
Ieri ho seguito i funerali di don Antonio Mazzi. Mentre scorrevano le immagini, ascoltavo le parole pronunciate in suo ricordo e osservavo la partecipazione affettuosa di tante persone, ho avuto la sensazione che non si stesse congedando soltanto un sacerdote molto conosciuto.
Con don Antonio se ne è andato uno degli ultimi padri di una stagione che ha segnato profondamente la società italiana e la vita della Chiesa. Una stagione ribelle, generosa e spesso simpatica. Una stagione capace di vedere sofferenze che molti preferivano ignorare, convinta di poter cambiare il mondo e incapace, talvolta, di riconoscere i limiti delle proprie idee.
Non avrebbe senso approfittare della sua morte per celebrare un processo. Don Antonio ha dedicato la vita a persone ferite, ha accolto giovani che molti consideravano ormai perduti e ha saputo raggiungere ambienti nei quali le strutture ordinarie arrivavano con difficoltà. Il bene compiuto rimane e merita riconoscenza.
La morte, secondo la fede cattolica, domanda anche preghiera. Seguendo il funerale ho avvertito il consueto sentimentalismo con cui oggi cerchiamo di rendere innocuo il morire. Il dolore viene rapidamente trasformato in sorriso. La memoria affettuosa prende il posto dell’intercessione. La gloria appare già conquistata e pubblicamente certificata.
Quando muore qualcuno, sembra ormai che il Paradiso sia diventato una destinazione automatica. Il defunto è già nella luce e ci guarda dall’alto. Il giudizio di Dio scompare, quasi fosse un residuo imbarazzante di un cristianesimo troppo severo.
Una volta il pensiero del Dies irae faceva tremare. Oggi si celebra come se il giudizio fosse stato abolito per consenso popolare. I conti non tornano. Se il defunto è già certamente nella gloria, la preghiera di suffragio perde il proprio significato. Il funerale cessa di essere un atto di intercessione e diventa una canonizzazione affettiva organizzata dalla comunità.
Don Antonio Mazzi appartiene ora alla misericordia e al giudizio di Dio. Questa affermazione non è triste. È la forma cattolica della speranza, una speranza che non presume e non trasforma l’affetto in una sentenza eterna.
Mentre seguivo le esequie, mi rendevo conto che il punto sul quale valeva la pena riflettere non era stabilire quale tipo di sacerdote fosse don Antonio. La domanda più interessante riguardava la storia che egli aveva attraversato e, in parte, contribuito a costruire.
Don Mazzi non fu anagraficamente un giovane del Sessantotto. Era nato nel 1929 ed era stato ordinato sacerdote nel 1955. Quando esplose la contestazione aveva quasi quarant’anni ed era già impegnato da tempo nell’educazione e nell’assistenza dei giovani. Fu dunque uno degli adulti che raccolsero la ribellione di quella generazione, le diedero un linguaggio e la trasformarono in una proposta educativa.
La sua vocazione era stata segnata dalla povertà dell’infanzia e dalla perdita precoce del padre. L’esperienza dell’alluvione del Polesine, a contatto con bambini rimasti soli, maturò in lui il desiderio di diventare padre di chi non ne aveva uno. Negli anni successivi lavorò nelle periferie, si occupò di persone con disabilità e arrivò poi al Parco Lambro, davanti alla devastazione prodotta dall’eroina. Da quell’incontro nacque l’esperienza di Exodus e una nuova forma di presenza accanto ai tossicodipendenti.
Quella generazione vide mali reali: la droga consumare i corpi dei giovani, le famiglie incapaci di comprendere quanto stava accadendo e le istituzioni spesso impreparate. Vide il carcere produrre ulteriore esclusione. Vide l’abbandono e decise di non rimanere a guardare.
Qui si trova la parte migliore di quella stagione. Molti dei suoi protagonisti non si limitarono a elaborare teorie. Entrarono concretamente nelle ferite della società. Si sporcarono le mani, spesero energie e accettarono di abitare situazioni dalle quali altri si tenevano prudentemente lontani.
