Un incontro di circa venticinque minuti, senza preghiera comune, tra i rappresentanti delle diverse tradizioni religiose presenti in Francia. Leone XIV indica il criterio del dialogo: un’identità vissuta nella verità, capace di incontrare l’altro e di assumere una responsabilità concreta per la pace e per la vita.
L’incontro interreligioso di Metz è stato breve e molto sobrio. Al Centro Congressi “Robert Schuman”, Leone XIV ha ascoltato l’Appello preparato dai responsabili delle diverse confessioni religiose presenti in Francia, ha pronunciato il suo discorso e ha assistito alla firma del documento. Non vi è stato alcun momento di preghiera comune. La forma stessa dell’incontro ha lasciato subito capire quale terreno si volesse percorrere: quello della responsabilità delle religioni nella costruzione della pace e nella tutela della dignità umana.
L’Appello di Metz aveva già indicato questa prospettiva. I rappresentanti religiosi si sono dichiarati fedeli alle rispettive tradizioni e hanno riconosciuto apertamente la diversità delle proprie convinzioni, assumendo insieme alcuni impegni per favorire il dialogo e l’educazione alla pace.
Leone XIV è entrato dentro questo quadro partendo dal luogo stesso dell’incontro. Metz è una città segnata dalle frontiere e dai passaggi, e il Centro Congressi porta il nome di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Il Papa lo ha ricordato anzitutto come «uomo di fede e di convinzioni», capace di trasformare antiche linee di frattura in ponti di speranza. La storia europea diventava così il punto da cui guardare alla responsabilità degli uomini e delle donne di religione: incontrarsi senza perdere ciò che sono e contribuire alla costruzione della pace.
È in questo contesto che Leone XIV ha pronunciato la frase che raccoglie il significato dell’intero incontro:
«Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro».
Il Papa colloca dunque il dialogo dentro un’identità riconosciuta. La relazione con chi professa una fede diversa non richiede di attenuare le proprie convinzioni. Chiede che esse siano vissute con quella verità che permette di incontrare l’altro senza trasformarlo in una minaccia.
È una prospettiva che appartiene ormai da decenni al Magistero della Chiesa. Nostra aetate ha invitato i cattolici a riconoscere quanto vi è di vero e santo nelle altre tradizioni religiose, mantenendo ferma la confessione cristiana. Molti anni dopo, Dominus Iesus avrebbe precisato che la parità richiesta dal dialogo riguarda la dignità delle persone che si incontrano e non significa equivalenza dei contenuti religiosi.
Leone XIV non affronta a Metz una trattazione teologica sulle religioni. Porta piuttosto questa impostazione dentro una situazione concreta e indica la responsabilità che nasce dall’identità religiosa quando essa entra nella vita degli uomini.
Per questo il passaggio successivo riguarda il nome di Dio. Invocarlo per giustificare violenza o oppressione, afferma il Papa, «costituisce una profanazione di questo nome». Ogni comunità religiosa è chiamata così a vigilare sul proprio linguaggio e sull’uso che viene fatto delle proprie convinzioni. Leone chiede che il discorso religioso contribuisca a «disarmare i cuori e le parole», riconoscendo una responsabilità particolare a quanti sono custodi delle rispettive tradizioni.
Dentro questa responsabilità appare poi un tema che lega sorprendentemente Metz alla giornata precedente di Lourdes: la vita umana.
«Le religioni sono custodi della vita», afferma Leone XIV. La loro fecondità si manifesta nella capacità di accompagnare la persona quando diventa fragile e di riconoscere il valore sacro della sua esistenza. Il Papa misura la grandezza di una civiltà dal modo in cui essa circonda e protegge l’essere umano, soprattutto quando la vulnerabilità lo rende maggiormente bisognoso della presenza degli altri.
Le parole pronunciate il giorno prima nell’Accueil Notre-Dame sembrano qui allargarsi a un orizzonte più vasto. A Lourdes Leone XIV aveva parlato direttamente alle persone malate e a quanti se ne prendono cura; a Metz affida la medesima convinzione ai rappresentanti delle religioni:
«Servire la vita significa circondarla di cure, presenza e tenerezza, soprattutto nella prova, fino alla fine».
Quel «fino alla fine» conserva un peso particolare nel contesto francese e nel cammino che questo viaggio apostolico sta facendo emergere. Dopo aver ricordato a Lourdes che la dignità della persona non dipende dalle condizioni nelle quali essa si trova, Leone XIV indica ora nella custodia della vita uno spazio nel quale le tradizioni religiose possono offrire alla società un contributo comune, partendo dalle proprie convinzioni.
Il Papa guarda anche alle nuove generazioni. A quanti sono aperti alla trascendenza affida il compito di offrire punti di riferimento solidi perché i giovani possano imparare a riconoscere la dignità di ogni persona e a costruire relazioni nelle quali la differenza non diventi motivo di ostilità.
Verso la conclusione, Leone XIV riprende una frase della sua enciclica Magnifica humanitas: «La Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà, la bellezza».
La formulazione merita attenzione. Il Papa parla di persone che cercano sinceramente. Riconosce la possibilità di condividere un tratto di strada con uomini e donne appartenenti ad altre tradizioni, rispettandone il cammino e continuando a vivere con chiarezza la propria fede.
È forse questo il dato più significativo lasciato dall’incontro di Metz. Leone XIV ha mostrato un dialogo che non nasce dalla cancellazione delle differenze e non cerca una sintesi religiosa artificiale. Persone appartenenti a tradizioni diverse possono incontrarsi e assumere insieme alcune responsabilità davanti alla storia, mentre ciascuna continua a custodire ciò che le è proprio.
In una terra europea che conosce bene il prezzo delle divisioni, il Papa ha scelto di dire che l’identità può diventare luogo di incontro quando viene vissuta nella verità e liberata dalla paura dell’altro. E ha affidato alle religioni una responsabilità molto concreta: sottrarre il nome di Dio alla violenza e stare accanto alla vita umana, soprattutto quando essa diventa fragile.
Alla fine rimane la frase pronunciata all’inizio del discorso, quella che permette di leggere senza equivoci tutto ciò che è avvenuto a Metz: «Dialogare non sminuisce la nostra identità».
Testo ufficiale della Santa Sede: Incontro interreligioso – Discorso del Santo Padre Leone XIV, Centro Congressi “Robert Schuman”, Metz, 28 settembre 2026.

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