don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

La vigna affidata alle nostre mani

Domenica scorsa eravamo ancora nella vigna e ascoltavamo il padre dire ai due figli: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». La Parola ci aveva condotti a verificare se il nostro “sì” fosse capace di diventare vita. Oggi Gesù ci trattiene nello stesso luogo e ci porta più avanti: essere chiamati ed entrare nella vigna apre una responsabilità, perché ciò che il Signore affida alle nostre mani porta dentro di sé l’attesa di una fecondità.

Isaia introduce questa domenica con parole che sorprendono per la loro dolcezza: «Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna». Prima che compaiano il rimprovero e il giudizio, incontriamo un uomo innamorato della propria vigna. Ha scelto un terreno fertile, lo ha dissodato, ha tolto i sassi, vi ha piantato viti pregiate e ha preparato tutto perché potesse maturare un buon raccolto. Il profeta ci fa quasi contemplare le mani di Dio mentre lavorano attorno al suo popolo.

Poi viene l’attesa: «Egli aspettò che producesse uva». Dentro questa attesa c’è qualcosa di profondamente umano. Chi ama spera che ciò che ha curato cresca, maturi e diventi fecondo. Anche Dio attende che la grazia seminata nella nostra storia generi qualcosa nella vita.

La delusione arriva quando la vigna produce «acini acerbi». Isaia chiarisce subito che cosa significa: il Signore aspettava giustizia e trova violenza; attendeva rettitudine e ascolta il grido di chi viene oppresso. Il frutto cercato da Dio riguarda quindi la qualità concreta della vita che nasce dalla sua alleanza. Una fede custodita per anni, una lunga familiarità con la Parola, una comunità ricca di celebrazioni trovano la loro verità quando tutto questo rende più evangelico il modo di stare accanto agli altri.

È una domanda che possiamo lasciare entrare con calma anche nella nostra storia. Abbiamo ricevuto molto. Qualcuno ci ha trasmesso la fede, la Parola ci ha accompagnati, i sacramenti hanno attraversato la nostra vita. Ci sono persone che hanno servito per anni una comunità e portano sulle spalle una storia preziosa. Isaia oggi ci invita a guardare ciò che, dentro questa storia, sta maturando.

Il proprietario arriva a dire: «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?». È una delle domande più dolorose della lettura. Vi si avverte la sofferenza di un amore che ha dato molto e vede crescere qualcosa di diverso da ciò che aveva sperato. Dio prende sul serio la nostra libertà proprio perché prende sul serio l’amore con il quale ci ha accompagnati.

Il salmo raccoglie la voce della vigna quando ormai mostra le ferite della propria storia: «Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna». È una preghiera bellissima perché ci impedisce di trasformare la verifica spirituale in scoraggiamento. Possiamo accorgerci che qualcosa nella nostra vita si è impoverito, che un terreno una volta fertile si è indurito, che una relazione affidata alla nostra cura ha cominciato a soffrire. La risposta della fede è ancora una domanda rivolta al Signore: «Visita questa vigna».

La vigna ferita continua ad appartenere al suo amore. Per questo il salmista può pregare: «Fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi». Anche quando riconosciamo un frutto povero, possiamo ancora permettere a Dio di tornare a lavorare ciò che abbiamo trascurato.

Gesù riprende l’immagine di Isaia e la rende ancora più concreta. Un uomo pianta una vigna, la circonda con una siepe, prepara il torchio e costruisce una torre. Poi la affida a dei contadini.

La parola decisiva è proprio “affida”. Quegli uomini ricevono una vigna già preparata. Possono abitarla, lavorarla e raccoglierne il frutto. Proprio attraverso quella responsabilità possono contribuire alla sua fecondità. Col tempo, però, nel loro cuore avviene uno spostamento: ciò che è stato loro consegnato comincia a essere vissuto come possesso.

Quando il padrone manda i servi per ricevere il raccolto, i contadini reagiscono con violenza. Il proprietario insiste e invia altri servi. Alla fine manda il proprio figlio, dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». In questa perseveranza possiamo riconoscere la storia di un Dio che continua a cercare il suo popolo attraverso i profeti e, infine, manda il Figlio.

Gesù sta parlando ai capi dei sacerdoti e agli anziani, e la parabola ormai si avvicina drammaticamente a ciò che accadrà a Lui: «Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero». Il Figlio mandato dal Padre sarà rifiutato e portato fuori per essere consegnato alla morte.

La radice del comportamento dei vignaioli emerge dalle parole che si scambiano: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Vogliono conservare la vigna eliminando colui che ricorda loro a chi appartiene.

