don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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«A noi è affidato questo tratto di strada». L’Assemblea diocesana del 17 ottobre e il cammino delle Pievanie

Cannaiola di Trevi, 17 ottobre 2026

Questa mattina, a Cannaiola di Trevi, la Chiesa di Spoleto-Norcia si è ritrovata in Assemblea. Sacerdoti, membri delle Équipe pastorali, catechisti, operatori impegnati nei diversi ambiti della vita ecclesiale e fedeli provenienti dalle Pievanie hanno accolto l’invito dell’Arcivescovo Renato Boccardo per guardare insieme il cammino compiuto e quello che ora attende la diocesi.

L’incontro era stato pensato fin dall’inizio come una tappa di un percorso più lungo. Dopo la relazione dell’Arcivescovo, le domande raccolte tra i partecipanti avrebbero aperto un tempo di dialogo; il lavoro sarebbe poi proseguito nelle Pievanie entro Natale. La mattinata di Cannaiola consegnava quindi alle comunità un discernimento da continuare nella loro vita concreta.

L’Arcivescovo ha scelto di partire da ciò che precede ogni struttura pastorale: la vita. E la vita cristiana, ha ricordato, si comprende come vocazione. Il Battesimo incorpora a Cristo e rende ogni credente partecipe della missione della Chiesa. Da qui nasce anche il significato dei diversi servizi che attraversano la comunità. Chi accetta di far parte di un’Équipe, chi accompagna una famiglia, chi svolge il ministero di catechista, chi serve nella liturgia o incontra le persone ferite dalla povertà assume una responsabilità che nasce dalla propria appartenenza ecclesiale.

Dentro questo orizzonte sono state collocate le Pievanie. Qui è arrivata una delle affermazioni più nette della relazione: «La scelta delle Pievanie è irreversibile».

L’Arcivescovo ne ha spiegato immediatamente il significato. L’esperienza continuerà a suggerire verifiche e correzioni. Il discernimento compiuto dalla diocesi nel corso di questi anni ha ormai condotto a una scelta che domanda di essere pienamente recepita. La fase attuale riguarda precisamente questo passaggio: la struttura deve diventare vita, la decisione ecclesiale deve entrare nella coscienza delle comunità e continuare a vivere anche quando cambiano gli incarichi e le persone.

Un segno di questa maturazione sarà forse molto semplice: il momento nel quale le persone cominceranno a dire spontaneamente «la nostra Pievania», imparando progressivamente a pensare insieme la presenza della Chiesa sul territorio.

La ragione profonda di questa scelta rimane la missione. La diminuzione del numero dei sacerdoti rende più evidente una trasformazione già necessaria per altre ragioni. Le Pievanie sono chiamate a diventare luoghi nei quali sia possibile vivere un’autentica esperienza ecclesiale, incontrare Cristo, celebrare con dignità il Signore risorto e crescere in una fraternità capace di rendere credibile l’annuncio.

Da qui il discorso è passato alla comunione del presbiterio. L’Arcivescovo ha ripreso un’espressione consolidata nella vita della Chiesa parlando di «comunione affettiva ed effettiva».

La fraternità sacerdotale nasce dal sacramento dell’Ordine e domanda di diventare relazione vissuta: conoscersi, stimarsi, sapersi sostenere nel ministero. Anche il rapporto con le comunità affidate ai sacerdoti entra in questa maturità. Nel tempo nascono legami profondi, che appartengono alla verità del ministero pastorale. La comunità affidata al sacerdote rimane una porzione del popolo di Dio ricevuta per essere conosciuta, amata e servita nel tempo che gli viene consegnato.

La comunione diventa effettiva quando entra anche nelle scelte pastorali. Significa progettare insieme, assumere priorità comuni e saper lasciare una propria impostazione quando il bene della Pievania e della diocesi indica una strada condivisa. L’Arcivescovo ha così consegnato ai sacerdoti una domanda che assume il tono di un esame di coscienza: il nostro modo di vivere le relazioni e anche i cambiamenti rende visibile che apparteniamo a un unico presbiterio?

