Cari amici, in questi giorni circolano voci insistenti su una possibile futura enciclica di Papa Leone XIV che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe intitolarsi Magnifica Humanitas. Al centro del documento vi sarebbe la trama di sfide che l’intelligenza artificiale pone al lavoro umano e alla concezione stessa dell’uomo nel nostro secolo. L’ipotesi appare tutt’altro che remota, dal momento che il Papa ha già più volte richiamato il fatto che la vera posta in gioco non è soltanto tecnica, ma profondamente umana.
A mio avviso, si intravede qui un nesso reale con la Rerum novarum di Leone XIII. Quella grande enciclica non si limitò a descrivere il mondo delle fabbriche, ma comprese che un’intera civiltà stava cambiando e che, dentro quel mutamento, la dignità della persona rischiava di essere compressa dal progresso materiale. Oggi ci troviamo davanti a un passaggio analogo. L’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento. Sta diventando un ambiente che modella il linguaggio, il lavoro, la comunicazione, il rapporto con la verità e, in modo sempre più sottile, la percezione che l’uomo ha di sé.
Mentre le istituzioni civili, come mostra anche il cammino normativo intrapreso dall’Europa, cercano di porre regole e limiti a questa potenza tecnologica, la Chiesa è chiamata a entrare in questa transizione con lucidità. Non per santificare la macchina, non per demonizzarla, ma per giudicarla rettamente. Ogni mezzo è buono quando resta ordinato al bene, al giusto e al vero. Il pericolo nasce quando l’efficacia tecnica pretende di diventare criterio morale, e ciò che funziona prende il posto di ciò che è giusto.
Dentro questo scenario si affaccia anche la questione del transumanesimo, che non mira soltanto a potenziare alcune capacità umane, ma tende a pensare l’uomo come qualcosa da superare, correggere o riprogettare. Qui la riflessione si fa ancora più delicata, perché il rischio non riguarda solo l’uso delle tecnologie, ma l’idea stessa di creatura. Quando l’uomo tenta di rifarsi da sé secondo logiche di prestazione e di potenziamento, finisce facilmente per smarrire il senso del proprio limite, che non è una condanna, ma una parte essenziale della sua verità.
In questi stessi giorni, alcune conferenze private svoltesi a Roma hanno riacceso, in modo anche enfatico, letture apocalittiche delle nuove tecnologie, fino ad accostarle a figure oscure come quella dell’Anticristo. Al di là del clamore, questi episodi mostrano bene la tensione del momento: da una parte l’idolatria della tecnica, dall’altra una paura quasi superstiziosa. La via cristiana chiede qualcosa di più serio. Chiede discernimento, misura, giudizio.
Se davvero il titolo dell’enciclica fosse Magnifica Humanitas, con il suo contenuto riferibile all’IA, ci troveremmo davanti a una formula di grande forza simbolica: quasi una professione di fede nella grandezza irriducibile dell’uomo. Sarebbe, in questo senso, un gesto profondamente leonino. Se Leone XIII difese l’uomo nell’era della meccanizzazione, un nuovo intervento di questo peso potrebbe custodirlo nell’era del calcolo algoritmico, ricordandoci che la persona non è una funzione sostituibile, non è un supporto da aggiornare, non è un materiale da potenziare, ma il fine a cui ogni tecnica deve servire.

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