don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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A Metz Leone XIV interroga l’Europa: quale pace stiamo costruendo?

Nel luogo scelto dal Papa «a causa dell’Europa», Emmanuel Macron e Leone XIV ripartono entrambi da Robert Schuman e arrivano al presente con accenti differenti. Mentre la politica europea cerca maggiore sicurezza e capacità di difesa, il Papa domanda se il continente stia ancora investendo la propria creatività nella costruzione della pace.

Alla fine il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz ha tributato a Leone XIV un applauso lungo, quasi un’ovazione. Davanti al Presidente della Repubblica francese, a responsabili politici europei, rappresentanti delle Chiese e delegazioni provenienti da diversi Paesi, il Papa aveva appena concluso un discorso nel quale aveva richiamato il continente alle sue radici cristiane, messo in guardia dall’«illusione del riarmo», chiesto coraggio nel negoziato e denunciato l’imbarbarimento crescente delle relazioni internazionali. L’applauso appartiene alla cronaca di questa mattina; saranno le scelte future a mostrare quanto quelle parole siano state comprese nelle loro conseguenze.

Per comprendere la portata dell’incontro occorre partire dalla sua origine, chiarita pubblicamente dal cardinale Jean-Marc Aveline. Quando si stavano delineando le tappe del viaggio apostolico e bisognava scegliere una città da aggiungere a Parigi e Lourdes, il Papa indicò Metz con una motivazione essenziale: «a causa dell’Europa». Conosciuto il progetto, Emmanuel Macron decise di raggiungere il Pontefice e di invitare alcuni responsabili politici di diversi Paesi europei.

La precisazione aiuta a collocare correttamente la scena. L’appuntamento europeo nasce dunque all’interno del viaggio apostolico e da una scelta personale di Leone XIV; la Presidenza francese gli ha successivamente conferito una più marcata dimensione istituzionale. Il luogo, del resto, portava già dentro di sé il tema dell’incontro. Metz appartiene a una terra lungamente contesa, ferita dalle guerre e divenuta infine uno dei luoghi nei quali la riconciliazione franco-tedesca ha trovato una forma politica capace di trasformare la storia.

Macron ha preso la parola per primo e ha riconosciuto apertamente la profondità di quelle radici. Ha ricordato la fede di Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ha parlato del fondamento greco-romano e giudeo-cristiano della civiltà europea e ha richiamato il principio di sussidiarietà come uno degli elementi capaci di tenere insieme autonomia e solidarietà. Nella sua lettura, questa lunga eredità confluisce nell’Europa contemporanea della libertà, dei diritti, della democrazia e della costruzione comunitaria.

Quando lo sguardo si è spostato sul presente, il Presidente francese ha descritto un continente nel quale la guerra è tornata e nel quale riemergono logiche imperiali che l’Europa pensava di avere lasciato alle proprie spalle. Ne deriva, nella sua prospettiva, la necessità di un’Europa più capace di agire, più sovrana, in grado di assicurare la propria sicurezza, sostenere l’Ucraina e costruire una comune capacità di difesa. La pace viene così collegata alla forza necessaria per proteggerla e alla capacità politica del continente di non dipendere interamente da altri per garantire il proprio futuro.

Leone XIV ha preso le mosse dallo stesso Robert Schuman e ha allargato immediatamente l’orizzonte. Prima dell’Unione Europea esiste una civiltà europea, formatasi lentamente attraverso il mondo greco e romano, la diffusione del cristianesimo e l’incontro progressivo con culture e popoli differenti. In questa storia il Papa ha riservato un posto particolare a san Benedetto e alla tradizione monastica, ricordando quanto i monasteri abbiano contribuito alla cultura, all’educazione, alla cura dei malati, allo sviluppo delle conoscenze e alla stessa organizzazione sociale del continente.

È da questa lunga memoria che nasce una delle affermazioni più nette del discorso: «Non si può quindi parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo». Leone XIV non utilizza le radici cristiane come criterio di esclusione confessionale. Le legge come una sorgente storica e antropologica dalla quale sono maturate una determinata concezione della persona, la sua apertura alla trascendenza, la fraternità e quel senso della responsabilità che ha profondamente segnato la formazione europea.

