don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Le domande dell’Assemblea e le risposte dell’Arcivescovo | 17 ottobre 2026


Domande dell’Assemblea diocesana e risposte dell’Arcivescovo

Cannaiola di Trevi, 17 ottobre 2026 · Arcidiocesi di Spoleto-Norcia

Domande presentate durante l’Assemblea e risposte dell’Arcivescovo. Trascrizione redazionale integrale, ripulita dagli elementi propri del parlato. La conclusione raccoglie in forma redazionale le parole finali del Vescovo.

1. Celebrazione dei sacramenti nella forma della Liturgia della Parola e verifica della scelta

Domanda. I sacramenti celebrati con la Liturgia della Parola, tra l’altro poco spiegati in alcune Pievanie, erano inizialmente una scelta sperimentale. Come è stato verificato che l’esperimento funziona?

Ci sono due aspetti. È vero che in alcune Pievanie questa scelta forse non è stata spiegata bene. Talvolta si è semplicemente detto: «Si fa così». Il più delle volte si ricorre alla formula «il Vescovo vuole» oppure «il Vescovo non vuole». In questo modo si cerca sempre un responsabile esterno. Non è così. Questa scelta doveva essere spiegata e motivata, indicando le ragioni che ci hanno condotto ad assumerla. Probabilmente non è stato fatto ovunque nello stesso modo e, in alcuni luoghi, la scelta non è stata applicata con coerenza.

Penso, per esempio, al Battesimo inserito nella Messa in forme ibride. Così non è né un Battesimo né una Messa.

Sono state date indicazioni precise proprio per chiarire la distinzione: il Battesimo non è un’appendice della Messa e non è neppure un’introduzione alla Messa. Sono celebrazioni distinte, da vivere in modo distinto. La mancanza di chiarezza iniziale e il permanere di formule miste hanno creato confusione e disorientamento.

Quanto alla verifica, sì, è stata fatta. Sono state raccolte opinioni, considerazioni, commenti e suggerimenti. La questione è stata poi affrontata in una sessione congiunta del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Pievani.

Non ricordo ora la data esatta, ma ci siamo confrontati a lungo e alla fine vi è stata anche una votazione esplicita.

Se ben ricordo, soltanto due persone manifestarono una riserva o un parere negativo. La maggioranza si espresse per continuare con questa formula.

Non è una pillola magica e non risolve tutti i problemi. È una prassi che si sta diffondendo anche in altre diocesi italiane, perché dobbiamo prendere sul serio la situazione di scristianizzazione e di indifferenza nella quale viviamo. Non per deprimerci, ma per abitare questa realtà salvaguardando la bellezza e la verità dei sacramenti e, soprattutto, dell’Eucaristia, che è la celebrazione della pienezza della vita cristiana. Gli altri sacramenti non valgono meno quando sono celebrati fuori dalla Messa: ogni sacramento comunica la grazia e la vita di Dio. Chi ha la mia età ricorda bene che, prima del Concilio Vaticano II, questi sacramenti venivano normalmente celebrati senza la Messa. Non stiamo quindi inventando qualcosa di assolutamente nuovo.

La realtà è più forte dell’idea. Sarebbe bello vivere ancora in un regime di cristianità, ma non è più così. Siamo una minoranza, che però non deve deprimersi. Benedetto XVI parlava dei cristiani come di una «minoranza creativa», capace di abitare il proprio tempo e di mostrare la bellezza di una vita illuminata dal Vangelo. La vita cristiana deve diventare attrattiva. La Chiesa non si diffonde per propaganda, ma per attrazione. Quando si vede una comunità viva, vivace e generativa, nasce il desiderio di farne parte. Una comunità piatta, divisa al suo interno o ridotta a custodire un museo non attrae nessuno.

La nostra preoccupazione non deve essere riempire le chiese. Deve essere aiutare la gente a incontrare il Signore.

Tutto va valutato in questa prospettiva: ciò che stiamo facendo aiuta le persone a incontrare il Signore e a fare un’esperienza viva di Lui? Se non aiuta, rischia di diventare una dispersione delle poche forze che abbiamo.

Continuiamo a fare molte cose buone, impiegando tempo, persone, energie, strutture e denaro. Dobbiamo domandarci se ciò che facciamo aiuta davvero le persone a incontrare il Signore e a dare pienezza alla vita quotidiana. Vivere di ricordi e rimpianti non produce nulla; vivere soltanto di sogni per ciò che ancora non esiste produce altrettanto poco. Occorre stare con i piedi per terra.

Prendiamo il Battesimo. Diciamo che la comunità cristiana accoglie il bambino e i suoi genitori, perché la fede non è un fatto privato, ma si vive dentro una comunità. E dopo il Battesimo, dov’è questa comunità? Come ci prendiamo cura di quei genitori? Come li accompagniamo? Anche qui la realtà è più forte dell’idea.