Don Antonio appartenne pienamente a questo mondo. La stessa generazione portava dentro di sé una tentazione destinata a sopravvivere a lungo: fare della ribellione non soltanto uno strumento per correggere un’ingiustizia, quanto una condizione permanente dello spirito.
L’istituzione divenne sospetta per il semplice fatto di essere istituzione. La regola apparve spesso come un ostacolo all’autenticità. L’obbedienza fu interpretata come una rinuncia alla libertà. La provocazione acquisì quasi automaticamente la dignità della profezia.
La stessa Fondazione Exodus, presentando nel 2025 un podcast dedicato alla vita del suo fondatore, lo definiva «ribelle, testardo, anticonformista» e ricordava che non si era mai sentito un prete nel senso consueto del termine. Non si trattava di un’accusa. Era il modo con cui il suo ambiente riconosceva il tratto più caratteristico della sua figura.
Le numerose provocazioni rivolte da don Antonio alla Chiesa non furono semplici battute sfuggite durante una lunga vita pubblica. Prese nel loro insieme, rivelano una visione coerente. Affermò che avrebbe disobbedito qualora l’autorità ecclesiastica gli avesse chiesto di chiudere Exodus. Contrappose la fede alla religione e presentò Gesù come un eretico condannato perché contrario al sistema religioso. Arrivò a sostenere che i cardinali non avessero fede e che in Paradiso non ce ne fossero.
In un’altra intervista si definì un prete anarchico e anticlericale. Descrisse la Chiesa come un’organizzazione burocratica, chiese la scomparsa del Vaticano e giudicò il celibato sacerdotale un gesto rituale capace di rendere la Chiesa inautentica. Collegò poi il problema degli abusi alla formazione seminaristica, proponendo l’abolizione dei seminari.
Ancora nel 2024, ormai novantacinquenne, dichiarava di non essere interessato a una Chiesa «fatta così». Considerava insufficiente persino papa Francesco, al quale chiedeva maggiore coraggio nell’apertura alle donne, nell’eliminazione del celibato e nell’abolizione dei seminari. Anche il pontefice da lui più apprezzato finiva per apparire troppo poco rivoluzionario.
Sarebbe facile mettere in fila queste espressioni e trasformarle in un catalogo di errori. Sarebbe anche un modo piuttosto povero per comprendere don Antonio. Quelle frasi ci interessano perché mostrano la grammatica di una stagione ecclesiale. Il Vangelo veniva contrapposto alla Chiesa. La fede appariva più autentica quando si liberava della forma religiosa. Il carisma personale godeva di maggiore fiducia rispetto all’istituzione ricevuta.
In questa prospettiva il ribelle possedeva sempre una presunzione di innocenza. L’autorità doveva continuamente dimostrare di non essere oppressiva. Chi contestava era già considerato più libero e vicino al Vangelo.
Alcune denunce raggiungevano peccati reali. La Chiesa conosce il clericalismo e la ricerca del potere. Conosce la mediocrità dei suoi ministri e la tentazione di difendere le strutture dimenticando le persone. La presenza del peccato nella Chiesa non autorizza a separare Cristo dal suo Corpo. Una fede liberata dalla dottrina, dai sacramenti e dall’autorità apostolica non torna al Vangelo. Diventa un’ispirazione religiosa personale, affidata al carisma del singolo e alla sua capacità di ottenere consenso. La generazione ribelle non ha sempre compreso questa differenza. Ha creduto che demolire la forma significasse liberare lo spirito. In molti casi ha finito per impoverire entrambi.
Uno dopo l’altro stanno morendo gli ultimi padri di quella stagione. Anche questo porta con sé una tristezza. Scompare una generazione capace di entusiasmi che oggi sembrano quasi impossibili. Quegli uomini erano convinti che la società potesse essere trasformata. Mettevano in gioco la vita e non soltanto qualche frase pubblicata sui social. Possedevano una generosità spesso disordinata e un coraggio che i loro eredi non sempre hanno conservato.
Intorno alla loro morte nasce quasi inevitabilmente una narrazione celebrativa. I contestatori di ogni autorità diventano autorità indiscutibili. Coloro che avevano rifiutato ogni canonizzazione vengono sottoposti a una canonizzazione laica ancora più rapida di quelle ecclesiastiche.