Questa tentazione può insinuarsi anche nella vita credente. Si riceve una responsabilità con gratitudine e, poco alla volta, ci si identifica così tanto con ciò che si serve da cominciare a considerarlo proprio. Una comunità può finire prigioniera delle abitudini di chi la guida; un servizio ecclesiale può diventare qualcosa da difendere invece che una missione da compiere. Perfino le persone che ci vengono affidate possono essere guardate come se dovessero corrispondere alle nostre aspettative.

Chi riconosce di essere affidatario impara invece a custodire senza appropriarsi. Può amare profondamente ciò che gli è stato consegnato proprio perché sa che appartiene a Dio. Questa consapevolezza rende anche più liberi: non dobbiamo lasciare la nostra firma su tutto, né trattenere ciò che un giorno dovrà continuare attraverso altre mani. Possiamo lavorare con cura e consegnare il frutto.

Gesù domanda che cosa farà il padrone e sono i suoi stessi interlocutori a formulare il giudizio. Poi cita la Scrittura: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo». Il rifiuto del Figlio non riuscirà a fermare il progetto del Padre. Proprio colui che viene scartato diventerà fondamento di una costruzione nuova.

Anche la parola conclusiva va ascoltata dentro questo contesto: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Gesù si rivolge a responsabili che hanno ricevuto la cura della vigna e rischiano di trasformare la missione affidata in privilegio. Il criterio rimane il frutto. L’elezione ricevuta chiede di diventare servizio al disegno di Dio.

Per questo sarebbe troppo facile leggere la parabola come una vicenda riguardante soltanto altri vignaioli e un altro tempo. La Chiesa stessa deve ascoltarla ogni volta che rischia di dimenticare di essere affidataria. Anche una lunga appartenenza ecclesiale può diventare sterile quando smette di riconoscere il Signore della vigna e comincia a difendere soprattutto sé stessa.

San Paolo ci conduce allora all’interno del terreno nel quale maturano i frutti: il cuore e i pensieri. Ai Filippesi chiede di presentare a Dio ciò che portano dentro, perché la sua pace custodisca «i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù». Poi indica ciò che merita di essere accolto nel pensiero: ciò che è vero, giusto e degno di amore. Infine aggiunge: «Mettetele in pratica».

Ciò che lasciamo abitare a lungo nel cuore prepara anche ciò che maturerà nelle nostre scelte. Una vita continuamente nutrita dal sospetto produrrà facilmente parole dure; una mente educata a cercare ciò che è vero e buono imparerà lentamente a generare gesti corrispondenti. Paolo ci ricorda così che la fecondità evangelica cresce dentro una vita che consente alla Parola di formare lo sguardo e, attraverso lo sguardo, le decisioni.

Ritorna l’insegnamento della domenica scorsa. Il nostro “sì” deve diventare vita. Oggi comprendiamo che quella vita ci è stata affidata perché qualcosa possa maturare attraverso di noi.

La verifica può essere molto semplice. Pensiamo a una realtà concreta che il Signore ha messo nelle nostre mani e chiediamoci: che cosa sta crescendo qui? Può essere una persona della quale ci prendiamo cura, un servizio che svolgiamo da tempo o un rapporto che attraversa una stagione delicata. Non occorre esaminare tutto contemporaneamente. Basta fermarsi davanti a un tratto della vigna e guardarlo con sincerità.

Potremmo accorgerci che qualcosa sta fiorendo e allora avremo motivo di ringraziare. Potremmo riconoscere invece una parte diventata più arida e allora il salmo ci offre già le parole: «Visita questa vigna». La sterilità riconosciuta davanti a Dio può diventare il luogo nel quale ricomincia il suo lavoro.

Durante questa settimana possiamo scegliere una sola realtà affidata alla nostra responsabilità e domandarci quale frutto il Signore stia cercando di far maturare proprio lì attraverso la nostra disponibilità. Poi sarà sufficiente un gesto concreto che vada in quella direzione. Non per dimostrare a Dio quanto siamo efficienti, perché anche i vignaioli della parabola lavoravano molto. Si tratta piuttosto di permettere alla cura ricevuta di continuare attraverso le nostre mani.

Da alcune domeniche il Vangelo ci riporta ostinatamente nella vigna. Ormai cominciamo a capire che non è soltanto il luogo nel quale lavorare: è il luogo nel quale impariamo a ricevere, custodire e lasciare maturare ciò che appartiene al Signore.

La vigna che ci è affidata porta già i segni della sua cura. Noi non partiamo da un terreno abbandonato: siamo preceduti da una grazia che ha dissodato, piantato e continuato ad attendere. Questa settimana possiamo guardare una realtà concreta della nostra vita e domandarci che cosa vi sta maturando. Dove troveremo sterilità, potremo pregare: «Visita questa vigna». Dove riconosceremo un frutto, impareremo a vedere che è cresciuto dentro una cura che ci precede. Così la responsabilità affidata alle nostre mani diventa risposta all’amore ricevuto.

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