Per questo è importante dare sempre le motivazioni delle scelte. È inevitabile che una decisione non raccolga il plauso di tutti e susciti critiche. Molte critiche, però, nascono da una informazione insufficiente. Laddove le cose sono state spiegate, illustrate e vissute bene, la situazione è diversa.

Celebrare un funerale senza la Messa non significa farlo in un quarto d’ora per sbrigarsi. È una liturgia e deve essere dignitosa, curata, con un’omelia adeguata alla persona e alla situazione, non un testo sempre uguale nel quale cambia soltanto il nome del defunto. Battesimi, matrimoni, cresime e funerali raccolgono molte persone che non frequentano abitualmente la comunità cristiana. La domanda è: che cosa si portano a casa? Quale messaggio abbiamo trasmesso? L’omelia può essere una delle rare occasioni nelle quali queste persone ascoltano una parola diversa da quelle che ricevono abitualmente.

Lo stesso criterio vale per le Liturgie della Parola, per le processioni, per le feste: che cosa trasmettiamo? Non dobbiamo ridurci a fare folklore, neppure un folklore spirituale. Sarebbe bello se una persona, tornando a casa da un funerale o da un Battesimo, potesse pensare: «Il sacerdote ha detto una cosa alla quale non avevo mai pensato». Le formule possono essere diverse, ma la preoccupazione deve essere sempre la stessa: che cosa lasciamo?

Per questo parlavo di Messe nutrienti. Che cosa porta a casa chi partecipa alla Messa domenicale nel Centro eucaristico? E che cosa portiamo a casa noi stessi? È una responsabilità che interpella anzitutto noi sacerdoti: come prepariamo la celebrazione e l’omelia? Interpella anche chi svolge un ministero. Il lettore deve proclamare la Parola in modo che l’assemblea possa realmente ascoltarla; il coro non deve esibirsi, ma aiutare l’assemblea a cantare. Se alla fine della Messa la gente dice al coro «come avete cantato bene», il coro rischia di aver fallito il suo compito; se invece dice «grazie, ci avete aiutato a cantare», allora ha svolto bene il proprio ministero. Le esibizioni si fanno a teatro; in chiesa si prega anche cantando.

2. Dal servizio gestito dal parroco alla corresponsabilità dell’Équipe pastorale

Domanda. La vocazione è uguale per tutti, chiamati all’amore nelle diverse forme di vita. Il passaggio da un servizio gestito dal parroco all’Équipe pastorale dipende anche dal Pievano e dai sacerdoti collaboratori. Come intendono il loro servizio?

Bisognerebbe chiederlo ai Pievani e ai sacerdoti collaboratori, ma forse anche il Vescovo può avere un’idea.

Questa forma di ministero pastorale richiede un cambiamento di mentalità per tutti, sacerdoti e fedeli laici. Non basta distribuire diversamente i compiti o suddividere il territorio con modalità nuove.

Veniamo da una situazione ecclesiale nella quale il sacerdote era il gestore di tutto, la parrocchia era affidata al parroco e vi erano dei collaboratori disponibili ad aiutarlo quando chiedeva: per il catechismo, per un lavoro materiale, per la festa patronale. Ora siamo invitati ad assumere un’altra mentalità: «La Pievania mi appartiene».

Prete o laico, chi accetta un invito al servizio dovrebbe riconoscervi l’espressione di una chiamata che Dio gli rivolge personalmente. Dentro il ministero ricevuto si partecipa a una responsabilità comune. Non è giusto che il Pievano debba trascinarsi dietro persone che non ci credono, accettano soltanto perché non sanno dire di no e dopo poco si stancano.

L’Équipe è un unicum, e per questo ho usato l’immagine provocatoria del «vero parroco della Pievania». Ma ciò richiede un cambiamento di mentalità. Se manca il prete non possiamo pensare che tutto debba chiudere. Dove sono i cristiani? È il Battesimo ricevuto che abilita ogni cristiano ad annunciare il Vangelo. È una questione di testa prima ancora che di architettura o ingegneria pastorale.

Conosciamo bene la malattia del campanile: «Se non c’è la Messa nella mia chiesa, non ci vado». Ma che cosa è essenziale: i muri che ci circondano o il sacrificio di Cristo celebrato insieme ai fratelli e alle sorelle nella fede? Il mondo è cambiato e non possiamo rimanere al traino delle situazioni. Qualcuno dice che il terremoto ci ha obbligati a scoprire certe cose. Ma ci vuole davvero un terremoto per cambiare? Si tratta di distinguere ciò che è essenziale da ciò che è marginale o periferico. Essenziale è l’Eucaristia, non il luogo nel quale si celebra.

Essenziale è una comunità viva, nella quale c’è chi proclama la Parola, chi canta, chi sa esercitare un ministero di accoglienza.

Quante volte entriamo in chiesa per la Messa e abbiamo accanto persone alle quali non chiediamo neppure chi siano e da dove vengano? Parliamo di relazioni fraterne, ma spesso viviamo come isole. Il ministero dell’accoglienza significa anche avere qualcuno alla porta che vada incontro a chi arriva per la prima volta.

