don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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GAUDIUM ET SPES: IL PROGRESSO DELL’UOMO NEL DISEGNO DI DIO

Cari amici, settimana dopo settimana Leone XIV ci sta facendo attraversare la Gaudium et Spes seguendone il movimento interno, e ormai il disegno comincia ad apparire con grande chiarezza. All’inizio ci aveva chiesto di guardare il mondo e la storia con lo sguardo di Cristo, senza rimanerne spettatori distanti e senza assumere ingenuamente come buono tutto ciò che il nostro tempo produce. Poi lo sguardo si era concentrato sull’uomo, sulla dignità che riceve da Dio e che in Cristo trova la propria piena luce. La terza catechesi aveva mostrato che quella persona non vive isolata, perché è chiamata alla relazione, alla fraternità e alla costruzione del bene comune. Oggi il Papa compie il passo successivo: guarda l’uomo mentre lavora, conosce, inventa, trasforma il mondo e accresce progressivamente la propria capacità di intervenire sulla realtà.

È esattamente il percorso della prima parte della Costituzione conciliare. Dopo aver parlato della persona e della comunità umana, il terzo capitolo affronta infatti «l’attività umana nell’universo» e pone una domanda che sessant’anni dopo appare forse ancora più urgente: quale valore possiede il progresso tecnico, scientifico e sociale? Che cosa significa, davanti a Dio, quella straordinaria capacità attraverso la quale l’uomo amplia continuamente le proprie conoscenze e modifica le condizioni della propria esistenza?

Leone XIV introduce la questione ricordando una delle immagini che meglio rappresentano l’ingresso dell’umanità nella modernità tecnologica. Quando la Gaudium et Spes fu promulgata, il 7 dicembre 1965, l’uomo non aveva ancora camminato sulla Luna. Sarebbero bastati meno di quattro anni: nel luglio 1969 la missione Apollo 11 avrebbe portato per la prima volta esseri umani sulla superficie lunare. Il Papa usa quell’immagine per farci percepire la rapidità di un cambiamento che continua ancora oggi. La scienza e la tecnica hanno permesso all’uomo di ottenere con la propria intelligenza e il proprio lavoro molti beni che un tempo attendeva da forze che non sapeva dominare. Lo stesso Concilio osservava che l’uomo, grazie alla propria iniziativa, era ormai capace di procurarsi ciò che in epoche precedenti sembrava sottratto alle sue possibilità.

Proprio questa crescita della capacità umana ha generato una delle domande decisive della cultura moderna: se l’uomo riesce sempre più a comprendere e governare il mondo, quale posto rimane per Dio? Una parte del pensiero occidentale ha costruito la risposta immaginando Dio e l’uomo come due concorrenti. Perché l’uomo possa essere veramente libero, dovrebbe sottrarsi progressivamente alla dipendenza da Dio; per diventare adulto, dovrebbe emanciparsi dal Creatore.

Leone XIV riconosce qui quello che Henri de Lubac aveva chiamato il «dramma dell’umanesimo ateo». Il tentativo di affermare l’uomo eliminando Dio finisce infatti per privare l’uomo del fondamento ultimo della propria grandezza. Quando l’uomo diventa la misura ultima di se stesso, anche la sua dignità rischia di essere sottoposta a criteri che egli stesso stabilisce e modifica.

La risposta della Gaudium et Spes parte da un’altra visione. L’attività con la quale gli uomini cercano nel corso dei secoli di migliorare le proprie condizioni di vita, afferma il Concilio, «corrisponde alle intenzioni di Dio». L’uomo può conoscere e trasformare il mondo proprio perché è stato creato a immagine di Dio e ha ricevuto il creato come una realtà affidata alla sua responsabilità. Anche il lavoro ordinario appartiene a questa vocazione: attraverso di esso l’uomo provvede alla propria famiglia, serve la società, sviluppa le capacità ricevute e partecipa, secondo l’espressione conciliare, all’opera del Creatore.

È qui che Leone XIV riprende una delle frasi più forti del capitolo: i cristiani «non si sognano nemmeno di contrapporre i prodotti dell’ingegno e del coraggio dell’uomo alla potenza di Dio, quasi che la creatura razionale sia rivale del Creatore». Le autentiche conquiste dell’umanità possono manifestare la grandezza di Dio proprio perché l’intelligenza, la libertà e la capacità creativa dell’uomo appartengono al suo disegno.

A questo punto il Papa introduce l’immagine del creato in statu viae. Il Catechismo insegna che la creazione possiede una bontà e una perfezione proprie, e nello stesso tempo non è uscita dalle mani del Creatore completamente compiuta: è «in stato di via», orientata verso una perfezione che ancora deve essere raggiunta. Dio affida all’uomo un mondo nel quale la sua attività libera e intelligente ha realmente qualcosa da compiere. La Provvidenza divina non rende inutile l’opera umana; la rende possibile e le assegna un senso.

Leone XIV collega questa visione al mistero dell’Incarnazione. È un passaggio decisivo, perché ancora una volta Cristo rimane il centro del percorso. L’incontro con Dio non assorbe l’umano e non lo annulla. Nel Verbo fatto carne l’umanità viene assunta nella sua verità. Per questo il lavoro, l’intelligenza, la ricerca scientifica e la giusta autonomia delle realtà create possono conservare tutta la loro consistenza e trovare nello stesso tempo in Cristo il loro orientamento più profondo. Il Concilio arriva ad affermare che le realtà create possiedono leggi e valori propri che l’uomo deve conoscere e rispettare e che la ricerca autenticamente scientifica, quando procede secondo il proprio metodo e nel rispetto dell’ordine morale, non può essere realmente in opposizione alla fede, perché la realtà creata e la realtà della fede hanno la stessa origine in Dio.