Questa comunione rende possibile anche una corresponsabilità più matura con i fedeli laici. L’Équipe pastorale possiede una propria fisionomia e una responsabilità che supera largamente l’organizzazione delle attività. L’Arcivescovo ha ricordato l’espressione volutamente provocatoria già utilizzata nel Vademecum consegnato durante le visite quaresimali del 2026, quando aveva definito l’Équipe il «vero parroco della Pievania», chiarendo il valore pastorale di questa immagine.

L’Équipe è chiamata a diventare luogo di ascolto, preghiera, discernimento e corresponsabilità. I suoi membri ricevono un mandato ecclesiale e assumono la vita dell’intera Pievania come spazio del proprio servizio. Anche il progetto pastorale acquista così un significato più preciso. Deve indicare una direzione, nascere dall’ascolto delle persone e della realtà, aiutare a riconoscere le mete possibili e orientare le energie disponibili.

Da qui l’Arcivescovo è passato a un altro luogo nel quale si manifesta immediatamente quale idea di Pievania stiamo costruendo: la domenica.

La domanda utilizzata è stata molto concreta: «Le nostre Messe sono nutrienti?»

Il nutrimento viene dal Signore che si dona nella Parola e nell’Eucaristia. Alla comunità e ai suoi ministri è affidata la cura con cui questo dono viene celebrato. La Parola deve poter essere ascoltata; l’omelia deve aiutarla a entrare nella vita; il canto appartiene alla preghiera dell’assemblea. Ogni ministero trova il proprio senso dentro il mistero che viene celebrato.

Anche i Centri eucaristici sono stati riletti in questa prospettiva. Sono nati perché comunità diverse possano convergere attorno all’Eucaristia domenicale. Per questo l’Arcivescovo ha chiesto di evitare la progressiva ripresa delle Messe festive e prefestive nelle diverse chiese e cappelle. Le decisioni assunte oggi devono tenere presente anche la Chiesa che verrà dopo di noi e le forze che essa avrà a disposizione.

Nello stesso passaggio è tornata la scelta di celebrare abitualmente Battesimi, Matrimoni ed Esequie nella forma della Liturgia della Parola. L’Arcivescovo ha riconosciuto che questa indicazione non è stata ovunque compresa e spiegata con sufficiente chiarezza. Proprio qui è emerso un criterio destinato a ritornare più volte durante la mattinata: una scelta pastorale diventa realmente ecclesiale quando se ne comprendono le ragioni, la si assume con convinzione e la si sa presentare alle persone.

Dalla domenica e dalla vita sacramentale il discorso è giunto alla formazione degli adulti. Anche qui una frase ha condensato efficacemente il problema: «La fede o si sceglie o si scioglie».

Per molto tempo la catechesi ha potuto innestarsi su una fede ricevuta in famiglia e già presente nella vita quotidiana. Oggi quella condizione non può più essere presupposta. Anche chi frequenta abitualmente gli ambienti ecclesiali ha bisogno di approfondire ciò che crede e di imparare a leggere l’esistenza alla luce del Vangelo.

L’Arcivescovo ha richiamato in particolare la Lectio divina, chiedendo che venga proposta con fedeltà ai membri delle Équipe e agli operatori pastorali. Ha ricordato anche il percorso Dàte ragione della speranza che è in voi, proposto online da novembre 2025 a giugno 2026 e ora raccolto in questo blog, esprimendo il suo ringraziamento per il lavoro compiuto.

La stessa domanda sulla trasmissione della fede ha accompagnato il passaggio dedicato alle famiglie e all’iniziazione cristiana. L’Arcivescovo ha richiamato la necessità di coppie preparate capaci di accompagnare altre coppie, la serietà del percorso verso il matrimonio e la preparazione al Battesimo. Ha ricordato inoltre che il progetto diocesano per l’iniziazione cristiana costituisce il riferimento comune delle Pievanie. Dopo quasi dieci anni, l’esperienza permette di verificarlo e migliorarlo là dove necessario. La domanda affidata alle comunità rimane radicale nella sua semplicità: stiamo realmente generando alla fede?

Anche la Caritas è stata ricondotta alla vita della comunità credente. Le povertà cambiano e alcune rimangono nascoste; per riconoscerle occorrono vicinanza e conoscenza reale del territorio. L’Arcivescovo ha chiesto di guardare con sincerità a ciò che esiste nelle Pievanie: sostenere le esperienze già vive, allargare la partecipazione dove il servizio grava da tempo sulle stesse persone, comprendere ciò che ne ostacola la crescita dove la Caritas è rimasta ancora soprattutto un’indicazione scritta.