Pensiamo ai turisti che frequentano le nostre zone nella bella stagione: partecipano alla Messa e se ne vanno senza che nessuno dica loro buongiorno. Ho suggerito più volte che, in occasione delle Cresime in Cattedrale, vi siano persone che accolgano i parenti e le famiglie che arrivano.

Continuiamo a dire che la bellezza delle relazioni deve essere attrattiva. Nascondersi dietro un titolo o una struttura e dire che va tutto bene non serve. Guardare la realtà significa riconoscere che dobbiamo convertirci tutti, dal Vescovo in poi.

3. Giovani, oratori e appartenenza alla Chiesa diocesana

Domanda. Come trasmettere nella comunità di Pievania la visione che tutti sono responsabili dei giovani e dell’oratorio di Pievania? Come stimolare nei giovani e negli oratori il senso di appartenenza alla diocesi?

Direi che dobbiamo coltivare il senso di appartenenza alla diocesi innanzitutto negli adulti. Se gli adulti non lo sentono, non sapranno trasmetterlo ai più giovani. E sappiamo che, almeno da noi, il senso di appartenenza diocesana è piuttosto fragile. Il mondo rischia di finire dove finisce la periferia della mia parrocchia o della mia Pievania.

Da quando abbiamo iniziato a celebrare le Cresime in Cattedrale, molte persone provenienti dal territorio diocesano hanno detto: «È la prima volta che vedo una cosa così bella». Questo dice qualcosa sul senso di appartenenza alla diocesi. Naturalmente non significa soltanto andare a vedere la Cattedrale. Significa sentirsi membra vive di un corpo. La nostra diocesi va da Castelluccio fino a Pomonte, sotto Assisi: ciò che si vive a cento chilometri di distanza non è «affare loro». Appartiene anche a me.

Il senso di appartenenza ci fa dire: «Questa è la mia Chiesa; questa è la Chiesa che il Signore mi dona». Prima dei gruppi, delle associazioni, dei movimenti e dei diversi cammini viene la Chiesa locale. Se non sono inserito in essa, rischio di costruire una Chiesa parallela. È una Chiesa certamente segnata da limiti, contraddizioni e rughe; è una Chiesa fatta di poveracci, come siamo tutti noi. Eppure è la Chiesa che Gesù Cristo ci dona. I movimenti, i gruppi e i percorsi possono donarci Cristo nella misura in cui sono vitalmente inseriti in questa Chiesa concreta.

Questa Chiesa va amata così com’è, non per imbalsamarla, ma per renderla più bella con il nostro amore, il nostro servizio e la nostra conversione. Alimentare nei giovani il senso di appartenenza significa quindi coltivarlo prima negli adulti. Se costruisco il mio gruppetto o il mio oratorio parlando male degli altri oratori o dei sacerdoti, non sto educando all’appartenenza: sto favorendo divisione e ferendo la comunione.

L’appartenenza alla Chiesa allarga gli orizzonti. Ci sono giovani cresciuti nelle nostre parrocchie che, quando vedono il Vescovo, cambiano strada. Chi ha insegnato loro questo? Dobbiamo chiederci, noi che siamo qui, membri delle Équipe, catechisti, operatori della Caritas: quanto voglio bene a questa Chiesa? Quanto mi sento parte viva? Che cosa posso fare per alimentare la comunione?

Ogni parola velenosa ferisce la comunità, anche quando non se ne vede immediatamente l’effetto. La critica distruttiva non serve e danneggia tutti. Talvolta bisogna mordersi la lingua, come diceva Papa Francesco. Il fatto di non essere d’accordo con qualcosa non mi autorizza a spargere veleno attorno a me. Se ho un’obiezione, posso dirla alla persona interessata.

Appartenere alla Chiesa significa sentirsi un corpo unico e assumere responsabilmente il cammino che si sta facendo, pur dentro i limiti e le fragilità che conosciamo. L’amore alla Chiesa si vede concretamente in ciò che diciamo e non diciamo, in ciò che facciamo e non facciamo. Se noi adulti saremo appassionati di questa Chiesa, i giovani lo percepiranno. Se raccolgono da noi soltanto un atteggiamento critico e di opposizione, non possiamo pretendere che imparino che cosa sia la Chiesa locale.

4. L’Équipe pastorale come luogo di discernimento e corresponsabilità

Domanda. Che cosa può aiutare un’Équipe pastorale a diventare un luogo di discernimento e corresponsabilità nel rispetto della missione e dell’autorità propria del ministero ordinato?

In parte l’ho già detto: il senso di appartenenza alla Chiesa. Questa Chiesa vi appartiene. Mi piace usare l’immagine del mosaico. Un mosaico è composto da migliaia di piccole tessere. Ciascuna, presa da sola, ha un valore relativo; messa insieme alle altre contribuisce a formare qualcosa di bello. Se da quella parete tolgo anche una sola tessera, rimane un buco. Noi siamo così. Nessuno è indispensabile, ma ciascuno ha un posto che non può essere occupato nello stesso modo da un altro. Se io non ci sono, qualcun altro farà la sua parte, ma non farà la mia.

