don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

«Questi miei fratelli più piccoli»

Questa mattina ho celebrato la Messa alle sei e mezza, quando ancora il giorno faticava a farsi strada. Avevo anticipato l’orario perché alle otto sarei stato dalle monache agostiniane di Montefalco, con le quali avevo già concordato la celebrazione della prima delle tre Messe previste per la Commemorazione dei fedeli defunti. Ho scelto così, per la celebrazione in Abbazia, il formulario della seconda Messa, con la pagina del Vangelo di Matteo che racconta il giudizio finale.

Durante la proclamazione del Vangelo, mentre ascoltavo le parole di Gesù sul Figlio dell’uomo che verrà nella sua gloria e radunerà davanti a sé tutte le genti, un ricordo lontano è riaffiorato nella memoria. Mi sono ritrovato idealmente tra i banchi dell’università, ad ascoltare un professore di Sacra Scrittura che ci spiegava proprio quella pagina. È curioso come certi insegnamenti, ricevuti tanti anni fa, rimangano silenziosamente custoditi dentro di noi e tornino a farsi presenti quando una parola, ascoltata chissà quante volte, ci invita a interrogarci di nuovo sul suo significato.

Quel professore si soffermava su un particolare al quale oggi mi sembra si presti poca attenzione. Gesù non parla semplicemente dei poveri o dei bisognosi. Dice: «Questi miei fratelli più piccoli».

Chi sono questi fratelli?

Il professore ci spiegava che, nel linguaggio di Matteo, l’espressione richiama anzitutto i discepoli di Gesù, quei piccoli che egli aveva inviato nel mondo ad annunciare il Regno, spesso senza mezzi e senza protezione, affidati all’ospitalità di quanti avrebbero incontrato lungo la strada. Il Signore aveva già promesso che anche un semplice bicchiere d’acqua, offerto a uno di loro perché suo discepolo, non sarebbe rimasto senza ricompensa.

In questa prospettiva, la pagina del giudizio finale acquistava una luce particolare. Le genti che avevano accolto quei piccoli, che li avevano nutriti e soccorsi nelle loro necessità, avrebbero scoperto di aver incontrato Cristo stesso. Il bene compiuto verso i suoi discepoli era giunto fino a lui, anche quando chi lo aveva compiuto non ne aveva avuto piena consapevolezza.

Mi è tornato allora alla mente Saulo, sulla via di Damasco. Era partito per perseguitare i cristiani e si sentì rivolgere una domanda sorprendente: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Non aveva mai incontrato Gesù durante la sua vita terrena, eppure il Risorto gli domandava conto di ciò che stava facendo ai suoi discepoli.

In quella domanda è custodito qualcosa di immenso. Cristo riconosce come propria la sorte di coloro che gli appartengono. La Chiesa non è semplicemente una comunità che custodisce il ricordo del suo Maestro. È il suo Corpo, misteriosamente unito a lui, tanto che quanto viene fatto alle membra raggiunge il Capo.

Mi sono domandato se, leggendo oggi Matteo 25 quasi esclusivamente come un’esortazione alla solidarietà universale, non rischiamo qualche volta di lasciare in ombra proprio questo mistero.

La carità verso chi soffre appartiene certamente al cuore del Vangelo. Nessun cristiano potrebbe sentirsi dispensato dal soccorrere chi ha fame o dal riconoscere la dignità dello straniero. La Chiesa ha sempre insegnato le opere di misericordia, e il Signore stesso ci ha mostrato quanto sia grande la responsabilità verso chi vive nel bisogno.

Rimane necessario rispettare la parola evangelica nella sua ricchezza, cercando anzitutto di comprendere ciò che l’evangelista intendeva annunciare. Quando una pagina della Scrittura viene letta soltanto attraverso le preoccupazioni del nostro tempo, corriamo il rischio di ascoltare soprattutto le nostre domande e di perdere qualcosa della risposta che Dio ha voluto consegnarci.

Forse anche per questo mi ha colpito ritrovare quel ricordo proprio nella Commemorazione dei fedeli defunti.

Oggi la Chiesa ci invita a guardare oltre la morte, verso il giorno in cui ogni esistenza sarà manifestata nella sua verità davanti al Signore. Il giudizio finale non è semplicemente la verifica delle nostre qualità umane. È l’incontro definitivo con Cristo, davanti al quale sarà rivelato anche il significato più profondo delle nostre azioni.

E allora quelle parole, «l’avete fatto a me», acquistano una profondità che va ben oltre il gesto compiuto. Ci ricordano che Cristo ha voluto legarsi realmente ai suoi, condividendo la loro sorte fino a riconoscere come propria l’accoglienza ricevuta e persino la persecuzione subita.

Ripensando alla lezione di tanti anni fa, mi sono accorto che il Vangelo continua a custodire significati sui quali vale la pena ritornare. Non per restringere l’orizzonte della carità, che deve rimanere aperto a ogni uomo, quanto per ritrovare il suo fondamento più profondo.

Forse il giudizio finale ci rivelerà anche questo: quante volte Cristo ci è passato accanto attraverso i suoi discepoli e quante volte abbiamo accolto, oppure ignorato, la sua presenza.

Stamattina, pregando per i nostri defunti, ho sentito il bisogno di fermarmi proprio su quelle due parole: «miei fratelli».

Vi è custodito il mistero di un’appartenenza che neppure la morte può spezzare, perché coloro che sono di Cristo rimangono uniti a lui. Ed è questa comunione, che supera i confini della vita terrena, a rendere così preziosa la preghiera che oggi eleviamo per quanti ci hanno preceduto nella morte.

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