La conclusione della relazione ha ricondotto tutti questi ambiti a un unico criterio. La prospettiva delle Pievanie chiede di riconoscere ciò che serve realmente alla missione e di imparare a farlo insieme. Da qui l’invito già consegnato alla diocesi nei mesi scorsi: pochi obiettivi concreti, proporzionati e verificabili.

Papa Leone XIV, ha ricordato l’Arcivescovo, lo esprime con parole ancora più essenziali: «La priorità è il Vangelo».

È questo il punto nel quale il lavoro dell’Assemblea è affidato alle Pievanie. Il discernimento ha già condotto alla scelta di questa forma pastorale; ora bisogna interrogarsi sulla sua vita concreta. L’Arcivescovo ha chiesto di tornare alle ragioni delle nostre attività, di riconoscere ciò che merita di essere custodito e ciò che domanda un cambiamento, mantenendo al centro una domanda capace di verificare tutto il resto: «Ciò che stiamo facendo aiuta davvero gli uomini e le donne che ci sono affidati a incontrare Gesù Cristo e a vivere di Lui?»

Dopo la pausa, la mattinata è proseguita con le domande inviate dai partecipanti e raccolte dalla segreteria. Questo secondo momento ha permesso di tornare sui temi della relazione attraverso situazioni molto concrete.

La prima questione ha riguardato proprio la celebrazione di alcuni sacramenti nella forma della Liturgia della Parola. L’Arcivescovo ha riconosciuto che, in alcuni luoghi, la scelta non è stata spiegata adeguatamente e ci si è affidati troppo facilmente a formule come «il Vescovo vuole» oppure «il Vescovo non vuole». Attribuire semplicemente una decisione all’autorità lascia inespressa la ragione pastorale che l’ha generata e impedisce a chi deve applicarla di assumerla realmente.

Sulla verifica compiuta in questi anni l’Arcivescovo ha ricordato il confronto avvenuto in una sessione congiunta del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Pievani, conclusa anche con una votazione largamente favorevole alla prosecuzione di questa prassi. Il punto da approfondire riguarda dunque soprattutto la qualità della sua recezione.

La riflessione si è quindi allargata al rapporto tra sacerdoti ed Équipe, all’appartenenza alla Chiesa diocesana e alla responsabilità verso le giovani generazioni. L’Arcivescovo ha insistito sulla necessità di far crescere negli adulti un amore concreto per la Chiesa locale. Prima delle appartenenze particolari viene la Chiesa che ci è stata affidata, con la sua storia e le sue fragilità. È dentro questa Chiesa reale che gruppi, associazioni e cammini trovano il proprio significato ecclesiale.

Una domanda sull’Équipe ha portato all’immagine del mosaico. Ogni tessera contribuisce all’insieme e la sua assenza lascia un vuoto. Nessuno racchiude in sé l’intera missione e ciascuno porta una responsabilità propria. Nella successiva riflessione sulla corresponsabilità differenziata, l’Arcivescovo ha precisato che il Battesimo costituisce il fondamento comune, mentre ogni vocazione assume la sua parte secondo il dono ricevuto.

Quando il dialogo ha toccato il rapporto tra l’annuncio cristiano e il mondo contemporaneo, è emersa un’altra convinzione centrale. Il Vangelo va annunciato dentro la situazione concreta delle persone, conoscendone la cultura e le domande. Questa attenzione domanda nello stesso tempo fedeltà alla verità di ciò che viene annunciato.

L’Arcivescovo lo ha espresso con grande chiarezza: «Il Vangelo non si svende».

La paura di perdere qualcuno può condurre progressivamente a ridurre l’esigenza della proposta cristiana, fino a lasciare l’impressione che la presenza o l’assenza di Dio incidano poco sulla vita. L’accompagnamento pastorale prende sul serio la situazione delle persone e conserva intera la proposta evangelica.

La stessa libertà è stata chiesta nel rapporto con le strutture pastorali. Alcune hanno prodotto frutti preziosi nel corso del tempo e possono oggi aver esaurito la loro capacità generativa. L’Arcivescovo ha parlato, con una immagine volutamente provocatoria, di «accanimento terapeutico» pastorale, indicando il rischio di consumare energie nel mantenimento di realtà che non riescono più a generare vita.