Un secondo elemento è la Lectio divina, cioè la frequentazione del testo sacro. La Lectio non è la «lezioncina» del Pievano o di un altro sacerdote, dopo la quale ciascuno torna a casa avendo ascoltato quello che il prete sapeva già. È entrare progressivamente nel pensiero di Dio. Il rimprovero più forte che Gesù rivolge a Pietro è: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Noi dobbiamo imparare a pensare secondo Dio.

Per farlo dobbiamo imparare che cosa pensa Dio, e questo lo troviamo nella Sacra Scrittura. Non si tratta anzitutto di un percorso intellettuale. Ci sono modalità diverse, ma sarebbe importante favorire nelle Pievanie momenti di ascolto e accoglienza della Parola, nei quali non ci si limiti a raccogliere informazioni, ma ci si chieda: «Che cosa mi sta dicendo Dio attraverso questa pagina? Che cosa mi dice il Vangelo della prossima domenica?». Anche dieci minuti dedicati alla lettura, all’approfondimento e alla preghiera possono educarci a pensare secondo Dio.

Siamo abituati a fare molte cose: catechismo, Caritas, fiori in chiesa, pulizie, visita agli ammalati. Sono tutte cose buone. Ma dov’è la radice? Perché le facciamo? Quando parlavo della Caritas ricordavo che tutte le iniziative socioassistenziali devono avere un’origine, e l’origine è il rapporto con Cristo. Se manca questo, altre persone possono svolgere gli stessi servizi anche meglio di noi, perché lo fanno professionalmente e con competenza.

Noi li facciamo perché seguiamo un Maestro che ci dice: «Amatevi come io vi ho amato». Il punto decisivo è quel «come». Non ci è chiesto genericamente di andare d’accordo, ma di assumere come misura l’amore di Cristo. Da qui nasce l’attenzione al povero, a chi porta le ferite della vita, ai giovani che devono affrontare l’esistenza, ai bambini che in casa non hanno mai sentito parlare di Gesù, alle persone anziane che non hanno bisogno soltanto di un «postino dell’Eucaristia», che arriva, consegna e scappa, ma di qualcuno che sappia ascoltare e dire una parola di speranza nella sofferenza e nella solitudine.

A una persona anziana o a una famiglia in difficoltà dobbiamo poter dire: «Non siete soli. Dietro di me c’è una comunità cristiana che sa che esistete, conosce ciò che state vivendo, vi accompagna con la preghiera e vi porta il tesoro più bello che possiede, il Corpo di Cristo». Tutto nasce dall’incontro personale con il Signore. Se manca questo incontro, possiamo diventare impiegati o funzionari che fanno bene il proprio mestiere, ma non discepoli.

5. Formazione degli adulti e crescita nella fede

Domanda. Quale formazione aiuta davvero gli adulti a crescere nella fede e nel senso di appartenenza alla Chiesa? Quali esperienze già presenti nelle nostre comunità meritano di essere valorizzate?

Non esiste una formula automatica. Ci aiutano anzitutto la Parola di Dio, l’informarsi e il formarsi. Tutti noi abbiamo frequentato il catechismo. In passato il catechismo trasmetteva i contenuti di una fede che, normalmente, era già stata ricevuta in famiglia: il segno della croce, l’Ave Maria, la Messa domenicale, una vita familiare almeno culturalmente credente. A quella fede ereditata bisognava dare contenuti più precisi.

Oggi non è più così. Il catechismo non può ridursi alla trasmissione di nozioni: si tratta di scoprire un mondo.

Questo vale anche per gli adulti. Non si vive di rendita. La fede o si sceglie o si scioglie. Se non alimento la mia fede con i sacramenti, in particolare l’Eucaristia e la Confessione, e se non cerco di comprendere che cosa credo, la fede si svuota.

Ogni domenica diciamo: «Credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; credo in Gesù Cristo».

Ma che cosa significa? Come incide sulle mie scelte? Credere in Dio significa anche lasciarmi orientare da ciò che Dio mi dice quando devo prendere una decisione. Qual è il metro con cui misuro quello che faccio?

La formazione serve a sapere perché credo, perché vado in chiesa, perché dedico una parte del mio tempo a un servizio, perché provo a essere una persona accogliente, cordiale e misericordiosa anche quando umanamente farei fatica. «Date ragione della speranza che è in voi»: questo è il senso.

L’anno scorso abbiamo proposto durante tutto l’anno incontri periodici online; ora don Mario li ha raccolti insieme e sono nuovamente disponibili. È un percorso di approfondimento della fede.

