Questa mattina mi sono fermato ancora una volta davanti alla parabola dell’amministratore disonesto. È uno di quei racconti evangelici che, pur conoscendoli da molti anni, continuano a sorprendermi. Gesù sembra trovare qualcosa da apprezzare nel comportamento di un uomo che ha amministrato male i beni del suo padrone, e proprio questa apparente contraddizione mi invita a cercare più in profondità il significato delle sue parole.
Forse è anche il tempo che stiamo vivendo a rendere questa pagina particolarmente eloquente. Siamo negli ultimi giorni dell’Ottavario dei defunti. Da quasi una settimana la preghiera ci accompagna a meditare sui Novissimi, quelle verità ultime dell’esistenza che abbiamo imparato fin da piccoli e che, con il passare degli anni, rischiamo di lasciare ai margini della nostra vita quotidiana.
Fra pochi giorni anche questo Ottavario sarà concluso. Riprenderemo il ritmo ordinario delle nostre occupazioni e forse conserveremo soltanto qualche ricordo delle meditazioni ascoltate. Eppure, mentre penso a questo tempo che sta per terminare, mi attraversa una domanda alla quale non posso sottrarmi: chi mi assicura che l’anno prossimo potrò vivere un altro Ottavario? Chi può garantirmi che avrò ancora tempo per prepararmi all’incontro con il Signore?
Ritorno allora alle parole dell’amministratore: «Che cosa farò?».
Quell’uomo ha compreso che la sua gestione sta per finire. Deve rendere conto dei beni ricevuti e sa che presto perderà l’incarico. La sua reazione è sorprendente per la lucidità con cui affronta il futuro. Non si abbandona all’illusione di poter conservare per sempre ciò che gli era stato affidato. Cerca una via d’uscita e impiega tutta la propria intelligenza per assicurarsi una sistemazione.
Gesù osserva questa scaltrezza e ne ricava un insegnamento per i suoi discepoli. I figli di questo mondo, dice, sono più scaltri dei figli della luce nei rapporti con i loro simili. È un’affermazione che dovrebbe farci riflettere, soprattutto quando ci accorgiamo di quanta determinazione sappiamo mettere nella difesa dei nostri interessi e di quanto facilmente rimandiamo le decisioni che riguardano la nostra vita spirituale.
Il pensiero corre allora alla Chiesa, alla sua vita quotidiana, alle responsabilità che vi vengono esercitate e alle relazioni che talvolta ne accompagnano le vicende. La amo profondamente, questa Chiesa, e proprio per questo alcune sue debolezze continuano a interrogarmi.
Quante volte vediamo risvegliarsi energie sorprendenti quando un incarico si avvicina alla conclusione o una posizione sembra perdere importanza! Si cercano appoggi, si coltivano relazioni, si immaginano soluzioni capaci di conservare ciò che si teme di perdere. A volte il timore riguarda qualcosa di ancora più sottile: la possibilità di essere dimenticati, di non essere più consultati, di scoprire che la vita della Chiesa continua anche senza la nostra presenza.
Esiste una forma di carrierismo ecclesiastico che non ha bisogno di promozioni. Si può desiderare di rimanere influenti senza aspirare a nuovi incarichi, coltivare la propria immagine senza esercitare particolari responsabilità, cercare il riconoscimento degli altri anche quando si è convinti di agire soltanto per il bene della Chiesa. La vanagloria conosce strade discrete, e talvolta riesce a nascondersi persino dietro intenzioni sinceramente generose.
Sono pensieri che mi mettono a disagio, perché so quanto sia facile riconoscere queste tentazioni negli altri e quanto diventi difficile accorgersene quando attraversano il nostro cuore.
Anch’io ho ricevuto incarichi, ho esercitato responsabilità e conosciuto la soddisfazione di vedere apprezzato il mio lavoro. Mi sono affezionato alle persone che mi sono state affidate e alle opere nelle quali ho impegnato le mie energie. E devo chiedermi se, qualche volta, non abbia confuso il desiderio di custodire un bene con quello di continuare a esserne il custode.
