don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Fedeltà ai testi, continuità con la Tradizione e una domanda che riguarda tutti

Il k-drama liturgico che stavamo seguendo sembra essere arrivato oggi a un punto di svolta. Per giorni si è discusso di ciò che Leone XIV penserebbe della liturgia. Il cardinale Arthur Roche aveva dichiarato che il Papa non intende tornare al regime introdotto da Benedetto XVI con Summorum Pontificum. Andrea Grillo aveva letto quelle parole come la conferma della fine di una stagione, fino a chiedere ai fedeli legati al Messale precedente di elaborarne il lutto. L’arcivescovo Salvatore Cordileone aveva riportato il discorso sulle conseguenze pastorali delle restrizioni, chiedendosi se una disciplina pensata per custodire l’unità potesse finire per allontanare alcuni fedeli dalla piena comunione con Roma.

Oggi, dopo tante interpretazioni del pensiero pontificio, abbiamo finalmente una parola diretta di Leone XIV. La Santa Sede ha pubblicato una lettera del Santo Padre al cardinale Roche, datata 29 giugno e scritta in occasione della conferenza sulla formazione liturgica tenuta nell’abbazia di Mount Angel, in Oregon. Il testo, ovviamente, non nasce per rispondere alla polemica di queste settimane e proprio per questo merita particolare attenzione. Il Papa parla di formazione liturgica, richiama Desiderio desideravi, insiste sull’ars celebrandi e afferma con chiarezza «l’esigenza di fedeltà ai testi e alle istruzioni approvati», chiedendo rispetto per i riti promulgati da san Paolo VI e san Giovanni Paolo II.

Chi aveva immaginato che Leone XIV potesse avviare una rapida revisione della riforma liturgica conciliare deve prendere atto di un orientamento che appare ormai sufficientemente chiaro. Il Papa assume quella riforma come una realtà ecclesiale da conoscere, ricevere e celebrare con fedeltà.

La lettera non affronta direttamente la questione del Messale del 1962. Non cita Traditionis custodes e non formula giudizi sui fedeli che continuano a celebrare secondo la disciplina attualmente consentita. Usarla come condanna indiretta del Vetus Ordo significherebbe farle dire più di quanto effettivamente dica. Il suo oggetto è un altro: la qualità della vita liturgica della Chiesa e la fedeltà con cui devono essere celebrati i libri promulgati dopo il Concilio.

Proprio questo sposta la questione su un terreno che considero molto più interessante. Se prendiamo sul serio Leone XIV, la domanda non riguarda più soltanto quale spazio possa avere il Messale precedente. Dobbiamo chiederci come siano stati celebrati, in questi decenni, proprio i libri liturgici che il Papa oggi domanda di rispettare.

Il Romano Pontefice rimanda espressamente alle catechesi che sta dedicando a Sacrosanctum Concilium. Nella catechesi del 27 maggio aveva richiamato il principio contenuto nel numero 23 della Costituzione conciliare, dove la riforma viene collocata nel rapporto tra «sana tradizione» e «legittimo progresso». Citando Benedetto XVI, il Papa aveva spiegato che lo sviluppo liturgico deve avvenire organicamente, senza trattare tradizione e riforma come due realtà reciprocamente nemiche.

Questa impostazione permette di uscire da una lettura ideologica che ha accompagnato per molto tempo il dibattito liturgico. La riforma non nasce dalla necessità di sostituire una liturgia divenuta teologicamente inadeguata. Nasce all’interno della vita della Chiesa e riceve da essa la propria legittimità. La forma precedente appartiene alla stessa storia ecclesiale dalla quale la riforma ha preso origine. Il fatto che oggi non costituisca la forma normativa ordinaria del Rito romano non autorizza a descriverla come una deviazione che il Concilio avrebbe finalmente corretto.

Allo stesso modo, il riconoscimento della continuità storica non consente di considerare i libri promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II come una parentesi estranea alla Tradizione. Essi sono stati promulgati dall’autorità della Chiesa e costituiscono la forma nella quale oggi la grande maggioranza dei cattolici di rito romano celebra i divini misteri. La questione seria consiste allora nel comprendere se questa liturgia sia stata realmente ricevuta secondo il Concilio che l’ha richiesta.

La frase di Leone XIV sulla «fedeltà ai testi e alle istruzioni approvati» acquista qui un peso particolare. Per molti anni si è finito per identificare la riforma liturgica con tutto ciò che è accaduto dopo la riforma. Le due cose non coincidono. Sacrosanctum Concilium aveva stabilito con chiarezza che nessuno, neppure il sacerdote, potesse aggiungere, togliere o modificare di propria iniziativa qualcosa nella liturgia. La prassi concreta ha conosciuto una storia molto diversa. Il celebrante ha spesso assunto uno spazio crescente, i testi sono stati adattati con libertà e la celebrazione è diventata talvolta il luogo nel quale esprimere una determinata sensibilità pastorale.