Devo però essere onesto fino in fondo: tante volte riceviamo richieste di formazione e poi, quando la formazione viene offerta, chi l’aveva richiesta non si vede. La formazione non è automatica. Se la desideriamo, dobbiamo anche approfittare concretamente delle occasioni che ci vengono offerte.

6. Annunciare il Vangelo dentro il mondo senza ridurlo alla misura del mondo

Domanda. Il Vangelo che proponiamo al mondo deve ascoltare le esigenze del mondo oppure deve restare libero dal mondo e quindi essere esigente e radicale?

Le due cose devono stare insieme. Non possiamo annunciare il Vangelo sopra la testa della gente. Dobbiamo avere i piedi per terra. Viviamo in una situazione concreta: stare a Spoleto non significa stare a Palermo o a Milano. Qui esiste una determinata situazione sociale, culturale e storica, e il Vangelo deve essere annunciato qui.

Dobbiamo conoscere la realtà nella quale viviamo.

Conoscere la realtà, però, non significa adattarsi alla realtà. Il Vangelo non deve perdere nulla delle sue esigenze.

Molte volte abbiamo paura e pensiamo: «Se chiediamo questo, poi non vengono più». Ricordo un episodio: dopo aver accompagnato un nuovo parroco in una comunità, una signora, molto contrariata per il trasferimento del sacerdote precedente, mi disse che non sarebbe più venuta in chiesa. Le risposi che avremmo provato a celebrare la Messa ugualmente. Non possiamo abbassare continuamente il livello per paura di perdere qualcuno.

A forza di abbassare il livello e di intendere l’accoglienza come rinuncia a ogni esigenza, siamo arrivati all’indifferenza. Il Vangelo non si svende. Deve certamente essere annunciato dentro una situazione particolare, ma senza sconti.

Pensiamo alla catechesi per la Cresima e la Prima Eucaristia. Diciamo che è un percorso importante e impegnativo, ma poi, se la prima domanda diventa soltanto «qual è la data della Comunione, perché dobbiamo prenotare il ristorante?» e, alla fine, chi partecipa e chi non partecipa viene trattato allo stesso modo, non siamo seri. Per paura di risultare esigenti rischiamo di trasmettere l’idea che, in fondo, la presenza o l’assenza di Dio non cambi nulla.

Occorre avere il coraggio di assumere anche l’impopolarità. Non possiamo nasconderci dietro il «lo vuole il Vescovo» o «il Vescovo non vuole». Bisogna saper dire personalmente perché una cosa si fa o non si fa. Il Vangelo non ammette sconti. Ciò che diciamo a Spoleto non deve essere necessariamente espresso con le stesse parole che useremmo a Palermo, ma il Vangelo rimane nella sua integrità. Siamo chiamati a servire il Vangelo, non quello che ci costruiamo su misura.

7. Il rapporto dell’Équipe pastorale con le diverse realtà della Pievania

Domanda. Sarebbe opportuno che l’Équipe pastorale incontrasse le varie realtà della Pievania – Caritas, catechisti, ministri e animatori liturgici – per farsi conoscere e soprattutto per conoscere le persone che operano nella comunità?

Se l’Équipe deve cominciare da zero a conoscere la gente, c’è qualcosa che non funziona. O i membri dell’Équipe vengono dalla Luna, oppure dovrebbero essere persone cresciute all’interno della comunità e capaci di conoscerne la situazione. Non sono gli amici del parroco che formano un gruppetto attorno a lui per dirgli quanto è bravo.

Sono persone che vengono dalla comunità e assumono la responsabilità di accompagnarne il cammino.

È certamente importante mantenere un dialogo con le persone che svolgono i diversi servizi. Ma l’Équipe non è il consiglio di amministrazione di un’azienda che va a chiedere conto ai diversi settori. La relazione deve essere circolare.

Se l’Équipe è, nell’immagine che ho usato, il «vero parroco della Pievania», è bene che in alcuni momenti incontri i catechisti per ascoltarsi e raccontarsi reciprocamente, e in altri incontri coloro che svolgono un servizio nella liturgia, i lettori, il coro e gli altri ministri. Lo scopo è fare il punto e guardare avanti: che cosa stiamo facendo?

Che cosa vale la pena continuare? Quali poche cose sono realmente realizzabili e verificabili?

L’Équipe non è un gruppo a parte e non è un gruppo di organizzatori. È nata e cresce dentro la comunità. Il suo compito non è semplicemente organizzare eventi, incontri o situazioni, ma prendersi cura. E prendersi cura significa conoscere il polso della comunità.

Faccio un esempio. Questa mattina mi sarei aspettato la presenza di tutti i membri delle Équipe. Non è così. Non voglio giudicare o accusare, ma questo interpella il senso di appartenenza, la responsabilità condivisa, l’amore alla Chiesa e la volontà di proseguire il cammino. Queste cose, alla fine, si vedono. Due o tre appuntamenti diocesani all’anno sono costitutivi della vita di un’Équipe e chiedono di essere presi sul serio.