Le radici acquistano così un significato che riguarda direttamente il presente. Una civiltà può continuare a pronunciare parole come libertà, democrazia, uguaglianza e pace; quando perde progressivamente la concezione dell’uomo che ha dato loro consistenza, quelle stesse parole rischiano di diventare più fragili e disponibili a interpretazioni contraddittorie. Il Papa invita per questo l’Europa a un duplice movimento: ritornare alle proprie sorgenti e, proprio a partire da esse, aprirsi al dialogo con l’altro.

Dentro questa prospettiva entra anche la questione delle migrazioni. Leone XIV riprende quanto aveva già affermato durante il viaggio nelle Canarie: occorrono vie legali e sicure, soccorso e assistenza, lotta ai trafficanti, tutela delle vittime e politiche capaci di consentire alle persone di vivere dignitosamente nella propria terra. L’accoglienza europea richiede poi qualcosa di ulteriore, perché integrare significa offrire a chi arriva la possibilità di sviluppare talenti e capacità e, nello stesso tempo, permettergli di «entrare nello spirito della casa» che lo accoglie.

Il discorso ritorna quindi a Robert Schuman e raggiunge il suo punto politicamente più impegnativo. L’Europa contemporanea nacque dalle rovine di una guerra che aveva mostrato fin dove può arrivare la volontà di potenza quando cessa di riconoscere limiti, e proprio per questo Leone XIV individua nel desiderio della pace il primo insegnamento che Schuman consegna al continente di oggi.

Il Papa non ignora la realtà della guerra presente né la gravità delle minacce. Parla delle vittime civili e precisa che la ricerca della pace non può essere confusa con un ingenuo irenismo. Chiede allo stesso tempo «dialogo paziente», «coraggio nella negoziazione» e la disponibilità a sacrificare alcune posizioni quando il bene superiore della pace lo richieda. Dentro questo ragionamento pronuncia l’avvertimento che segna forse il passaggio politico più forte dell’intero discorso: «Tuttavia, bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo».

Sono parole pronunciate davanti a una classe politica europea che da tempo discute di aumento delle capacità militari e di rafforzamento della sicurezza continentale. Leone XIV non propone un proprio piano di politica militare e non entra nelle singole decisioni dei governi; porta la questione a un livello precedente e domanda quale idea di pace stia orientando quelle decisioni.

Richiamando ancora la Dichiarazione Schuman, ricorda che «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano». Da qui nasce la domanda più scomoda della mattinata: l’Europa sta realmente investendo la propria creatività nella costruzione della pace oppure sta soprattutto tentando di contenere l’emorragia delle guerre presenti preparandosi meglio a quelle che considera ormai inevitabili?

Sul medesimo palco sono emersi così accenti differenti di fronte a una stessa preoccupazione. Macron ha insistito sulla capacità europea di difendersi e di assicurare autonomamente la propria sicurezza; Leone XIV ha richiamato la politica alla responsabilità di verificare che la preparazione alla difesa non assorba lo spazio politico e culturale necessario a costruire le condizioni della pace. La questione posta dal Papa riguarda il tipo di ordine internazionale che l’Europa desidera concorrere a edificare e la possibilità che il diritto continui a contenere la forza anziché limitarsi a registrarne i risultati.

Robert Schuman diventa decisivo proprio a questo livello. Nel 1950 carbone e acciaio, indispensabili alla capacità bellica degli Stati, vennero messi in comune affinché un nuovo conflitto tra Francia e Germania divenisse «non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile». La forza politica di quell’intuizione consisteva nel modificare progressivamente le condizioni che rendevano possibile la guerra, creando interessi condivisi e una solidarietà concreta tra popoli che fino a pochi anni prima si erano combattuti.

