Montevideo ha accolto il Papa con un entusiasmo sorprendente. Dietro le immagini di festa sono emerse le ferite di una società prospera e il significato della presenza cristiana in un Paese profondamente laico.
Le immagini dell’arrivo di Leone XIV a Montevideo hanno accompagnato una serata che, seguendo dall’Italia, mi è sembrata particolarmente significativa. La folla lungo le strade, i giovani che acclamavano il Papa e la solennità dell’accoglienza nella Plaza Independencia hanno mostrato un Uruguay che forse non corrispondeva del tutto all’immagine che ci eravamo costruiti alla vigilia del viaggio.
Avevamo riflettuto sulla profonda secolarizzazione di questo Paese, sulla diminuzione dell’appartenenza cattolica e sulle difficoltà della trasmissione della fede. Ora vedevamo migliaia di persone partecipare con entusiasmo all’arrivo del Successore di Pietro. È stato particolarmente bello ascoltare i cori del SODRE, con la presenza dei bambini e dei giovani, accompagnare l’esecuzione degli inni dell’Uruguay e della Santa Sede.
L’entusiasmo popolare possiede anche un significato civile e culturale, distinto dalla partecipazione alla vita ecclesiale. Proprio questa distinzione ci invita a comprendere meglio una società nella quale il legame con la Chiesa è profondamente cambiato e la figura del Papa continua a suscitare attenzione e affetto.
Il discorso del presidente Yamandú Orsi ha permesso di entrare in una realtà più complessa di quella che le immagini della festa potevano raccontare.
Orsi ha presentato con comprensibile orgoglio i risultati raggiunti dall’Uruguay sul piano della stabilità democratica e dello sviluppo economico. Ha ricordato una tradizione politica nella quale personalità appartenenti a schieramenti differenti hanno imparato a condividere la responsabilità della vita nazionale, riconoscendo nel dialogo una condizione essenziale della convivenza civile.
Poi ha parlato delle ferite del proprio Paese.
È stato uno dei momenti più interessanti della cerimonia, perché il Presidente ha riconosciuto apertamente quanto possano essere distanti gli indicatori della prosperità dalle condizioni concrete nelle quali vivono alcune persone. L’Uruguay, che egli ha presentato come uno dei Paesi economicamente più avanzati della regione, continua a registrare livelli preoccupanti di povertà infantile. La sofferenza psicologica coinvolge molti giovani e la solitudine accompagna l’esistenza di numerose persone anziane.
Mi sembra che qui emerga una questione che riguarda anche le nostre società europee. Abbiamo imparato a misurare il progresso attraverso la crescita economica e la qualità dei servizi. Sono risultati importanti, che meritano di essere riconosciuti. La vita umana conserva però esigenze che sfuggono alle statistiche, perché nessun indicatore economico riesce a dirci fino in fondo quanto una persona si senta amata e quale speranza custodisca nel cuore.
Una società può raggiungere livelli elevati di benessere materiale e continuare a conoscere forme profonde di sofferenza. La solitudine rappresenta forse una delle espressioni più dolorose di questa contraddizione, soprattutto quando raggiunge persone che vivono circondate dagli altri e finiscono per sentirsi estranee persino all’interno della propria famiglia.
Leone XIV ha raccolto queste preoccupazioni attraverso le immagini del monumento ad Artigas, davanti al quale si svolgeva la cerimonia.
Nei bassorilievi che raccontano l’esodo del popolo orientale del 1811 ha riconosciuto uomini e donne appartenenti a condizioni differenti, uniti dalla necessità di continuare insieme il cammino. La madre che custodisce il bambino e l’anziana che procede faticosamente sono diventate figure attraverso le quali ricordare una verità fondamentale: la dignità umana appartiene a ogni persona lungo l’intero corso della sua esistenza.
La fragilità rende particolarmente evidente la nostra responsabilità verso gli altri. Il Papa ha richiamato la protezione della vita nascente e il dovere di accompagnare chi soffre fino al termine naturale dell’esistenza, riconoscendo nella cura delle persone una misura concreta della qualità della convivenza civile.
Mi ha colpito il riferimento alla propria recente esperienza della malattia. Leone XIV ha ricordato con gratitudine le cure ricevute e ha rivolto il pensiero a quanti non dispongono delle stesse possibilità. In quelle parole si avvertiva la consapevolezza personale di una fragilità che accomuna tutti gli uomini.
Proprio attraverso questa attenzione alla persona è emerso il secondo grande tema della giornata: quale spazio può avere la Chiesa in una società che ha fatto della laicità una caratteristica fondamentale delle proprie istituzioni?
Il presidente Orsi ha offerto una prima risposta riconoscendo pubblicamente il contributo dei cattolici alla costruzione dell’Uruguay. Ha ricordato l’opera educativa e sociale della Chiesa e la protezione offerta a tanti cittadini durante gli anni della dittatura. Ha fatto memoria di sacerdoti e laici che hanno dedicato la propria esistenza alle persone più povere, riconoscendo che lo Stato ha bisogno della collaborazione dell’intera società.
