don Mario Proietti, C.PP.S.

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GAUDIUM ET SPES: QUANDO ECONOMIA E POLITICA DIMENTICANO L’UOMO

Cari amici, l’ottava catechesi di Leone XIV sulla Gaudium et Spes ci porta dentro due realtà che toccano ogni giorno la vita delle persone: l’economia e la politica. Il Papa segue i capitoli terzo e quarto della seconda parte della Costituzione e ci consegna un criterio che, letto oggi, possiede una forza particolare: lo sviluppo economico deve rimanere al servizio dell’uomo e la comunità politica esiste in funzione del bene comune.

È forse questo il punto dal quale conviene partire. Il Concilio non offre un sistema economico da applicare né un programma politico da sostenere. Chiede piuttosto che economia e politica accettino di essere giudicate a partire dalla persona concreta. Dietro ogni scelta economica vi sono uomini e donne che lavorano, famiglie che cercano stabilità, giovani che provano a costruire il proprio futuro, persone fragili che rischiano di rimanere ai margini. Dietro ogni decisione politica vi è una comunità che può crescere nella fiducia oppure sentirsi sempre più distante dalle istituzioni.

Leone XIV ricorda che la dimensione sociale appartiene alla nostra natura e riceve una luce ulteriore dall’Incarnazione. Il Figlio di Dio ha assunto realmente la condizione umana. La fede in Cristo raggiunge quindi anche il modo in cui organizziamo il lavoro, amministriamo i beni e costruiamo la convivenza. La vita sociale non è un’appendice estranea alla fede, perché l’uomo al quale il Vangelo è annunciato vive dentro relazioni economiche e politiche che possono sostenerne la dignità o ferirla.

Il Papa torna anzitutto sugli squilibri economici già denunciati dal Concilio negli anni Sessanta. Il progresso tecnico ha aperto possibilità enormi e continua a farlo. La domanda decisiva riguarda ciò che queste possibilità producono nella vita dell’uomo. Una società può diventare più efficiente e più ricca, lasciando nello stesso tempo persone e territori ai margini dello sviluppo. È qui che il progresso economico deve misurarsi con la giustizia.

La Gaudium et Spes chiede perciò riforme nelle strutture economico-sociali e un cambiamento della mentalità e degli stili di vita. La tecnica può moltiplicare le possibilità dell’uomo; non decide da sola verso quale bene orientarle. Questa responsabilità rimane affidata alla coscienza, alle istituzioni e alle scelte concrete di chi partecipa alla vita economica.

Da qui nasce il richiamo allo sviluppo integrale che Leone XIV collega alla Populorum progressio di san Paolo VI. Lo sviluppo autentico riguarda la persona nella totalità della sua vocazione. Il reddito e la produzione sono necessari, eppure non esauriscono ciò che rende umana un’esistenza. Contano la possibilità di formare una famiglia, di accedere alla cultura, di partecipare alla vita sociale e di non essere ridotti alla funzione che si svolge dentro un processo produttivo.

È soprattutto parlando del lavoro che la catechesi acquista un tono molto concreto. Leone XIV lo definisce il cuore dell’economia. Attraverso il lavoro l’uomo provvede a sé e alla propria famiglia, mette a frutto le capacità ricevute e partecipa alla costruzione della società. Per il cristiano c’è qualcosa di ancora più profondo: nel lavoro l’uomo collabora all’opera creatrice di Dio.

Questo cambia il modo di guardare il lavoratore. Se il lavoro procede dalla persona, la persona non può essere trattata come una variabile da comprimere ogni volta che aumenta la convenienza economica. La disoccupazione, lo sfruttamento e le condizioni che mettono in pericolo la salute non sono soltanto problemi di funzionamento del sistema. Toccano direttamente la dignità di chi lavora.

Anche il tema della partecipazione acquista allora un significato diverso. Il Concilio chiede che i lavoratori possano prendere parte, secondo forme adeguate, alle decisioni che riguardano la loro attività. Non basta assicurare una retribuzione se chi lavora viene considerato estraneo a tutto ciò che decide il senso e il futuro del proprio lavoro. L’impresa rimane una realtà economica e diventa pienamente umana quando riconosce le persone che la rendono possibile.

Lo stesso sguardo accompagna il richiamo ai migranti e ai gruppi sociali più deboli. La persona che si sposta per lavorare non perde la propria dignità attraversando una frontiera e non può diventare semplicemente forza lavoro da utilizzare finché risulta conveniente. Il criterio conciliare rimane quello della partecipazione e dell’integrazione dentro condizioni rispettose della persona e della vita familiare.

Leone XIV passa poi alla destinazione universale dei beni e porta il discorso fino agli investimenti. È un passaggio meno appariscente e forse proprio per questo particolarmente importante. Le decisioni economiche non riguardano soltanto il rendimento immediato. Preparano il mondo nel quale altri saranno chiamati a vivere.

Il Concilio chiede di tenere insieme le necessità presenti e quelle delle generazioni future. Qui l’economia incontra una forma di responsabilità che supera l’orizzonte del breve periodo. Consumare oggi tutte le risorse disponibili e trasferire domani il costo delle nostre scelte significa chiedere ad altri di pagare ciò che noi abbiamo deciso. Anche questo appartiene alla giustizia.

Quando la catechesi arriva alla politica, il criterio non cambia. La comunità politica esiste in funzione del bene comune, che la Gaudium et Spes descrive come l’insieme delle condizioni sociali che permettono alle persone, alle famiglie e alle associazioni di raggiungere più pienamente la propria perfezione.

È una definizione che può sembrare consueta finché non la prendiamo sul serio. Se il bene comune è realmente il criterio dell’azione politica, il potere non può essere considerato un fine da conquistare e conservare. Anche il consenso, necessario in una società democratica, non basta a misurare la qualità della politica. La domanda rimane più esigente: ciò che viene deciso crea condizioni nelle quali le persone possano vivere con maggiore dignità e assumere responsabilmente il proprio posto nella comunità?

La politica ritrova così una nobiltà che spesso il nostro linguaggio pubblico sembra aver dimenticato. Non è soltanto competizione fra schieramenti. È cura della vita comune, capacità di assumere problemi che superano l’interesse immediato e responsabilità verso persone che non hanno la stessa forza per far sentire la propria voce.

In questa prospettiva comprendiamo anche perché la dottrina sociale della Chiesa non possa essere ridotta a un programma di partito. Offre criteri che attraversano e giudicano le diverse proposte politiche. Il cristiano è chiamato ad applicarli con competenza e prudenza, sapendo che molte scelte concrete possono ammettere soluzioni differenti.

Leone XIV richiama poi la distinzione fra Chiesa e comunità politica. La Gaudium et Spes le definisce indipendenti e autonome nel proprio campo e, nello stesso tempo, capaci di una sana collaborazione. Non si tratta di occupare gli spazi della politica né di chiedere alla Chiesa di tacere davanti alle questioni che toccano la dignità della persona. La distinzione dei compiti permette a entrambe di servire più liberamente gli stessi uomini.

È nella parte conclusiva che il Papa raccoglie tutto intorno al tema della pace. Riprende le parole di Francesco: «la guerra è un fallimento della politica e dell’umanità». Letta dopo il discorso sul lavoro, sugli squilibri economici e sul bene comune, questa frase assume un significato ancora più ampio.

La pace non comincia il giorno in cui si tenta di fermare una guerra già scoppiata. Si prepara molto prima, dentro società nelle quali le persone trovano possibilità reali di lavoro, i diritti vengono riconosciuti e le istituzioni conservano credibilità. Quando intere comunità vivono senza prospettive e la politica perde la capacità di comporre i conflitti, cresce il terreno sul quale la violenza può attecchire.

Per questo economia e politica appartengono anche alla costruzione della pace. Un lavoro dignitoso può restituire futuro a una famiglia. Una scelta economica responsabile può impedire che l’esclusione diventi rancore. Una politica orientata al bene comune può custodire la fiducia necessaria perché le differenze non si trasformino in inimicizia.

A questo punto il richiamo finale di Leone XIV alla dottrina sociale della Chiesa assume un peso diverso. Il Papa chiede alle comunità cristiane di rilanciarne la formazione e incoraggia soprattutto i giovani a guardare a quanti hanno vissuto la responsabilità economica e politica come servizio.

È una richiesta che tocca anche la nostra vita ecclesiale. Possiamo dedicare molta attenzione alle controversie interne alla Chiesa e conoscere molto poco ciò che il Magistero insegna sul lavoro, sulla giustizia economica e sulla responsabilità politica. La dottrina sociale rischia allora di diventare un capitolo facoltativo della formazione cristiana, quando invece mostra come la fede raggiunga le condizioni concrete nelle quali vivono le persone.

L’ottava catechesi ci riporta così al filo che percorre tutta la Gaudium et Spes. Il Concilio parte dall’uomo illuminato da Cristo e continua a incontrarlo nei luoghi reali della sua esistenza. Dopo la famiglia e la cultura, oggi lo incontriamo nel lavoro e nella comunità politica.

La domanda che rimane è semplice e per nulla comoda: economia e politica stanno davvero servendo l’uomo? Non basta rispondere con i dati della crescita o con il numero dei consensi. La misura indicata dal Concilio è la persona concreta, soprattutto quando possiede meno strumenti per difendere da sola la propria dignità.

È qui che la catechesi di Leone XIV smette di essere soltanto una lettura di un documento del 1965 e diventa una domanda rivolta al presente. Quando economia e politica dimenticano l’uomo, perdono anche la ragione per cui esistono. Quando tornano a servirlo, possono diventare luoghi nei quali la responsabilità umana e cristiana contribuisce realmente alla costruzione della pace.

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