultura dominante. La sua presenza diviene culturalmente feconda proprio quando riesce ad abitare un tempo senza lasciarsi imprigionare dalle sue mode.

Anche la cultura, da parte sua, possiede una legittima autonomia. Il Concilio riconosce che essa, scaturendo dalla natura razionale e sociale dell’uomo, ha bisogno di libertà per svilupparsi secondo i propri principi. Questa autonomia rimane ordinata alla dignità integrale della persona, al bene della comunità e alla ricerca della verità. Il rispetto dell’autonomia culturale non richiede perciò l’indifferenza morale, così come la fedeltà cristiana non autorizza a soffocare la libertà della ricerca.

Dentro questa visione si comprende l’insistenza di Leone XIV sul diritto alla cultura.

Gaudium et Spes chiede che vengano superate quelle condizioni che impediscono l’accesso all’istruzione e che quanti possiedono le capacità per gli studi superiori siano realmente messi nella condizione di potervi accedere. Il Concilio richiama inoltre la necessità di promuovere pienamente la partecipazione delle donne alla vita culturale e invita a considerare la cultura come un bene che appartiene allo sviluppo della persona e al suo contributo responsabile alla vita comune.

La cultura non viene così ridotta a strumento di promozione economica o professionale. Essa aiuta l’uomo a diventare più consapevole della propria dignità, a formare il giudizio, ad aprirsi alla contemplazione e a partecipare responsabilmente alla costruzione del bene comune.

Leone XIV introduce poi un tema che, a distanza di sessant’anni dal Concilio, appare forse ancora più urgente: l’unità del sapere.

Lo sviluppo delle scienze e la crescente specializzazione hanno ampliato in modo straordinario il patrimonio delle conoscenze umane. La Gaudium et Spes aveva già percepito il rischio che a questa crescita corrispondesse una crescente difficoltà a ricondurre le conoscenze a una visione unitaria. Il Concilio osservava che, mentre aumenta il volume degli elementi che costituiscono la cultura, diminuisce la capacità del singolo di armonizzarli organicamente.

Il problema oggi si presenta con proporzioni ancora maggiori. Disponiamo di una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare e abbiamo strumenti capaci di elaborarle con una rapidità crescente. Questa abbondanza rende ancora più necessaria una sapienza capace di interrogarsi sul significato delle conoscenze, sulla loro relazione con il bene della persona e sulla direzione verso cui orientare ciò che siamo capaci di fare.

L’unità del sapere alla quale richiama Leone XIV non consiste nel confondere le discipline o nel subordinare la ricerca scientifica alla teologia. Consiste nel non perdere la persona umana nella frammentazione delle conoscenze e nel custodire quella domanda di senso che permette ai diversi saperi di contribuire alla formazione integrale dell’uomo.

Questa responsabilità riguarda in modo particolare i cristiani.

L’aver ricevuto dalla Rivelazione la luce sulle grandi domande dell’esistenza non dispensa dalla formazione intellettuale. La fede stessa chiede di essere continuamente approfondita. Leone XIV osserva che le conoscenze umane e scientifiche del cristiano devono crescere insieme alla comprensione di ciò che egli crede.

È una questione tutt’altro che teorica. Una persona può raggiungere un’elevata preparazione professionale, scientifica o culturale continuando a possedere della fede una conoscenza rimasta sostanzialmente quella ricevuta negli anni dell’iniziazione cristiana. Con il passare del tempo, quella sproporzione può rendere sempre più difficile l’incontro interiore tra ciò che si conosce e ciò che si crede.

La maturazione della persona domanda quindi anche una maturazione dell’intelligenza della fede.

Per questo il Concilio rivolge una parola specifica ai teologi. Li invita a collaborare con coloro che eccellono nelle altre discipline, a conoscere le domande del proprio tempo e a cercare modi sempre più adatti per comunicare la dottrina cristiana, senza perdere la specificità del metodo teologico e la profondità della verità rivelata.

Proprio in questo contesto Gaudium et Spes formula una distinzione che rimane fondamentale: altro è il deposito della fede, altro è il modo attraverso il quale le sue verità vengono espresse, purché ne rimangano custoditi il significato e il senso profondo.

È una distinzione che permette di comprendere correttamente il rapporto tra Tradizione e cultura.

Le parole, le categorie e le forme espressive attraverso le quali il Vangelo viene annunciato possono conoscere sviluppi e richiedere nuovi linguaggi perché uomini appartenenti a epoche e culture differenti possano realmente comprenderlo. La verità ricevuta dalla Rivelazione non viene invece prodotta dalle culture alle quali viene annunciata. Esse possono aiutare la Chiesa ad approfondirne la comprensione e a esprimerla con maggiore ricchezza, mentre il deposito affidato alla Chiesa conserva la propria identità.

In questo modo la settima catechesi continua quanto Leone XIV aveva affermato parlando della missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Allora aveva ricordato che l’incontro con il proprio tempo richiede un animo libero dalle mode culturali e che il cristianesimo non diventa più attraente quando se ne annacquano i contenuti. Oggi mostra l’altra parte della stessa responsabilità: la fedeltà al Vangelo chiede anche di conoscere gli uomini ai quali esso viene annunciato e di comprendere i linguaggi nei quali formulano le loro domande.

Per questo Gaudium et Spes invita i fedeli a vivere in strettissima unione con gli uomini del proprio tempo e a penetrare il loro modo di pensare e di sentire così come viene espresso nella cultura.

La vicinanza non coincide con l’assimilazione. È la condizione perché l’annuncio possa raggiungere persone reali dentro una storia reale. La fede conserva la propria forza quando conosce abbastanza profondamente il mondo da comprenderne le domande e rimane abbastanza radicata in Cristo da poter offrire una risposta che non sia semplicemente l’eco di ciò che il mondo già pensa.

Il cammino di Leone XIV attraverso la Gaudium et Spes ci conduce così in un altro luogo nel quale la vocazione dell’uomo prende forma. Dopo la famiglia incontriamo la scuola, l’università, la ricerca, l’arte, la letteratura, la scienza e tutte quelle espressioni attraverso le quali l’umanità cerca di comprendere se stessa e di trasmettere ciò che ha scoperto.

Anche qui il criterio che accompagna l’intero percorso rimane Cristo. L’Incarnazione conduce la fede dentro la cultura, l’universalità del Vangelo le permette di incontrare ogni popolo e la verità ricevuta le offre il criterio con cui riconoscere, purificare ed elevare ciò che incontra.

La sintesi tra fede e cultura alla quale Leone XIV ci invita nasce allora da una fede realmente accolta e pensata, capace di abitare il proprio tempo senza estraniarsene e di attraversarne i linguaggi senza smarrire la propria sorgente. Quando questo accade, la cultura non diventa un rivestimento aggiunto al cristianesimo e la fede non rimane una presenza marginale dentro la vita dell’uomo: il Vangelo raggiunge la persona nel luogo stesso in cui essa cerca la verità e la conduce, attraverso tutto ciò che di autenticamente umano porta con sé, verso la pienezza che trova in Cristo.

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