Da vivi furono ribelli. Da morti vengono presentati come salvatori. Le contraddizioni scompaiono e resta lo slogan. «Era un vero prete, quello che dovrebbero fare tutti i preti», ha detto uno dei presenti ai funerali di don Antonio. La frase è comprensibile come espressione di gratitudine. Diventa problematica quando pretende di trasformarsi in una definizione universale.
In fondo, dice meno di don Antonio e molto di più della generazione che lo celebra. Il vero sacerdote sarebbe quello capace di essere raccontato senza dover parlare troppo di Dio, della conversione e della vita eterna. La sua autenticità sarebbe provata dall’utilità sociale e dalla simpatia suscitata.
Don Antonio merita di non essere ridotto neppure a questo. Mi ha incuriosito e, in qualche modo, divertito lo scambio avuto con don Peppino a proposito del canto scelto al termine del funerale: Io vagabondo dei Nomadi.
Don Peppino è coetaneo di don Antonio ed è stato formato nella stessa stagione ecclesiale e culturale. Davanti alle mie perplessità si è limitato a rispondere con la sua semplicità: «È una bella canzone. Parla anche di Dio».
Quella risposta contiene quasi un intero metodo pastorale. Basta che una canzone nomini Dio perché venga immediatamente percepita come spirituale, quasi possedesse già una capacità catechetica. Il mondo offre un prodotto culturale e la Chiesa, felice di trovarvi una parola religiosa, lo accoglie senza sottoporlo a un vero discernimento.
In Io vagabondo Dio viene effettivamente nominato. Al protagonista, perdute la casa e le sicurezze, «lassù mi è rimasto Dio». È una frase capace di impedire alla canzone di chiudersi completamente nel nulla. Conserva una traccia religiosa e una speranza elementare. Dio resta sullo sfondo, mentre al centro rimane il vagabondo con la sua libertà inquieta e la strada trasformata in identità. Dio non indica la direzione del viaggio. Non appare come la meta verso cui il protagonista cammina. È ciò che gli è rimasto, quasi l’ultimo possesso salvato dopo la perdita di tutto il resto.
Il vagabondo appartiene perfettamente all’immaginario di quella generazione. Cammina senza una destinazione definitiva, trasforma l’inquietudine in autenticità e considera la ribellione un segno di libertà. Non sapendo dove arrivare, finisce per fare del movimento stesso la ragione della propria vita.
Il pellegrino appartiene a un’altra visione dell’uomo. Conosce la meta e accetta che essa giudichi la strada percorsa. Porta su di sé la fatica del cammino e non si compiace dell’erranza. Può attraversare momenti di solitudine, sapendo di appartenere a un popolo diretto verso Dio.
Il vagabondo fa della strada la propria dimora definitiva. Il pellegrino attraversa la strada perché attende una patria. Forse nessuno aveva pensato di costruire un manifesto generazionale durante il funerale di don Antonio. Quando sono risuonate le note di Io vagabondo, quel manifesto si è scritto da solo.
La scelta della canzone possedeva una coerenza quasi perfetta con una stagione che aveva fatto dell’inquietudine il proprio linguaggio e della ribellione il segno dell’autenticità. Anche Dio poteva restare, purché rimanesse abbastanza lontano da non trasformare il vagabondaggio in un cammino orientato.
Con don Antonio Mazzi muore uno degli ultimi padri di quella generazione ribelle. Lo salutiamo riconoscendo il bene che ha compiuto e affidandolo alla misericordia di Dio. La gratitudine non richiede l’amnesia. Il rispetto per un uomo morto non ci impedisce di giudicare l’eredità culturale che ha lasciato.
Altre generazioni continueranno forse a vivere delle parole d’ordine prodotte in quella stagione, anche quando non ne conosceranno più l’origine. Arriverà un tempo in cui la ribellione smetterà di essere considerata una destinazione e l’uomo tornerà a domandarsi dove conduca la strada.
Quel giorno scopriremo che non siamo chiamati a rimanere vagabondi. Siamo pellegrini. Dio non è soltanto ciò che ci è rimasto lassù. È Colui che ci chiama e la patria verso la quale camminiamo. Riposa in pace don Antonio.
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