In quel passaggio è risuonata una frase particolarmente efficace: «Nostro Signore ha promesso la vita ai credenti, non alle istituzioni». Il rispetto per ciò che abbiamo ricevuto comprende anche la libertà di riconoscere quando una forma ha compiuto il proprio servizio e le energie disponibili devono essere orientate verso esperienze più feconde.

Il dialogo è tornato anche sulla liturgia. L’Arcivescovo ha richiamato il significato dei segni che la Chiesa già possiede e la necessità di aiutare le persone a comprenderli. La sobrietà consente al mistero celebrato di parlare. Il canto trova il proprio posto nella preghiera dell’assemblea e l’omelia nasce dall’ascolto della Parola, preparata pensando alle persone concrete che la riceveranno.

Dietro la questione dei linguaggi ecclesiali è riemerso infine il linguaggio più antico dell’evangelizzazione: la testimonianza. La fede suscita una domanda quando viene incontrata dentro una vita nella quale il Vangelo ha preso dimora. L’Arcivescovo ha richiamato la capacità di perdonare, la fedeltà vissuta nelle relazioni e la qualità della vita delle comunità. È qui che si comprende quella bella espressione utilizzata durante il dialogo: una «normalità abitata dal Vangelo».

La forza attrattiva della vita cristiana nasce da persone reali, con la loro quotidianità, nelle quali il Vangelo diventa progressivamente forma dell’esistenza. Le prime comunità cristiane suscitarono stupore anche per questo modo nuovo di stare insieme. La domanda raggiunge inevitabilmente anche le nostre comunità: chi le incontra riesce a intuire che il Vangelo rende più pienamente umana la vita?

Verso la conclusione, uno dei partecipanti ha confidato all’Arcivescovo di sentirsi inadeguato davanti a quanto era stato proposto.

La risposta ha ricondotto tutto alla giusta misura. Nessuno possiede da sé tutte le capacità necessarie per il ministero e per il servizio ecclesiale. Anche il Vescovo conosce la propria sproporzione davanti al compito ricevuto. La missione rimane più grande delle nostre forze e viene affidata a persone che portano dentro di sé ricchezza e povertà.

L’Arcivescovo ha così ripreso una frase già pronunciata durante la Messa crismale: «Dio non sceglie chi è abile. Con la sua grazia rende abili coloro che sceglie».

È forse la parola più adatta per rileggere l’intera mattinata.

L’Assemblea ha riconsegnato alla Chiesa di Spoleto-Norcia la responsabilità di abitare il tempo che le è dato. Il cammino iniziato negli anni scorsi deve ora entrare più profondamente nella vita delle Pievanie e diventare patrimonio condiviso delle comunità.

Nella conclusione della relazione l’Arcivescovo aveva ricordato che la Chiesa diocesana riceve il futuro dal Signore un passo alla volta. Il suo cammino viene da molto più lontano di noi e continuerà dopo di noi.

«La Chiesa ci precede e continuerà il suo cammino dopo di noi. A noi è affidato questo tratto di strada».

Ora quel tratto di strada continua nelle Pievanie.

I testi dell’Assemblea diocesana

Per accompagnare la lettura della cronaca, sono disponibili la relazione pronunciata dall’Arcivescovo e la trascrizione redazionale del dialogo con i partecipanti.

La relazione dell’Arcivescovo

La relazione dell’Arcivescovo

Il testo integrale dell’intervento di mons. Renato Boccardo all’Assemblea del 17 ottobre 2026.

Le domande e le risposte dell’Arcivescovo

Le domande e le risposte

Le undici domande rivolte all’Arcivescovo, le sue risposte e la conclusione del dialogo, in trascrizione redazionale.

La documentazione dell’Arcidiocesi

Anche il sito ufficiale dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia ha pubblicato la cronaca dell’Assemblea diocesana del 17 ottobre, con i passaggi principali dell’intervento di mons. Renato Boccardo e la galleria fotografica. Dalla pubblicazione diocesana è possibile consultare anche il testo ufficiale integrale della relazione dell’Arcivescovo (PDF).

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