Questa autonomia conserva però il suo significato soltanto finché rimane autonomia della creatura. Quando viene trasformata nell’idea che il mondo non dipenda più dal Creatore e che l’uomo possa disporne senza alcun riferimento a Lui, il Concilio pronuncia una frase estremamente netta: «La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce». E aggiunge che «l’oblio di Dio rende opaca la creatura stessa».

Qui troviamo il punto di equilibrio che impedisce di leggere questa pagina come un semplice elogio della modernità. La Gaudium et Spes sa che il progresso è un grande bene, e sa anche che l’uomo che lo realizza rimane ferito dal peccato. Per questo l’aumento della potenza non coincide automaticamente con l’aumento della bontà. La tecnica amplia ciò che possiamo fare; non decide per noi ciò che sia giusto fare. Il Concilio arriva a osservare che, quando viene sconvolto l’ordine dei valori e l’interesse proprio prevale sul bene degli altri, quella stessa potenza che potrebbe servire l’uomo può arrivare a minacciare il genere umano.

Anche per questo Leone XIV parla di un progresso autenticamente umano, capace di raggiungere «tutto l’uomo e tutti gli uomini». Non basta che una tecnologia sia più potente o che una società produca di più. Il Concilio aveva già stabilito un criterio molto semplice e molto esigente: «L’uomo vale più per quello che è che per quello che ha». I progressi tecnici possono offrire la base materiale per una vita migliore, e da soli non bastano a realizzare la promozione umana. Il criterio rimane il vero bene della persona e la possibilità che ciascuno possa sviluppare integralmente la propria vocazione.

Il Papa indica nella carità ciò che può dare a questo progresso la sua direzione propriamente umana. Non si tratta di aggiungere dall’esterno un sentimento religioso alla scienza e alla tecnica. Nel capitolo conciliare la carità appartiene alla legge stessa della trasformazione cristiana del mondo, perché il Verbo incarnato, entrato nella storia e ricapitolandola in sé, ha rivelato che «Dio è carità» e ha fatto del comandamento dell’amore la legge fondamentale della perfezione umana.

Per questo il Papa può passare con naturalezza dal grande orizzonte della scienza alla vita quotidiana. L’uomo non deve allontanarsi dal lavoro per trovare Dio. La sua vocazione può essere vissuta precisamente dentro le occupazioni ordinarie, quando il lavoro viene compiuto bene, con responsabilità e come servizio. È significativa l’immagine eucaristica scelta da Leone XIV. Ogni giorno sull’altare vengono portati il pane e il vino, realtà della creazione che hanno attraversato il lavoro dell’uomo. La Gaudium et Spes stessa descrive l’Eucaristia come il sacramento nel quale «degli elementi naturali coltivati dall’uomo vengono trasmutati nel Corpo e nel Sangue glorioso» di Cristo. Anche il lavoro dell’uomo viene così raccolto dentro un segno che Cristo assume e trasforma, aprendo la fatica quotidiana alla logica dell’offerta.

Il cammino della catechesi arriva infine alla domanda sul destino di tutto ciò che costruiamo. Qui il Concilio introduce una distinzione essenziale. Il progresso terreno non coincide con la crescita del Regno di Dio. Nessuno sviluppo scientifico, economico o sociale può produrre da sé il Regno. Allo stesso tempo, quanto nella storia viene costruito secondo la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà conserva un rapporto reale con il compimento verso il quale Dio conduce la creazione. Gaudium et Spes 39 afferma che i buoni frutti della natura e dell’operosità umana saranno ritrovati «purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati» quando Cristo consegnerà al Padre il Regno eterno.

È una prospettiva che cambia anche il modo cristiano di abitare il presente. L’attesa della terra nuova non autorizza a trascurare quella che ci è stata affidata. Il Concilio dice esattamente il contrario: deve accrescere la cura per questa terra e per la comunità umana che vi abita. Il cristiano lavora dentro la città degli uomini sapendo che essa non è il Regno definitivo, e proprio questa consapevolezza gli permette di servirla senza idolatrarla.

Si comprende allora meglio il cammino che Leone XIV sta costruendo attraverso la Gaudium et Spes. La prima catechesi ci ha insegnato a entrare nella storia senza perdere Cristo; la seconda ci ha ricondotti alla dignità della persona che viene da Dio; la terza ci ha mostrato quella persona dentro la comunità umana. Oggi la vediamo all’opera nel mondo che il Creatore le ha affidato. La capacità dell’uomo di conoscere, inventare e trasformare non è un’uscita dal progetto di Dio. Diventa pienamente umana quando riconosce da chi ha ricevuto il mondo, per chi deve servirsene e verso quale compimento la storia è orientata.

Per questo l’ultima immagine scelta dal Papa riassume bene tutta la catechesi. Il sapere e il saper fare sono come un pane da condividere, perché ogni uomo e ogni popolo possano sviluppare le possibilità ricevute e nessuno venga lasciato ai margini di un progresso riservato a pochi. È allora che l’intelligenza dell’uomo diventa davvero feconda: quando la potenza acquisita si trasforma in responsabilità e ciò che sappiamo fare diventa servizio.

La quarta catechesi ci consegna così un’altra tessera dello stesso mosaico. Cristo non sottrae l’uomo al mondo che gli è stato affidato. Lo rende capace di abitarlo nella verità, di lavorarvi con libertà e di orientarne i frutti verso quella pienezza nella quale anche l’opera buona delle nostre mani troverà il proprio compimento.

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