Questa mattina, mentre mi preparavo alla celebrazione della Messa e riprendevo tra le mani la Parola, mi sono tornate alla mente alcune domande che i fedeli mi ponevano negli anni in cui ero parroco. Erano domande semplici, qualche volta ingenue, spesso nate da una lettura molto immediata della Scrittura, e proprio per questo capaci di lasciare un ricordo vivo. Una signora, dopo aver ascoltato una genealogia biblica, mi disse con grande meraviglia: «Che bello, don Mario. Nel Vecchio Testamento partorivano gli uomini». Aveva sentito ripetere che Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, e il verbo “generare”, preso con ammirevole precisione letterale, le era sembrato sufficiente per riscrivere parecchi capitoli della biologia umana.
Un’altra osservazione riguardava le età straordinarie dei patriarchi. Anche quella mi è rimasta impressa: «Che bello, don Mario. Nel Vecchio Testamento si campava tantissimo». E, a una lettura superficiale, sembrerebbe proprio così. Adamo raggiunge novecentotrent’anni, Matusalemme arriva a novecentosessantanove, Noè a novecentocinquanta, poi le cifre cominciano lentamente a scendere e la Scrittura ci accompagna dalle grandi età delle origini verso una misura dell’esistenza sempre più vicina a quella che conosciamo.
Ripensavo a queste cose proprio mentre avevo davanti il libro di Giobbe, e il sorriso lasciato da quei ricordi si è poco a poco trasformato in una domanda più seria, perché il testo racconta che Giobbe, dopo aver attraversato tutto ciò che aveva attraversato, visse ancora centoquarant’anni. Letta così, la frase potrebbe sembrare semplicemente la conclusione felice di una storia tremenda, quasi che Dio, dopo aver permesso una prova smisurata, decidesse di compensare il suo servo concedendogli un numero altrettanto smisurato di anni. Più ci pensavo, più mi accorgevo che non poteva essere questo il punto.
Giobbe, prima di arrivare a quei centoquarant’anni, aveva conosciuto una sofferenza che aveva toccato ogni parte della sua vita. Aveva perso i figli, i beni, la salute, e si era ritrovato circondato da amici che all’inizio avevano compreso la cosa più giusta da fare, cioè tacere e restare accanto a lui, mentre poi avevano cominciato a spiegargli il dolore. Da quel momento la loro vicinanza era diventata quasi un peso ulteriore, perché avevano bisogno che la sofferenza di Giobbe rientrasse in uno schema comprensibile: se soffri, deve esserci una colpa; se Dio è giusto, tu devi avere qualcosa da rimproverarti; se non capisci quello che ti sta accadendo, il problema è certamente nella tua vita e non nel nostro modo troppo ordinato di parlare di Dio.
Mentre meditavo queste pagine mi sono accorto che il rischio non appartiene soltanto agli amici di Giobbe. Davanti al dolore sentiamo spesso il bisogno di trovare subito una ragione, forse perché una sofferenza che rimane senza spiegazione ci inquieta più della sofferenza stessa. Quando riusciamo a collocarla dentro una teoria, ci sembra di averle almeno imposto dei confini. Giobbe, invece, non accetta che il mistero della sua vita venga risolto attraverso formule già pronte. Vuole parlare con Dio, vuole che Dio risponda, e lo fa con una libertà che ancora oggi può metterci a disagio, perché protesta, domanda, insiste, arriva quasi a convocare Dio davanti al tribunale della propria coscienza.
Più leggo Giobbe e meno riesco a scandalizzarmi di questa libertà. In fondo, chi continua a protestare con Dio continua ancora a rivolgersi a Lui. Quando non si crede più che dall’altra parte ci sia qualcuno, anche la protesta si spegne. Giobbe, invece, non smette di cercare una risposta e continua a domandare perché, ed è proprio in questo punto che il libro diventa scomodo anche per me, perché anch’io vorrei capire. Vorrei che alcuni passaggi della vita si lasciassero leggere con maggiore chiarezza, vorrei sapere perché certe strade si sono aperte e altre si sono chiuse, perché alcune preghiere hanno trovato una risposta riconoscibile mentre altre sono rimaste sospese per anni senza che riuscissi a capire se il silenzio fosse una risposta o soltanto un’attesa ancora incompiuta.
A volte mi accorgo che vorrei dalla Provvidenza una spiegazione prima ancora che una presenza. Mi piacerebbe vedere il disegno mentre sto ancora vivendo i singoli tratti, capire subito dove conduce una strada, sapere in anticipo quale frutto potrà nascere da una stagione difficile. Giobbe sembra attendersi qualcosa di simile e, proprio quando finalmente Dio parla, accade ciò che non ci aspetteremmo: non gli offre la spiegazione che aveva domandato.
Dio gli parla della creazione, della terra, del mare, delle stelle, degli animali, di una realtà immensa che esisteva prima che Giobbe potesse formulare la propria domanda. A prima vista sembra quasi che cambi argomento, mentre in realtà sta facendo qualcosa di più profondo. Non sta dicendo a Giobbe che il suo dolore è insignificante, perché sarebbe una risposta crudele. Gli sta mostrando che il mistero nel quale la sua vita è immersa è più grande della parte che lui riesce a vedere e che l’uomo può conoscere realmente molte cose senza poter abbracciare con lo sguardo l’intera trama della propria esistenza.
È forse questo il punto che più mi trattiene. Io vedo un frammento della mia storia e, con sorprendente rapidità, rischio di attribuirgli il significato dell’intero libro. Una porta che si chiude diventa subito una sconfitta, un’attesa diventa tempo perduto, una preghiera che non riceve la risposta sperata rischia di essere interpretata come silenzio di Dio. Poi Giobbe mi ricorda che la pagina sulla quale sto soffrendo non è necessariamente l’ultima e che sarebbe presuntuoso pretendere di conoscere già il senso di una storia che è ancora nelle mani di Dio.
