Il Consiglio Episcopale Permanente si è concluso. La domanda posta nei giorni scorsi sulle strutture trova una prima risposta: alcuni percorsi vengono aperti, a cominciare dalla possibile riforma dello Statuto. Il comunicato finale, però, colloca tutto dentro una questione ancora più radicale: come trasmettere oggi la fede e annunciare Cristo.
Alla vigilia del Consiglio Permanente ci eravamo chiesti quali scelte potessero maturare dopo il lungo percorso compiuto dalla Chiesa italiana. Leggendo poi la prolusione del cardinale Matteo Zuppi avevamo trovato una parola capace di precisare quella domanda: verifica. Non cambiare per il gusto di cambiare, ma chiedersi se ciò che esiste continui ad aiutare la Chiesa a compiere la propria missione e a condurre gli uomini all’incontro con Cristo.
Oggi, a conclusione dei lavori, il comunicato finale permette di vedere che cosa di quella impostazione sia entrato realmente nel confronto dei vescovi. Il primo dato è significativo: il testo sceglie di partire dalla «responsabilità di trasmettere la fede oggi» e indica nell’annuncio di Cristo l’essenza stessa della vita credente. La verifica degli strumenti ecclesiali viene affrontata poco dopo, collocata però dentro questa domanda missionaria più ampia.
C’è un riconoscimento che merita di essere preso sul serio. La trasmissione della fede non può essere considerata acquisita neppure tra coloro che frequentano abitualmente la vita ecclesiale. Per questo i vescovi riportano l’attenzione all’incontro con il Signore risorto, alla Parola, alla preghiera, all’Eucaristia e alla formazione cristiana degli adulti. Il problema non riguarda dunque soltanto quanti sono lontani dalla Chiesa. Tocca la qualità della vita cristiana delle nostre stesse comunità.
È un passaggio che completa quanto Zuppi aveva detto aprendo i lavori. Nella prolusione aveva insistito sul fatto che il centro rimane Cristo e che la verifica pastorale serve precisamente a comprendere ciò che porta frutto e ciò che non riesce più a sostenere l’annuncio. Il comunicato conclusivo non abbandona quella prospettiva e la assume come criterio del confronto collegiale.
Dentro questa cornice ritorna anche il riferimento al cardinale Camillo Ruini e alla necessità di una «fede pensata e vissuta». Non si tratta di ricostruire una stagione ecclesiale passata, ma di recuperare l’esigenza che la fede sappia generare una proposta culturale riconoscibile. Ai laici viene affidata in particolare la responsabilità di portare il pensiero cristiano negli ambienti nei quali si formano le coscienze e si assumono decisioni che riguardano la vita comune.
Su questo sfondo arriva una delle decisioni che attendevamo maggiormente.
La possibile riforma dello Statuto della CEI entra formalmente in un percorso di approfondimento. Non esiste ancora un nuovo Statuto e non sono stati definiti i suoi contenuti. Il Consiglio ha però assunto collegialmente la questione e avviato un processo che dovrà individuare criteri e proposte da sottoporre all’Assemblea Generale, nel rispetto delle competenze della Santa Sede. È un passaggio reale: ciò che nella prolusione di Zuppi era indicato come materia da affrontare entra ora nel lavoro istituzionale della Conferenza Episcopale.
Proprio questa gradualità aiuta a comprendere il senso della verifica. Non si tratta di smontare un’organizzazione per costruirne rapidamente un’altra, ma di interrogarsi sul servizio che gli strumenti della CEI devono rendere alle Chiese locali e alla missione. Saranno i passaggi successivi a mostrare quanto questo criterio riuscirà a tradursi in modifiche concrete.
Il Consiglio ha guardato anche alla vita dei sacerdoti. Nel comunicato vengono riconosciute le fatiche che accompagnano il ministero e si richiama la necessità di ritrovare nell’incontro personale con Cristo la sorgente della vocazione e del servizio, insieme alla fraternità presbiterale e alla corresponsabilità con i laici. L’incontro nazionale del clero italiano con Leone XIV dell’11 e 12 dicembre viene collocato dentro questo cammino. Anche sul sostentamento del clero sono state avviate proposte di revisione normativa che dovranno proseguire il loro iter.
Sul fine vita il Consiglio conferma una posizione molto chiara: contrarietà all’eutanasia e al suicidio assistito, rifiuto dell’accanimento terapeutico, sviluppo delle cure palliative e della terapia del dolore, accompagnamento concreto delle persone e delle loro famiglie. Nella conferenza stampa conclusiva mons. Giuseppe Baturi ha ulteriormente insistito sulla necessità che il venir meno della possibilità di guarire non significhi mai il venir meno della cura.
Dalla stessa conferenza stampa è emersa anche una questione che probabilmente accompagnerà la Chiesa italiana nei prossimi mesi: il rapporto con la vita politica mentre il Paese si avvicina alla stagione elettorale. Dalle risposte del Segretario Generale si comprende che la CEI guarda con preoccupazione alla crescente polarizzazione e che il tema potrà tornare nella riflessione dei vescovi. Baturi ha insistito soprattutto sulla formazione della coscienza, sulla difesa del pluralismo e sulla necessità che l’avversario politico non venga trasformato in un nemico.
Sarà un terreno da seguire con attenzione. La Chiesa ha il compito di illuminare le coscienze alla luce del Vangelo e della propria dottrina sociale; le concrete scelte politiche appartengono poi alla responsabilità dei fedeli laici e possono comportare valutazioni differenti. Dalla conferenza stampa non emerge ancora quale forma potrà assumere la riflessione dei vescovi nei prossimi mesi. Sarebbe quindi prematuro anticiparla.
Altri temi hanno accompagnato i lavori, dalla scuola all’intelligenza artificiale, dalla condizione dei giovani alla pace. Anche qui ritorna la preoccupazione che le trasformazioni in corso non vengano semplicemente subite, ma comprese e affrontate custodendo la dignità della persona e la capacità di pensare. La scuola, in particolare, viene indicata come luogo decisivo di formazione e di coesione sociale.
Alla fine di questi tre giorni non abbiamo davanti una riforma già scritta. Il Consiglio Permanente ha assunto la necessità di verificare alcuni strumenti della vita ecclesiale e ha aperto percorsi nei quali questa verifica dovrà progressivamente diventare concreta. La possibile riforma dello Statuto della CEI ne è il segno più evidente.
Il dato che merita maggiormente di essere custodito, però, viene prima.
La Chiesa italiana riconosce che la trasmissione della fede non può più essere data per scontata e che ogni rinnovamento dovrà misurarsi con questa realtà. È qui che la riflessione sulle strutture smette di essere una questione organizzativa e diventa pastorale.
Nell’articolo sulla prolusione avevamo concluso chiedendoci se i cambiamenti avrebbero aiutato realmente qualcuno a incontrare Cristo.
Dopo il Consiglio Permanente quella domanda non è stata superata. È diventata, semmai, il criterio dichiarato con cui leggere ciò che verrà.
Fonti: Conferenza Episcopale Italiana, comunicato conclusivo della sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente, 23 settembre 2026; card. Matteo Zuppi, Introduzione al Consiglio Episcopale Permanente, 21 settembre 2026; Vatican News, resoconto della conferenza stampa conclusiva del Segretario Generale della CEI mons. Giuseppe Baturi, 23 settembre 2026.

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