È questa creatività politica che Leone XIV chiede all’Europa di ritrovare. La pace, nella sua lettura, richiede istituzioni capaci di custodire il diritto internazionale, relazioni fondate sulla parola data e un multilateralismo che permetta agli Stati di incontrarsi come soggetti giuridicamente riconosciuti, evitando che la loro posizione venga determinata soltanto dalla forza militare o economica di cui dispongono.

Da qui nasce anche la severità con cui il Papa guarda al presente, fino ad affermare che «oggi le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare». La svalutazione della parola data, il ricorso alla menzogna e all’inganno, la progressiva normalizzazione della forza come criterio delle relazioni internazionali indicano per Leone XIV una regressione che riguarda il mondo intero e interpella in modo particolare un continente nato politicamente proprio dal rifiuto di quella logica.

Schuman offre allora anche un metodo. L’Europa non nacque tutta in una volta e non fu il risultato di una costruzione immediatamente compiuta; crebbe attraverso realizzazioni limitate, capaci di produrre progressivamente quella «solidarietà di fatto» sulla quale sarebbe stato possibile edificare qualcosa di più grande. Leone XIV recupera questa pazienza politica in un tempo dominato dall’urgenza, ricordando che la fiducia tra popoli richiede durata, negoziato e la capacità di accettare passi inizialmente piccoli quando essi aprono realmente una strada.

Nella parte conclusiva il Papa si rivolge soprattutto ai giovani e lega il futuro dell’Europa alla qualità concreta della loro vita. Li invita a sottrarsi alla logica della violenza, a guardare senza paura all’avvenire, a formare famiglie e generare figli, a difendere la dignità di ogni persona «dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro» e a servire le proprie comunità anche attraverso l’impegno politico. La costruzione della pace ritorna così alla sua radice antropologica: un continente capace di custodire la vita può anche imparare nuovamente a custodire la convivenza tra i popoli.

Quando il discorso termina, la lunga ovazione dell’assemblea restituisce un’immagine che merita di rimanere nella cronaca di Metz. È impossibile stabilire quanto ciascuno dei presenti abbia condiviso le conseguenze delle parole appena ascoltate; l’accoglienza calorosa segnala almeno che quelle parole sono state ascoltate. Sarà il futuro a mostrare se avranno raggiunto anche le decisioni.

C’è infine qualcosa di singolare nella figura dell’uomo che questa mattina ha richiamato l’Europa alla propria storia. Leone XIV è nato negli Stati Uniti, ha trascorso una parte decisiva della sua vita in America Latina e oggi parla da Roma. Questa biografia rende quasi visibile una caratteristica profonda del ministero petrino: il Papa appartiene a una Chiesa la cui memoria attraversa i confini e mette in relazione popoli diversi, permettendogli di parlare a una nazione senza essere semplicemente la voce di un’altra nazione.

Per questo un Papa americano può richiamare l’Europa a san Benedetto, a Schuman e a De Gasperi senza apparire come uno straniero venuto a spiegare agli europei chi siano. Parla dall’interno di una tradizione cristiana che ha contribuito a formare il continente e che, proprio perché cattolica, possiede un orizzonte più ampio delle singole appartenenze nazionali.

Qui appare una delle funzioni storiche più preziose del Papato. Quando gli Stati sono inevitabilmente assorbiti dalla tutela dei propri interessi e dalla responsabilità verso la propria sicurezza, una voce che non coincide pienamente con nessuno di essi può ricordare l’esistenza di un bene comune che li precede e li supera. Non sostituisce la responsabilità dei governi e non offre soluzioni tecniche alle cancellerie; custodisce domande che la pressione dell’immediato rischia facilmente di mettere da parte.

A Metz Leone XIV ne ha consegnata una all’Europa attraverso la memoria di Robert Schuman. Il continente nato dopo la guerra impiegò la propria creatività politica per rendere progressivamente più difficile un nuovo conflitto. Ora che la guerra è tornata dentro i suoi confini, la vera questione è comprendere se l’Europa saprà ancora impiegare la stessa creatività per costruire la pace.


Testo ufficiale della Santa Sede: Incontro “Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità” – Discorso del Santo Padre Leone XIV, Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz, 28 settembre 2026.

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