Quando Giobbe afferma: «Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti hanno veduto», mi sembra che tutto il libro trovi finalmente il proprio centro. Aveva chiesto una spiegazione e si ritrova davanti a una presenza. Aveva ascoltato discorsi su Dio, anche molti e spesso impeccabili nella loro logica, e alla fine comprende che ciò che può sostenerlo non è un’altra teoria sul dolore, bensì l’incontro con Colui al quale aveva rivolto tutte le sue domande.
Questo incontro non cancella ciò che è avvenuto. I figli perduti restano figli perduti, le ferite non diventano irreali, la sofferenza non viene trasformata retroattivamente in qualcosa di bello soltanto perché il libro termina con una benedizione. Giobbe ha sofferto davvero e il testo non cerca di addolcire ciò che è accaduto. Quel che cambia è il modo in cui l’intera storia viene ricollocata davanti a Dio, perché Giobbe scopre che quanto ha attraversato non ha mai sottratto la sua vita dalle mani del Signore.
A questo punto anche quei centoquarant’anni cominciano ad assumere un significato diverso. Non sono più soltanto una curiosità biblica, né il ricordo lontano di un’epoca in cui, secondo le nostre letture un po’ ingenue, si viveva per secoli. Diventano un linguaggio di pienezza. Il Salmo dice che gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, e quei centoquarant’anni di Giobbe possono allora essere letti come il raddoppio della misura di una vita compiuta. È come se la Scrittura volesse dirci che la sua esistenza, dopo essere sembrata spezzata definitivamente, non rimane prigioniera della frattura e che Dio continua a condurla oltre il punto nel quale Giobbe aveva creduto che tutto fosse ormai deciso.
Pensando a questo mi sono accorto di quante volte anch’io ho stabilito troppo presto il significato di ciò che mi stava accadendo. Ho chiamato inutile qualcosa che forse non aveva ancora prodotto il proprio frutto, ho considerato chiusa una storia che era semplicemente entrata in una fase diversa, ho pensato che Dio tacesse quando forse ero io a pretendere che parlasse soltanto nel modo che avevo stabilito. La Provvidenza diventa difficile da riconoscere proprio quando vorremmo leggerla come si legge una pagina già conclusa, mentre noi ci troviamo ancora dentro il racconto.
Forse per questo Giobbe continua ad accompagnarmi. Non mi insegna a rinunciare alle domande e non mi invita a considerare ogni sofferenza come qualcosa che devo semplicemente accettare senza pensare. Mi costringe piuttosto a non trasformare la mia comprensione nel criterio con cui misurare la fedeltà di Dio. Il perché resta, e in certi momenti resta dolorosamente aperto, mentre accanto a quel perché nasce lentamente una domanda diversa: la mia vita, anche quando non la capisco, nelle mani di chi rimane?
È una domanda che cambia il modo di attraversare le cose. Se la mia storia dipendesse soltanto dagli avvenimenti, ogni disgrazia potrebbe diventare definitiva; se dipendesse soltanto dalla mia capacità di interpretarla, sarei costretto a portarne da solo il peso. La fede mi permette di credere che anche ciò che oggi non so leggere rimane dentro una Provvidenza che non coincide con la mia capacità di comprenderla. Questo non significa chiamare bene ciò che è male o attribuire a Dio ogni ferita come se fosse Lui l’autore diretto di tutto ciò che ci fa soffrire. Significa credere che nemmeno il male possiede la forza di sottrarre definitivamente la mia storia dalle mani di Dio.
Sono tornato allora alle ultime parole del libro: Giobbe «morì vecchio e sazio di giorni». Più ci penso, più mi colpisce quella parola, “sazio”, molto più di qualunque numero. Un uomo può avere molti anni senza essere sazio della propria vita, può attraversare decenni restando prigioniero di ciò che ha perso, può arrivare lontano nel tempo senza essersi riconciliato con la propria storia. Essere sazio di giorni dice qualcosa di diverso: suggerisce che il tempo ha raggiunto una maturità e che la vita, pur attraversata da ferite e domande, non è rimasta incompiuta.
A quel punto mi è tornata alla mente l’antica osservazione: «Che bello, don Mario. Nel Vecchio Testamento si campava tantissimo». Forse la questione non è vivere moltissimo. Non so quanti anni mi saranno dati e, a pensarci bene, non sento alcun bisogno di arrivare ai novecentosessantanove di Matusalemme, perché gli anni che normalmente ci vengono concessi offrono già all’uomo occasioni più che sufficienti per complicare la propria esistenza. Mi interessa molto di più quell’altra espressione, essere sazio di giorni, arrivare cioè a un punto nel quale possa guardare la mia storia e riconoscere che anche le pagine che non avevo capito erano rimaste dentro una vita custodita.
Forse vorrei poter scoprire, alla fine, che alcune domande non avevano ricevuto la risposta che pretendevo e non per questo erano rimaste senza Dio, che alcune ferite avevano continuato a fare male senza avere avuto l’ultima parola, e che anche ciò che avevo giudicato troppo in fretta aveva trovato un posto dentro un disegno che allora non riuscivo ancora a vedere.
Giobbe aveva cominciato chiedendo a Dio di spiegarsi e termina il suo cammino avendo incontrato Dio. Questa mattina, mentre chiudevo il libro e mi preparavo a celebrare, mi è sembrato che forse la maturità della fede cominci proprio qui, quando continuo a cercare di comprendere senza pretendere che ogni cosa mi sia spiegata prima di poterla affidare.

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