8. Linguaggi, liturgia e testimonianza

Domanda. Come possiamo ripensare i nostri linguaggi e le nostre liturgie per ripartire dal Vangelo, considerando che le assemblee sono composte in gran parte da persone adulte e che molti giovani faticano a comprendere il linguaggio ecclesiale?

Partiamo da una constatazione: le nostre assemblee liturgiche sono composte, salvo rare eccezioni, soprattutto da persone di una certa età. I catechisti si scoraggiano perché alla Messa domenicale i bambini del catechismo spesso non vengono. E quale messaggio ne ricavano i bambini? Che la liturgia è una cosa per anziani e che la Messa della domenica va bene per i nonni, visto che papà e mamma non partecipano. Oppure vengono lasciati davanti alla chiesa e ripresi alla fine. È evidente che questo comunica qualcosa.

È anche vero che nelle nostre liturgie utilizziamo segni che oggi molte persone non comprendono più. Pensiamo agli oli nel Battesimo o all’incenso. Sono segni bellissimi e ricchi di significato, ma, se non vengono introdotti e spiegati, possono apparire incomprensibili. Perché si incensa l’altare? Perché l’altare rappresenta Cristo, è il luogo nel quale il sacrificio della Croce si rende presente come dono di vita. È un luogo sacro.

Lo stesso vale per il modo di stare in chiesa. Perché prima della Messa talvolta sembra di essere in una piazza affollata e soltanto al suono della campanella si fa silenzio? Perché alla fine si corre subito fuori o si rimane in chiesa a fare conversazione, quando la piazza esiste proprio per questo? I luoghi e i segni hanno un significato.

Pensiamo al rito di dedicazione di una chiesa: le pareti vengono unte proprio per indicare che quel luogo è messo a parte ed è destinato all’incontro della comunità con il suo Signore.

Quando i segni della liturgia non parlano più, la soluzione non è inventarne continuamente di nuovi. Talvolta all’offertorio portiamo oggetti di ogni genere e poi dobbiamo spiegare al microfono che cosa significano. Ma, se un segno ha bisogno ogni volta di una lunga spiegazione, forse non sta più svolgendo la funzione di segno.

L’offertorio ha già i suoi segni: il pane, il vino e il gesto della carità per i poveri. Non è l’esposizione delle attività o dei prodotti della comunità.

Anche nell’uso di espressioni culturali differenti dobbiamo essere prudenti. Non siamo a teatro e non dobbiamo creare folklore. La sobrietà nella liturgia è fondamentale. Questo non significa celebrare in modo freddo o spento.

Significa lasciar parlare il mistero e i segni propri della liturgia.

La questione del linguaggio è delicata ed è stata molto affrontata anche nel cammino sinodale delle Chiese in Italia: come intercettare oggi il bisogno di Dio che ogni persona porta dentro di sé, anche chi si definisce non credente? Questa è una domanda che le Équipe devono porsi: attraverso quali gesti, modalità e segni possiamo intercettare la sete di infinito presente nelle persone? Nessuno possiede la formula risolutiva, ma dobbiamo almeno porci seriamente il problema e aiutare le persone a comprendere ciò che celebriamo e ciò che vogliamo dire attraverso i gesti e gli strumenti che ci sono consegnati.

L’evangelizzazione passa attraverso linguaggi diversi, ma il primo è la testimonianza personale. Quando qualcuno vede una persona vivere con coerenza, affrontare le fatiche della famiglia, rimanere fedele al Vangelo, perdonare chi l’ha ferita, può chiedersi: «Chi te lo fa fare? Che cosa ci guadagni?». È questa la domanda che apre alla testimonianza.

Paolo VI ricordava che il mondo ha bisogno di testimoni e ascolta i maestri nella misura in cui sono anche testimoni. Vale pienamente ancora oggi. Tutti parlano, tutti pretendono di avere qualcosa da insegnare, tutti vogliono essere ascoltati. Ma chi parla vive davvero ciò che dice? Pensiamo a figure come Madre Teresa o a tanti santi: anche chi non condivideva la loro fede riconosceva la coerenza della loro vita.

Il primo linguaggio è quindi la testimonianza. Ai discepoli di Giovanni Battista che domandavano a Gesù dove abitasse, Gesù non offrì anzitutto una lezione: disse «Venite e vedrete». Queste cose si comprendono sperimentandole.

Anche le nostre comunità devono essere luoghi nei quali si possa sperimentare la fecondità del Vangelo. Il cristianesimo si è diffuso nei primi secoli anche perché il modo di vivere delle comunità cristiane suscitava stupore. Pensiamo alle prime comunità giunte anche nel nostro territorio lungo le vie consolari e alla memoria dei martiri custodita a Spoleto e nei nostri paesi. La domanda era: «Guardate come si vogliono bene». Era un modo di stare insieme che incuriosiva.

Le nostre comunità sono attraenti in questo senso? Non per farci pubblicità, ma perché mostrano che vale la pena essere cristiani, che il Vangelo dà pienezza alla vita e porta a compimento la nostra umanità. Non si tratta di essere superuomini o persone fuori dal mondo, ma persone normali la cui normalità è abitata dal Vangelo. Questo è il linguaggio più forte; altrimenti tutto rischia di diventare propaganda.

9. Tempi di maturazione delle Pievanie

Domanda. C’è un obiettivo temporale entro il quale poter dire che le Pievanie sono entrate a pieno regime?

Lascerei questa verifica a ciascuna Équipe, che deve riflettere ed esaminarsi. Ma bisogna chiarire che cosa significhi «entrare a pieno regime». Significa essere efficienti? Non credo che il problema sia produrre qualcosa di nuovo o fare di più.

La vera domanda è come guardiamo la realtà e quali germi di vita vi inseriamo. Non facciamoci prendere dalla tentazione dell’efficientismo. Non si tratta soltanto di fare, produrre o inventare. Si tratta di rendere vivo ciò che c’è, di mettere contenuti forti dentro i contenitori che già esistono, rivitalizzandoli. Torna la domanda: che cosa porta a casa la gente quando viene da noi?

Più che essere efficienti, dobbiamo essere credibili. E la credibilità viene dalla vita e dal comportamento.

Certamente non possiamo allungare indefinitamente l’attesa. Non siamo i custodi di un museo, non siamo dei sognatori e non dovremmo essere soltanto pompieri che corrono a spegnere incendi. Dovremmo essere architetti che costruiscono, nel nostro piccolo, dentro tutte le fatiche, le difficoltà e le contraddizioni.

Quello che costruiamo di nuovo non è detto che funzioni e non è detto che rappresenti la formula definitiva. Però dobbiamo provare. Papa Francesco ricordava di preferire una Chiesa ferita perché ha provato a uscire e a fare qualcosa di nuovo piuttosto che una Chiesa chiusa e ammuffita per paura.

10. Corresponsabilità differenziata tra presbiteri e laici

Domanda. La corresponsabilità differenziata tra presbiteri e laici è forse la sfida più complessa, perché richiede una vera conversione delle persone e degli strumenti pastorali. In che modo una formazione specifica può favorire questo cambiamento e quali passi concreti possiamo compiere?

Corresponsabilità differenziata significa che non tutti devono fare tutto: ciascuno deve fare la propria parte. Esiste una base comune che viene dal Battesimo: tutti siamo abilitati ad annunciare e testimoniare il Vangelo. Ciascuno, però, lo fa secondo la vocazione ricevuta.

Chi è sposato trova il proprio cammino di vita cristiana e di santità nel matrimonio, non anzitutto nel volontariato alla Caritas o nel catechismo. Il sacerdote trova il proprio cammino di santità nell’essere prete e nel vivere bene il proprio presbiterato, non semplicemente nel gestire una parrocchia o amministrarne i conti. Ognuno ha il proprio cammino fondamentale; poi vengono i diversi servizi.

Ciascuno ha dunque un compito specifico e nessuno è autosufficiente. Abbiamo bisogno di intrecciarci con gli altri. Torna l’immagine del mosaico: la mia tessera non rappresenta tutto il mosaico, ma insieme alle altre contribuisce a formare qualcosa di bello. Questa è la corresponsabilità differenziata: ognuno ha il proprio ruolo e la propria parte.

Ciò richiede una conversione della mentalità e anche degli strumenti pastorali. Quale formazione può favorirla?

Direi anzitutto il senso di appartenenza e un amore serio per la Chiesa locale: non un sentimento dolciastro, ma l’amore per questa Chiesa concreta, con le sue luci e le sue ombre, con la storia che abbiamo ricevuto e che dobbiamo custodire e trasmettere.

Da questo amore nasce anche la creatività. Se non siamo appassionati, non inventiamo nulla e ci limitiamo a ripetere le stesse cose. A volte facciamo soltanto operazioni di «lifting» su strutture pastorali ormai stanche, rischiando un vero accanimento terapeutico. Stiamo mantenendo in vita dei moribondi – parlo delle strutture, naturalmente, non delle persone. Nostro Signore ha promesso la vita ai credenti, non alle istituzioni.

Alcune istituzioni hanno prodotto frutti eccellenti nel corso del tempo e oggi possono essere diventate sterili. Se sono sterili, dobbiamo avere il coraggio di chiuderle o di creare forme nuove che siano generative.

La formazione specifica, quindi, deve alimentare l’amore alla Chiesa locale e l’assunzione di responsabilità per il suo bene. E deve aiutarci anche a valorizzare ciò che c’è, senza sottolineare continuamente solo quello che non funziona. Il fatto stesso che voi siate qui questa mattina è un patrimonio e una ricchezza. Mettiamo in valore le cose belle senza nascondere quelle difficili.

Credo che un amore serio per questa Chiesa sia uno degli ingredienti che più ci mancano e che dobbiamo ricercare. Un amore non sentimentale, ma visibile nelle scelte, negli atteggiamenti e nelle parole.

11. Quale stile liturgico per il nostro oggi?

Domanda. Le nostre celebrazioni domenicali nutrono davvero il popolo di Dio? Canti troppo fanciulleschi o omelie troppo didattiche e prolisse aiutano le persone a incontrare la Parola di Dio? Quale stile liturgico per il nostro oggi?

È una bella domanda. Dopo la riforma liturgica c’è stata una grande proliferazione di canti, e non tutti meritano di essere custoditi. Alcuni testi o alcuni gesti legati ai canti risultano poco adatti alla celebrazione. Il canto deve essere espressione della fede e dell’adorazione, e dobbiamo prestare attenzione alla sua coerenza con il momento liturgico: per esempio, non ha senso scegliere un canto mariano durante l’adorazione eucaristica soltanto perché non sappiamo che cos’altro cantare.

Torniamo alla questione dei linguaggi. Anche per la celebrazione domenicale abbiamo parlato spesso della necessità di un gruppo liturgico: un piccolo gruppo di persone che, insieme con i sacerdoti, prepari la Messa della domenica o della festa. La Parola di Dio proclamata ha un messaggio: possiamo domandarci quali canti lo accompagnino e lo sottolineino, così che la celebrazione abbia una vera unità.

Per noi sacerdoti vale lo stesso per l’omelia. L’omelia si prepara nella preghiera, non limitandosi a prendere materiale dall’intelligenza artificiale o da ciò che si trova in internet. In alcuni luoghi i sacerdoti si incontrano con alcune persone, leggono insieme il Vangelo della domenica seguente e si domandano che cosa la Parola stia dicendo alla comunità. Anche questo può aiutare.

La domanda rimane: che cosa stiamo trasmettendo? Che cosa porta a casa la gente? Possiamo fare un’omelia perfettissima e poi nessuno ricorda nulla. L’omelia deve essere preparata per quella comunità e non deve essere inutilmente lunga: più cose diciamo, meno riusciamo ad andare in profondità e meno rimane.

Non è anzitutto una questione di tecnica. Celebrare il mistero richiede un grande rispetto. Dobbiamo accostarci in punta di piedi alle celebrazioni, perché è il mistero di Dio che si comunica al mistero della persona. È Dio che parla al suo popolo, è Dio che invita alla mensa, è Dio che si dona e chiama a partecipare alla sua vita. La liturgia non ci appartiene: ci è stata donata e dobbiamo rispettarla e celebrarla con attenzione e dignità. Non serve aggiungere continuamente altri pezzi; abbiamo già ciò di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo viverlo bene.

Questo richiede tempo e impegno, e richiede anche di accompagnare le persone a entrare in una dimensione diversa. Non possiamo pensare che ogni forma di preghiera debba coincidere sempre con la Messa. Pensiamo a una festa patronale: spesso il triduo consiste semplicemente in tre Messe che preparano la quarta. Potremmo invece proporre una Lectio divina, una liturgia penitenziale, la celebrazione dei Vespri, un’adorazione eucaristica, e lasciare che tutto conduca alla bella celebrazione domenicale della festa.

La preghiera della comunità cristiana possiede forme diverse. Serve una sana creatività e l’Équipe dovrebbe domandarsi quali contenuti offrire. È possibile che, se cominciamo a proporre forme diverse, all’inizio partecipino poche persone. Ma, se non iniziamo, non arriveremo mai da nessuna parte.

Una bella Liturgia della Parola, con la preghiera della comunità, canti significativi e gesti sobri che lasciano un messaggio, può essere realmente feconda. Non dobbiamo inventare qualcosa di attraente per aumentare il numero dei «clienti». La questione non sono i clienti. La nostra missione è aiutare le persone a fare esperienza viva di Gesù vivo. Siamo chiamati a favorire questo incontro attraverso luoghi, ambienti, situazioni, liturgie e, soprattutto, comunità che aiutino la gente a incontrare il Signore.

Conclusione del dialogo

Verso la conclusione, una persona ha confidato all’Arcivescovo di sentirsi inadeguata dopo quanto ascoltato.

L’Arcivescovo ha risposto che nessuno possiede da sé tutte le capacità necessarie al ministero: anche il Vescovo conosce i propri limiti e le proprie imperfezioni. Ognuno è fatto di ricchezza e povertà, di coerenza e tradimento, e sperimenta la sproporzione davanti al mistero affidato alle nostre mani.

Ha quindi ripreso una frase già utilizzata nell’omelia della Messa crismale: «Dio non sceglie chi è abile. Con la sua grazia rende abili coloro che sceglie». Questo è il messaggio conclusivo affidato all’Assemblea.

L’Arcivescovo ha infine ringraziato tutti per la presenza, l’attenzione, il tempo, la passione e la generosità impiegati giorno dopo giorno non semplicemente per il servizio, ma per l’edificazione della Chiesa diocesana, affidando il cammino alla Vergine Maria.

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