È un riconoscimento importante, soprattutto perché proviene dal Presidente di un Paese nel quale la separazione tra istituzioni civili e religiose possiede una lunga storia.
Leone XIV ha approfondito questa prospettiva richiamando l’insegnamento del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa. La laicità dello Stato è chiamata a garantire uno spazio nel quale credenti e non credenti possano vivere secondo coscienza, partecipando alla costruzione del bene comune nel rispetto reciproco.
Qui si trova una distinzione che considero essenziale. La neutralità delle istituzioni riguarda il loro rapporto con le diverse convinzioni religiose e filosofiche presenti nella società. La libertà religiosa comprende anche la possibilità che la fede venga professata pubblicamente e che le comunità cristiane contribuiscano alla vita civile attraverso la propria testimonianza.
La presenza della Chiesa non domanda privilegi istituzionali. Essa esercita la propria libertà proponendo ciò che ha ricevuto e collaborando con quanti condividono l’impegno per la dignità della persona.
Questo incontro tra il Presidente e il Pontefice mi sembra particolarmente significativo per il nostro tempo, nel quale il confronto pubblico sulla religione finisce spesso per essere condizionato dalle polarizzazioni ideologiche. A Montevideo abbiamo ascoltato due uomini rappresentare responsabilità differenti, riconoscendo la possibilità di collaborare senza rinunciare alle proprie convinzioni.
La giornata è poi proseguita attraverso le strade della capitale, dove il Papa ha incontrato ancora l’entusiasmo della popolazione. Al Cabildo ha lasciato un messaggio nel registro della città, affidando al Signore Montevideo e i suoi abitanti, perché il suo amore facesse fiorire tra loro la pace e la speranza.
La conclusione è giunta nella Cattedrale Metropolitana, con la celebrazione dei Vespri.
Qui Leone XIV ha richiamato un particolare che mi sembra offrire la chiave per rileggere tutta la giornata. Nella Plaza Independencia aveva contemplato il monumento ad Artigas, riconoscendo nelle figure scolpite nel bronzo la dignità delle persone che compongono un popolo. Nella Cattedrale ha ricordato invece il fonte battesimale nel quale lo stesso Artigas aveva ricevuto il Battesimo.
La medesima figura storica aveva accompagnato il Papa dalla piazza alla preghiera.
Nel primo incontro era emersa la responsabilità verso la famiglia umana. Durante i Vespri, il ricordo del Battesimo ha permesso di approfondire la vocazione cristiana a diventare sempre più somiglianti a Gesù Cristo.
Il Papa ha ricordato ai sacerdoti e ai consacrati che il cuore assume progressivamente la forma di ciò che ama. Ha invitato a custodire la familiarità con il Signore, affinché il servizio quotidiano diventi una testimonianza capace di rendere riconoscibile il suo amore.
Mi sono rimaste particolarmente impresse le parole dedicate alle mani invecchiate facendo del bene. In esse ho ritrovato la bellezza di tante esistenze consacrate, trascorse nel servizio discreto delle comunità e nella perseveranza di una fedeltà che continua anche quando diminuiscono le forze.
Da quella stessa Cattedrale è giunto un invito alla Chiesa universale: promuovere giornate di preghiera e digiuno per le vocazioni sacerdotali e religiose, seguendo l’esperienza della comunità uruguaiana. È significativo che una proposta destinata a tutta la Chiesa sia nata proprio in un Paese dove la trasmissione della fede incontra difficoltà così profonde.
Ripensando alla lunga giornata di Montevideo, mi sembra che le parole del Presidente e quelle del Papa si siano incontrate attorno a una domanda comune: quale futuro desideriamo costruire per le persone che ci sono affidate?
La risposta cristiana trova il proprio fondamento nell’incontro con Gesù Cristo, dal quale nasce uno sguardo nuovo sull’uomo. È questa la ricchezza che la Chiesa può offrire anche a una società profondamente laica, attraverso una presenza rispettosa e una testimonianza capace di raggiungere la vita concreta delle persone.
Forse è proprio questa la prima indicazione che Leone XIV ha consegnato all’Uruguay. La prosperità di una nazione acquista un significato pienamente umano quando raggiunge anche coloro che portano ferite invisibili. La libertà religiosa permette alla Chiesa di partecipare a questa responsabilità comune, rimanendo fedele alla propria missione.
Dalla piazza al fonte battesimale, il Papa ha ricordato che la Chiesa vive nella storia dei popoli per annunciare Gesù Cristo e la speranza del suo Vangelo.
È una speranza che prende forma nella vita di quanti, avendolo incontrato, imparano giorno dopo giorno a somigliargli.
Fonti: Leone XIV, discorso alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico, Plaza Independencia, Montevideo, 6 novembre 2026; Leone XIV, omelia ai Vespri nella Cattedrale Metropolitana, 6 novembre 2026.

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