Quando il Papa chiede fedeltà ai libri approvati, richiama dunque un principio che riguarda tutti. Riguarda chi guarda con diffidenza alla liturgia riformata e riguarda chi, proprio in nome della riforma, si è sentito autorizzato a trattare il Messale come una struttura disponibile a continui adattamenti.

Questo permette di rileggere anche la questione del latino, sulla quale avevo riservato una riflessione due giorni fa. Il Vaticano II non lo ha abolito. Sacrosanctum Concilium ne ha previsto la conservazione nei riti latini e ha riconosciuto al canto gregoriano un posto proprio nella liturgia romana. La loro quasi completa scomparsa dalla vita ordinaria di molte comunità non può quindi essere attribuita semplicemente al Concilio.

Una celebrazione del Messale riformato che recuperi il latino dove opportuno e restituisca dignità al gregoriano non costituisce una concessione al tradizionalismo. Appartiene alle possibilità previste dalla stessa riforma. Lo stesso vale per il silenzio e per una presidenza sacerdotale capace di sottrarsi all’autoreferenzialità.

La fedeltà chiesta dal Papa potrebbe dunque aprire una questione che per molto tempo è rimasta nascosta dietro la contrapposizione tra antico e nuovo: quanto della liturgia che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni deriva realmente dai libri promulgati dalla Chiesa e quanto proviene da consuetudini che vi si sono sovrapposte? Questa domanda non è polemica, direi, al contrario, è una domanda che interroga una verifica necessaria.

Anche il tema della partecipazione acquista una luce diversa. Leone XIV parla dell’ars celebrandi dell’intera assemblea e ricorda che i fedeli vengono formati alla liturgia attraverso la liturgia stessa. La partecipazione non può quindi essere misurata soltanto attraverso la quantità delle azioni affidate ai presenti. Il suo significato più profondo riguarda l’ingresso nel mistero celebrato e l’unione della propria vita all’offerta di Cristo.

Da questa prospettiva si comprende perché il silenzio non sia un’assenza di partecipazione e perché l’ascolto non costituisca una condizione passiva. Una celebrazione capace di lasciare agire il rito può essere assai più partecipata di una liturgia continuamente accompagnata da spiegazioni e interventi.

È qui, a mio avviso, che la lettera di Leone XIV diventa realmente interessante. La grande questione liturgica del suo pontificato potrebbe non esaurirsi nel destino del Messale del 1962. Potrebbe riguardare la possibilità di restituire il Messale riformato alla sua autentica dignità, liberandolo dalle letture ideologiche che hanno finito per identificare il Concilio con pratiche che il Concilio non aveva mai richiesto.

Questo non rende irrilevante la domanda posta da Cordileone. Un vescovo conserva il dovere di interrogarsi sugli effetti pastorali delle norme e sulla loro capacità di custodire realmente la comunione. Leone XIV stesso, nella catechesi del 27 maggio, aveva ricordato che ogni riforma liturgica richiede un’attenta considerazione teologica e pastorale. Una disciplina può essere pienamente legittima e richiedere ancora prudenza nella sua applicazione, soprattutto quando riguarda fedeli la cui vita spirituale si è formata per anni dentro una determinata esperienza liturgica.

La lettera pubblicata oggi, quindi, rafforza certamente l’autorità istituzionale di Roche e rende sempre meno plausibile l’attesa di un semplice ritorno a Summorum Pontificum. Non consegna però una vittoria all’interpretazione più radicale della riforma, perché Leone XIV continua a collocarla dentro una visione organica della Tradizione e richiama con decisione la fedeltà concreta ai libri approvati.

È proprio questa fedeltà che potrebbe diventare il banco di prova più serio. Se vogliamo difendere la riforma liturgica, non basta affermarne la legittimità. Occorre permetterle di apparire per ciò che la Chiesa ha realmente promulgato, sottraendola alle deformazioni che si sono sedimentate nel tempo. Quando questo accadrà, forse scopriremo che molte tensioni attribuite al conflitto tra antico e nuovo nascono anche dalla distanza che si è creata tra i libri liturgici e il modo in cui sono stati concretamente celebrati.

Leone XIV non sembra chiedere una restaurazione. Sta chiedendo fedeltà. Ed è proprio questa parola, se presa sul serio, che potrebbe risultare più esigente di tutte le polemiche di questi giorni.

La domanda allora cambia. Non riguarda soltanto la disponibilità ad accettare la riforma liturgica. Riguarda la nostra disponibilità a celebrarla realmente secondo ciò che la Chiesa ha stabilito.

2 risposte

  1. Avatar Francois De La Salle
    Francois De La Salle

    Da approfondire senz’altro. Ma Lefebvre e altri hanno stigmatizzato subito “la Messa protestante ” senza aspettare gli abusi nell’applicazione della Riforma.

  2. Avatar Marie Rose Maciejasz
    Marie Rose Maciejasz


    Restare fedele alla Parola di Dio. Nulla si poi togliere per quanto ci hanno trasmesso gli Apostoli ne aggiungere.


    Grazie papa Leone .

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere