don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Amoris laetitia dieci anni dopo. Leone XIV riporta la famiglia al cuore del Vangelo

Quando, il 19 marzo scorso, Leone XIV annunciò la convocazione dei Capi delle Chiese Orientali cattoliche e dei Presidenti delle Conferenze Episcopali per il decimo anniversario di Amoris laetitia, la domanda sorse quasi inevitabilmente: il Papa avrebbe riaperto le questioni che per dieci anni avevano accompagnato, e talvolta tormentato, la ricezione dell’Esortazione di Francesco?

La prima giornata dell’incontro offre già una risposta, almeno quanto al metodo scelto. Leone XIV non ha iniziato dal capitolo VIII, non ha aperto la discussione sui divorziati risposati, non ha proposto una nuova disciplina sacramentale. Ha compiuto un’operazione più radicale e, proprio per questo, forse più importante: ha riportato Amoris laetitia dentro il cammino della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e ha chiesto ai Pastori di guardare ai dieci anni trascorsi come a un tempo ecclesiale da discernere.

Già il saluto del cardinale Kevin Farrell aveva indicato questa prospettiva. Familiaris consortio e Amoris laetitia venivano richiamate insieme come espressioni dell’impegno dottrinale e pastorale della Chiesa verso giovani, sposi e famiglie. La domanda proposta non era come modificare l’insegnamento cristiano sul matrimonio, quanto come rendere nuovamente comprensibile e vivibile la vocazione cristiana della famiglia dentro trasformazioni culturali profonde, in un tempo nel quale la trasmissione della fede non può più essere data per scontata.

Il cardinale Mario Grech aveva poi precisato il carattere ecclesiale dell’incontro. I partecipanti non erano riuniti a titolo personale. Portavano con sé le Chiese locali, le loro esperienze, le loro difficoltà e le loro speranze. Fedeltà, ascolto e discernimento venivano indicati come atteggiamenti propri di questa responsabilità. Dopo l’intervento del Papa, Grech lo ha detto ancora più chiaramente: non si trattava di un convegno o di un seminario su Amoris laetitia, quanto di un incontro ecclesiale chiamato a vivere il discernimento nella preghiera e nell’ascolto della Parola.

È dentro questa cornice che il discorso di Leone XIV acquista il suo significato.

Il Papa ha iniziato ricordando il lungo cammino della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia. Ha richiamato il Sinodo del 1980 e Familiaris consortio di san Giovanni Paolo II, il processo sinodale promosso da Francesco e, ancora prima, Gaudium et spes. Amoris laetitia viene così definita «una tappa importante» di una storia più ampia.

È una parola da non lasciare passare troppo rapidamente. Una tappa non nasce da se stessa. Riceve una strada percorsa e ne prepara un tratto successivo. In questa prospettiva Amoris laetitia non appare come l’inizio di una nuova teologia del matrimonio, né come una parentesi da chiudere dopo dieci anni. Viene inserita nel cammino della Chiesa e deve essere compresa dentro quel cammino.

Leone XIV sceglie poi un’immagine biblica particolarmente significativa. Ricorda Paolo e Barnaba che, al termine della missione, ritornano presso la comunità e raccontano «tutto ciò che Dio aveva fatto per mezzo loro». Lo fanno ancora mentre salgono verso Gerusalemme, fino all’incontro con gli Apostoli e gli anziani.

È una bella immagine di sinodalità perché impedisce di confondere il discernimento con la costruzione di una maggioranza. Si racconta ciò che Dio ha operato, si ascolta ciò che la missione ha fatto emergere, si riconoscono difficoltà e domande, tutto viene portato dentro il discernimento della Chiesa. L’esperienza non viene assolutizzata e nemmeno ignorata. Viene ascoltata perché possa essere giudicata nella fede.

È qui che compare una delle affermazioni decisive del discorso. I Pastori, dice il Papa, hanno ricevuto la responsabilità di «proclamare la bellezza del piano di Dio per il matrimonio e la famiglia» e, proprio per questo, sono chiamati ad accompagnare le persone verso la realizzazione della propria vocazione nelle concrete circostanze della loro vita.

Le due affermazioni devono restare unite. C’è un piano di Dio sul matrimonio che la Chiesa riceve e proclama. Ci sono persone concrete che percorrono strade non sempre lineari e che hanno bisogno di essere accompagnate affinché quel bene possa diventare realmente la direzione della loro vita.

In questa prospettiva la fragilità assume un significato diverso. Leone XIV parla delle ferite, dei limiti, degli apparenti fallimenti che possono segnare la vita familiare. Ricorda che tutti conosciamo la distanza tra il bene desiderato e quello che riusciamo effettivamente a vivere. Per questo abbiamo bisogno della grazia, del perdono e di nuovi inizi.

È significativo che il Papa non faccia della fragilità un nuovo criterio morale. La assume come dato reale dell’esistenza umana dentro il quale la grazia continua ad agire. La questione pastorale diventa allora capire se la Chiesa sappia restare accanto alla persona quando la sua storia mostra tutta la propria povertà e se riesca a farle percepire che la vocazione ricevuta non è stata cancellata.

Proprio in quel punto Leone domanda: «Come possiamo annunciare loro la pienezza dell’insegnamento evangelico sulla famiglia?».

Questa domanda merita di essere custodita durante tutti i lavori dell’assemblea. Il Papa non domanda quale parte dell’insegnamento possa essere ancora proposta a chi vive una situazione difficile. Parla della sua pienezza. La questione riguarda il modo attraverso il quale quella pienezza può diventare buona notizia anche per chi sperimenta la propria distanza da essa.

La meditazione di suor Helen Alford ha offerto, subito dopo, una chiave particolarmente illuminante. La presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha preso come paradigma l’incontro di Gesù con la Samaritana. Cristo entra in relazione con quella donna, suscita in lei una domanda, la conduce poi a confrontarsi con la verità della propria vita e la accompagna fino al riconoscimento di colui che le sta davanti. Da quel momento la donna torna verso la sua gente e diventa testimone dell’incontro avvenuto.

Il valore della scena sta proprio nella sua dinamica. Gesù non comincia condannando la donna e non conclude confermandola nella situazione in cui si trova. La relazione apre alla verità e la verità apre alla missione. L’incontro non serve a nascondere la ferita. Permette alla ferita di essere guardata dentro una relazione nella quale la persona scopre di essere conosciuta e chiamata.

Suor Helen ha poi introdotto un passaggio che può aiutarci a leggere tutto l’incontro con maggiore precisione: la legge della gradualità. Richiamando Amoris laetitia 295, ha collegato esplicitamente Francesco a Familiaris consortio 34 di san Giovanni Paolo II. La gradualità riguarda il cammino della persona nel conoscere, amare e compiere il bene morale. Non significa gradualità della legge. Le esigenze oggettive del bene non vengono modificate in rapporto alla situazione del soggetto. La persona può trovarsi in una condizione nella quale non riesce ancora a comprenderle o a viverle pienamente, e proprio per questo necessita di un cammino sostenuto dalla grazia.

Qui emerge una continuità che spesso è stata oscurata dal dibattito degli ultimi anni. Il principio non nasce con Amoris laetitia. Giovanni Paolo II lo aveva formulato con chiarezza in Familiaris consortio. Francesco lo riprende dentro un contesto pastorale profondamente mutato. La legge rimane dono di Dio che indica la strada. Il cammino umano verso la sua piena realizzazione conosce tempi, cadute, riprese e conversioni.

La meditazione ha richiamato anche san Tommaso d’Aquino e la tradizione che da lui deriva: la legge nuova raggiunge la sua espressione più alta nella grazia di Cristo. È un richiamo teologico importante perché sottrae la questione alla semplice contrapposizione tra norma e situazione. La vita cristiana non consiste soltanto nell’avere davanti una legge e nel verificare quanto siamo lontani dal suo compimento. È la grazia dello Spirito Santo che rende l’uomo capace di procedere verso il bene al quale è chiamato.

Da questa prospettiva anche le parole di Leone sulla fragilità acquistano maggiore profondità. Quando dice che abbiamo bisogno di grazia, perdono e nuovi inizi per compiere la volontà di Dio, non riduce la volontà di Dio alla misura della nostra debolezza. Ricorda che l’uomo ferito ha bisogno della grazia proprio per continuare a camminare verso di essa.

Forse qui si trova il punto più interessante dell’apertura di questo incontro. Per molti anni il dibattito su Amoris laetitia è stato imprigionato nella contrapposizione tra norma e misericordia. Leone XIV sembra spostare il discorso verso una prospettiva più antica e più ampia: verità, grazia e cammino della persona appartengono alla stessa economia cristiana.

