don Mario Proietti, C.PP.S.

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Quando la politica dimentica la storia

Il caso El-Sayed, l’islamismo politico e le contraddizioni di un Occidente che rischia di smarrire la propria identità.

Può accadere che, per difendere un politico progressista di fede musulmana, si riscopra improvvisamente la dignità di quei valori familiari che, quando vengono richiamati da un cristiano occidentale, suscitano spesso diffidenza. È una contraddizione che merita attenzione, perché rivela quanto il giudizio su ciò che consideriamo giusto possa essere condizionato dall’appartenenza culturale e politica di chi parla.

La recente discussione sulle parole con cui Abdul El-Sayed, democratico appena eletto al Senato degli Stati Uniti, ha ringraziato pubblicamente la moglie per il sostegno ricevuto durante la campagna elettorale ne offre un’occasione. Nel dibattito sul presunto carattere patriarcale del suo discorso sono riemersi argomenti sulla dignità della maternità e sul valore della dedizione familiare che appartengono anche alla tradizione cristiana occidentale, oggi frequentemente sottoposta a una critica assai severa.

Questa singolare disponibilità a recuperare valori altrove guardati con sospetto mi ha indotto a riflettere su una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra la politica occidentale e quei movimenti organizzati che, richiamandosi all’Islam, perseguono progetti di trasformazione della società.

La figura di El-Sayed è interessante anche per le controversie che ne hanno accompagnato l’affermazione politica. La sua storia familiare comprende riferimenti alla Fratellanza Musulmana, ricordati pubblicamente dalla sorellastra a proposito dell’attivismo della madre negli anni Settanta. Egli ha negato di aver avuto legami personali con quell’organizzazione. Durante la campagna elettorale hanno suscitato discussione anche alcune sue dichiarazioni successive all’attentato contro una sinagoga del Michigan, nelle quali la condanna della violenza era stata accompagnata da considerazioni sulle sofferenze precedentemente subite dalla famiglia dell’attentatore. Una formulazione che aveva sollevato interrogativi sul rischio di attenuare, almeno nella percezione pubblica, la responsabilità di chi aveva compiuto quell’atto.

Sono vicende che mostrano quanto il rapporto tra identità religiosa e appartenenza politica sia diventato delicato nelle democrazie occidentali. E sollevano una domanda che mi sembra più importante delle polemiche attorno a un singolo personaggio: fino a che punto la ricerca del consenso elettorale può indurre una classe dirigente a sottovalutare gli orientamenti culturali e gli obiettivi di lungo periodo dei propri interlocutori?

Negli Stati Uniti, come in Europa, le comunità musulmane partecipano legittimamente alla vita democratica. Il loro contributo appartiene alla libertà religiosa e politica che le nostre istituzioni riconoscono a ogni cittadino. All’interno del mondo islamico esistono però anche movimenti organizzati che perseguono una concezione della società nella quale l’ordinamento religioso dovrebbe assumere una funzione normativa sulla vita civile, secondo principi che possono entrare in conflitto con quelli delle democrazie liberali.

È una questione che attraversa la storia dell’islamismo politico contemporaneo. La Fratellanza Musulmana, fondata in Egitto nel 1928, ha sviluppato nel tempo una presenza articolata attraverso organizzazioni e reti associative, con orientamenti differenti secondo i contesti nazionali. Altri movimenti, come Hizb ut-Tahrir, continuano a indicare esplicitamente nell’istituzione di un califfato il proprio obiettivo politico.

La rilevanza di questi fenomeni ha trovato recentemente un riconoscimento istituzionale particolarmente significativo. L’8 ottobre 2026 il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione dedicata alla necessità di contrastare le strategie di penetrazione dell’islamismo politico e l’influenza delle reti riconducibili ai Fratelli Musulmani.

Il documento distingue espressamente la religione islamica dall’islamismo politico e richiama l’attenzione sul rischio che organizzazioni strutturate utilizzino gli spazi di libertà delle istituzioni democratiche per promuovere un progetto di società incompatibile con alcuni dei loro principi fondamentali.

La votazione ha registrato una netta divisione politica, con una larga maggioranza dei parlamentari dei gruppi di sinistra schierata contro la risoluzione. Un dissenso che meriterebbe di essere approfondito nelle sue motivazioni, soprattutto considerando la delicatezza della materia.

È proprio davanti a questi fatti che torna la domanda sulla responsabilità delle classi dirigenti.

La politica vive inevitabilmente della ricerca del consenso e della costruzione di alleanze. Ogni forza politica cerca interlocutori capaci di sostenerne il programma, soprattutto quando deve fronteggiare una crescente opposizione. Il rischio nasce quando la prospettiva delle prossime elezioni diventa così assorbente da oscurare la visione della società che quelle collaborazioni potrebbero contribuire a costruire.

La storia ci insegna che soggetti differenti possono incontrarsi su obiettivi immediati pur coltivando progetti profondamente diversi. Un partito può cercare voti per conquistare il governo, mentre un’organizzazione ideologicamente strutturata può considerare la partecipazione politica un’opportunità per consolidare progressivamente la propria influenza culturale e istituzionale.

La convergenza del presente non garantisce affatto la comunanza degli obiettivi futuri.

Questa possibilità dovrebbe essere presa seriamente in considerazione soprattutto da quelle forze progressiste che dichiarano di voler difendere la libertà individuale e l’uguaglianza dei cittadini. Sarebbe una contraddizione difficile da spiegare se la necessità di contrastare l’avanzata dei movimenti conservatori portasse a sottovalutare gli orientamenti di organizzazioni che attribuiscono alla legge religiosa un’autorità incompatibile con il pluralismo democratico.

Penso alla libertà di coscienza, che comprende anche il diritto di abbandonare la propria religione, e alla piena uguaglianza giuridica tra uomo e donna. Sono conquiste che non possono essere considerate irrinunciabili quando vengono discusse all’interno dell’Occidente e diventare improvvisamente secondarie quando entrano in relazione con sensibilità culturali differenti.

In questo atteggiamento intravedo una debolezza che attraversa una parte della cultura occidentale contemporanea: la crescente difficoltà a riconoscere il valore della propria eredità storica.

La consapevolezza delle ingiustizie che hanno segnato la nostra civiltà ha favorito una necessaria revisione critica del passato. In alcuni ambienti, però, questa consapevolezza sembra essersi trasformata in una diffidenza quasi sistematica verso la tradizione dalla quale proveniamo. Si arriva così a considerare sospetti valori familiari profondamente radicati nella nostra storia, mentre si mostra una comprensione assai più generosa verso concezioni analoghe presenti in altre culture.

È una contraddizione che rischia di impoverire lo stesso confronto tra civiltà, perché una società incapace di riconoscere il bene della propria storia finisce per affrontare l’incontro con le altre tradizioni senza una chiara consapevolezza di ciò che intende custodire.

Da anni sentiamo ripetere che occorre costruire ponti tra i popoli e superare le contrapposizioni culturali. È un desiderio che trova ragioni profonde anche nell’insegnamento della Chiesa. Il dialogo autentico richiede però la conoscenza delle convinzioni dei propri interlocutori e una consapevolezza altrettanto seria della propria identità.

Quando questa consapevolezza viene meno, l’incontro può trasformarsi in un rapporto segnato da aspettative profondamente differenti. E se le preoccupazioni che ne derivano vengono liquidate come espressioni di intolleranza, senza un esame serio delle questioni sollevate, cresce il rischio che esse alimentino reazioni di chiusura sempre più radicali.

Qui si manifesta un paradosso che trovo particolarmente preoccupante. Proprio coloro che dichiarano di voler scongiurare lo scontro tra civiltà potrebbero contribuire involontariamente ad alimentarne le condizioni, qualora la loro concezione del dialogo finisse per escludere il giudizio critico e la necessaria reciprocità.

La pace tra culture differenti richiede il riconoscimento di principi comuni e la disponibilità a rispettarli realmente. Una convivenza costruita su criteri morali applicati in maniera selettiva rischia di generare nuove incomprensioni, perché ciò che viene richiesto agli uni deve poter essere richiesto anche agli altri.

Da cristiano, considero il riconoscimento della dignità di ogni persona un patrimonio che precede le convenienze politiche. Proprio questa convinzione mi porta a considerare con serietà tanto le ingiustizie presenti nella nostra storia quanto quelle che possono manifestarsi in altre tradizioni. La verità della persona umana non cambia secondo la cultura nella quale nasce.

Mi preoccupa, perciò, immaginare un Occidente che, nel desiderio di mostrarsi aperto a tutti, finisca per educare le nuove generazioni a diffidare della propria civiltà e a considerare secondari quei principi che ne hanno faticosamente accompagnato lo sviluppo.

La politica possiede una responsabilità che supera la durata dei mandati elettorali. Ogni alleanza e ogni scelta istituzionale contribuiscono, anche attraverso conseguenze non immediatamente visibili, a determinare il mondo nel quale vivranno coloro che verranno dopo di noi.

Forse dovremmo ricordarcene più frequentemente, soprattutto quando la conquista del consenso sembra diventare il criterio prevalente delle decisioni pubbliche.

Perché la domanda che dovrebbe accompagnare ogni classe dirigente rimane questa: mentre cerchiamo i voti necessari per governare domani, siamo ancora capaci di comprendere quale società stiamo contribuendo a costruire per le generazioni future?

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