È una distinzione delicata, perché l’amore per ciò che facciamo può lentamente trasformarsi in attaccamento. Cominciamo con il desiderio sincero di servire e finiamo per convincerci che la nostra presenza sia indispensabile. Ci abituiamo a pensare che le cose debbano continuare secondo le nostre decisioni, quasi che il bene realizzato dipenda soprattutto dalla nostra capacità di conservarlo.
Eppure, nella Chiesa, tutto ci è affidato.
Nessun sacerdote è proprietario della comunità che gli viene consegnata. Nessun superiore possiede i confratelli che è chiamato ad accompagnare. Nessun vescovo è padrone della Chiesa particolare affidata alla sua cura. Ogni ministero porta in sé la grandezza di una chiamata e la responsabilità di un servizio che un giorno dovrà essere riconsegnato.
Questa verità dovrebbe renderci interiormente liberi. Potremmo lavorare con maggiore serenità, accettare che altri continuino ciò che abbiamo iniziato, riconoscere con gratitudine il bene che nasce anche attraverso mani diverse dalle nostre. La fecondità di un ministero appartiene al Signore, che può servirsi di ciascuno senza diventare dipendente da nessuno.
Mi colpisce, a questo punto, un particolare della parabola. L’amministratore disonesto cerca qualcuno disposto ad accoglierlo quando avrà perduto il proprio incarico. Tutta la sua intelligenza è rivolta a procurarsi una casa nella quale trovare rifugio.
E io, per quale casa ho lavorato durante questi anni?
Il Signore mi ha affidato delle persone perché potessi accompagnarle verso la casa del Padre. Mi ha consegnato il suo Vangelo perché lo annunciassi e i suoi sacramenti perché attraverso di essi gli uomini potessero incontrare la misericordia divina. Ogni responsabilità ricevuta avrebbe dovuto aiutarmi a rendere più riconoscibile la presenza di Cristo nella vita di quanti incontravo.
Penso allora alle persone che hanno attraversato il mio cammino sacerdotale. Alcune sono ancora vicine, altre hanno preso strade diverse, altre sono già passate all’eternità. Di ciascuna porto qualcosa nel cuore e mi domando quanto della mia presenza sia stato davvero capace di orientarle verso il Signore.
Forse è questo il rendiconto più impegnativo che mi attende.
In questi giorni abbiamo pregato per tanti defunti. Alcuni hanno vissuto una vita semplice e nascosta, altri hanno ricoperto incarichi importanti e conosciuto il prestigio. Di molti si è già perduto persino il ricordo. E mentre li affidiamo alla misericordia di Dio, comprendiamo che la memoria degli uomini è fragile e che nessun riconoscimento terreno può assicurare ciò che soltanto il Signore può donarci.
C’è una consolazione profonda in questo pensiero. Il bene compiuto non scompare quando il nostro nome viene dimenticato. Rimane custodito nel cuore di Dio, anche quando nessuno lo racconta più. Forse alcune delle opere più preziose della nostra vita sono proprio quelle delle quali non abbiamo mai ricevuto un ringraziamento.
Rileggendo la parabola, comprendo allora che Gesù vuole scuotere la nostra capacità di guardare avanti. L’amministratore disonesto si preoccupa del proprio futuro terreno e agisce con decisione. Noi conosciamo la promessa della vita eterna, eppure possiamo trascorrere gran parte dell’esistenza occupandoci di ciò che è destinato a passare.
Questa mattina il Vangelo mi invita a preparare il rendiconto della mia amministrazione. Non penso tanto alle attività svolte o alle opere realizzate, quanto alle persone che il Signore mi ha posto accanto, alla carità con cui le ho accolte e alla fedeltà con cui ho cercato di servirle.
Fra pochi giorni terminerà l’Ottavario. Non so se mi sarà concesso di viverne un altro. Vorrei almeno che questa domanda continuasse ad accompagnarmi, soprattutto quando sono tentato di giudicare l’operato degli altri: ho amministrato ciò che mi è stato affidato per far crescere il Regno di Dio, oppure ho finito per cercare un posto sicuro anche per me?
Il Vangelo non mi permette di rispondere troppo in fretta.

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