Questo non elimina le questioni controverse. Il capitolo VIII rimane. La questione dell’accesso ai sacramenti nelle situazioni matrimoniali irregolari rimane. Le differenti interpretazioni sviluppatesi negli ultimi dieci anni non scompaiono semplicemente perché il Papa non le ha nominate nel discorso inaugurale. Sarebbe ingenuo far finta che nulla sia accaduto.

Leone XIV sembra aver scelto di affrontare prima la domanda che viene ancora prima delle soluzioni particolari: dentro quale visione della Chiesa, dell’uomo e della grazia dobbiamo cercare quelle risposte?

Anche il riferimento del Papa alle «grazie sacramentali» va letto dentro questo quadro e senza precipitazioni. Leone chiede alla Chiesa di trovare modi rinnovati per annunciare il Vangelo, offrire le grazie sacramentali e accompagnare le famiglie. Il testo non determina qui una disciplina specifica per i divorziati risposati e non autorizza a dedurla. Se l’incontro affronterà espressamente tale questione, sarà necessario leggere con precisione ciò che verrà detto allora.

Un altro criterio viene offerto dallo stesso Papa quando afferma che Amoris laetitia dovrà entrare in dialogo con l’esperienza delle Chiese traendo ispirazione «dalla ricchezza della Parola di Cristo e dalla tradizione della Chiesa».

L’esperienza ha dunque un valore reale. Può mostrare dove il linguaggio pastorale non riesce più a raggiungere le persone, può rivelare sofferenze che non abbiamo saputo comprendere, può indicare frutti inattesi dell’azione di Dio. La Parola di Cristo e la Tradizione rimangono il luogo nel quale quella esperienza viene discernita.

Lo stesso vale per la sinodalità. Leone conclude indicando il discernimento pastorale delle Conferenze Episcopali e delle strutture gerarchiche delle Chiese Orientali come uno dei frutti attesi di questi giorni. È un passaggio da seguire attentamente, perché riguarda il rapporto tra discernimento locale e comunione universale della Chiesa. Per ora il Papa parla di responsabilità pastorale, non di pluralità dottrinale. I prossimi giorni potranno precisare meglio fin dove questo discernimento sia chiamato a giungere.

Rimane poi un aspetto che rischia di essere soffocato dalle questioni più controverse. Il vero titolo dell’incontro parla di annunciare il Vangelo “con” le famiglie. La famiglia non appare soltanto come destinataria di una pastorale che cerca di aiutarla. Diventa soggetto dell’evangelizzazione. Leone ricorda che la fede viene trasmessa dentro la vita familiare, attraverso l’amore degli sposi, l’educazione dei figli, la cura delle persone fragili e la fedeltà quotidiana con cui una casa cristiana diventa presenza del Vangelo dentro la società.

Forse è proprio qui che il decennale di Amoris laetitia può ritrovare il proprio centro. Per dieci anni l’Esortazione è stata spesso identificata con le situazioni irregolari. Leone XIV sembra volerla ricollocare dentro una domanda molto più grande: come può la Chiesa tornare ad annunciare la bellezza della vocazione matrimoniale in una cultura che desidera l’amore e nello stesso tempo fatica sempre più a credere nella possibilità della fedeltà definitiva?

La risposta che emerge da questa prima giornata non consiste nell’abbassare l’ideale cristiano per renderlo più accessibile. Consiste nel mostrare che quell’ideale è una vocazione sostenuta dalla grazia e che proprio la coscienza della fragilità può riaprire l’uomo alla necessità di affidarsi a Dio.

L’incontro è appena cominciato e sarebbe prematuro trarne conclusioni definitive. Qualcosa, però, appare già abbastanza chiaro. Leone XIV non sembra voler celebrare semplicemente i dieci anni di Amoris laetitia. Sta chiedendo alla Chiesa di discernere ciò che quei dieci anni hanno insegnato, riportando l’Esortazione dentro la continuità del Magistero, la Parola di Cristo e la tradizione ecclesiale.

È forse questo il passaggio necessario prima di affrontare ogni questione ancora aperta. La fragilità dell’uomo non modifica la verità della sua vocazione. Rivela quanto egli abbia bisogno della grazia per viverla. E la pastorale cristiana trova qui la propria misura: non accontentarsi di registrare la distanza tra la vita e il Vangelo, e nemmeno fingere che quella distanza non esista, quanto accompagnare ogni persona perché il Vangelo possa diventare realmente, anche dentro una storia ferita, la strada di una vita nuova.

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere