don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

GAUDIUM ET SPES: LA CHIESA NEL MONDO, FEDELE A CRISTO

Cari amici, dopo averci condotti attraverso la dignità della persona, la comunità umana e il significato dell’attività dell’uomo nel mondo, Leone XIV arriva oggi al punto verso il quale quelle riflessioni stavano conducendo. Il quarto capitolo della prima parte della Gaudium et Spes domanda infatti quale rapporto esista tra la Chiesa e quel mondo del quale il Concilio ha appena considerato l’uomo, le relazioni sociali, il lavoro, la scienza e il progresso.

Non si tratta di cambiare argomento. È il Concilio stesso, all’inizio del capitolo, a dirci che quanto è stato affermato sulla dignità della persona, sulla comunità degli uomini e sul significato dell’attività umana costituisce «il fondamento del rapporto tra Chiesa e mondo». Il percorso che Leone XIV ci sta facendo compiere settimana dopo settimana segue dunque con grande precisione il movimento interno della Costituzione.

All’inizio avevamo imparato a guardare la storia con lo sguardo di Cristo. Poi il Papa ci aveva ricondotti alla persona, creata a immagine di Dio e illuminata pienamente dal mistero del Verbo incarnato. Quella persona era apparsa nella terza catechesi come essere chiamato alla comunione e responsabile del bene comune. La quarta ci aveva mostrato l’uomo all’opera nel creato, capace di conoscere, lavorare e trasformare il mondo senza diventare per questo rivale del Creatore. Oggi arriva inevitabilmente la domanda: che cosa fa la Chiesa dentro questa storia e quale servizio è chiamata a renderle?

Leone XIV comincia con un’espressione di sant’Agostino: Mundus reconciliatus, Ecclesia. La Chiesa è il mondo riconciliato con Dio. È una formula molto più profonda di quanto possa apparire a una prima lettura. Nel Sermo 96 Agostino distingue il mondo che rifiuta Cristo da quel mondo che, riconciliato mediante Cristo, diventa la sua Chiesa. La comunità dei credenti vive dunque dentro la stessa storia degli uomini, ne condivide la fragilità e la bellezza, e nello stesso tempo porta in essa qualcosa che non nasce semplicemente dalla storia: la riconciliazione operata da Dio in Cristo.

Questo permette di comprendere meglio anche l’affermazione del Papa secondo cui la Chiesa non vive «sopra» o «accanto» al mondo. Essa è realmente inserita nella storia, cammina con gli uomini, attraversa le loro culture e ne condivide le vicende. Tuttavia proprio l’immagine agostiniana impedisce di trasformare questa vicinanza in identificazione. La Chiesa appartiene al mondo che Cristo è venuto a salvare e vive già, pur nella fragilità del pellegrinaggio, di quella riconciliazione che deve annunciare a tutti.

Il fondamento è ancora una volta l’Incarnazione. Il Figlio di Dio non ha salvato l’uomo rimanendo estraneo alla sua condizione: è entrato nella nostra storia, ha assunto la nostra carne e ha condiviso fino in fondo la vicenda umana, eccetto il peccato. Allo stesso modo la Chiesa non può annunciare Cristo rifugiandosi fuori dalla storia. Deve abitare il tempo che le è dato, conoscere le persone alle quali è mandata e lasciarsi interrogare dalle loro domande.

Leone XIV riprende qui un pensiero già espresso nella sua enciclica Magnifica humanitas: l’intreccio della vita della Chiesa con i popoli le fa comprendere sempre più che la propria missione possiede una portata storica e comporta una responsabilità anche per il modo nel quale vengono costruite le relazioni sociali. La fede cristiana non incontra un’umanità astratta. Incontra uomini e donne dentro famiglie, professioni, culture, istituzioni, condizioni economiche e ferite sociali concrete.

Questo coinvolgimento nella storia, però, non modifica la natura della missione. Il primo servizio che la Chiesa rende all’uomo, ricorda il Papa, consiste nell’aiutarlo a non perdere le domande fondamentali: da dove veniamo, dove siamo diretti, che significato possiedono l’amore e il dolore, quale senso abbia la nostra vita.

È un richiamo particolarmente attuale. Una società può moltiplicare enormemente le possibilità materiali e diventare nello stesso tempo incapace di rispondere alla domanda sul perché vivere. Leone XIV indica la logica del profitto a tutti i costi e la manipolazione dell’informazione come forze capaci di spingere le persone verso un’esistenza sempre più modellata sul consumo. È allora che la frase semplice pronunciata dal Papa acquista tutto il suo peso: il nostro cuore è fatto per guardare in alto.

Non significa disprezzare la terra. La catechesi precedente ci ha appena insegnato il contrario: il lavoro, la ricerca, la scienza e la trasformazione responsabile del creato appartengono alla vocazione umana. Significa riconoscere che nessun bene finito può portare da solo il peso del desiderio infinito dell’uomo. Il problema nasce quando ciò che dovrebbe servire la persona pretende di determinarne il significato.

Da questa stessa missione religiosa nasce anche la responsabilità sociale della Chiesa. Il Concilio è molto preciso e Leone XIV lo segue da vicino: la missione propria che Cristo ha affidato alla Chiesa non è d’ordine politico, economico o sociale; il fine che le è stato assegnato è d’ordine religioso. Proprio da questa missione religiosa scaturiscono però compiti, luce e forze capaci di contribuire alla costruzione della comunità umana. La Chiesa non riceve da Cristo il mandato di diventare un potere fra i poteri e, proprio perché annuncia Dio e la vocazione ultima dell’uomo, non può essere indifferente alle condizioni nelle quali quell’uomo vive.

Per questo il Papa parla di giustizia, di pace, di fraternità e della difesa dei piccoli e dei poveri. Chi adora Cristo, «il Giusto morto per gli ingiusti», non può considerare estranee alla propria fede le forme di oppressione che umiliano la persona e quelle strutture che mantengono condizioni di dipendenza e ingiustizia.

Qui si colloca la Dottrina sociale della Chiesa. Essa non costituisce un programma politico da imporre alla società e neppure una variante religiosa di una particolare ideologia. Offre principi e criteri morali che nascono dalla concezione cristiana dell’uomo e permettono ai fedeli di cercare il bene comune collaborando anche con quanti, pur partendo da convinzioni differenti, condividono finalità autenticamente umane.

La Gaudium et Spes arriva per questo ad affermare che alla Chiesa «niente sta più a cuore che di servire al bene di tutti» e di poter svolgere liberamente la propria missione in qualsiasi regime che rispetti i diritti fondamentali della persona e della famiglia e riconosca le esigenze del bene comune. Non le viene chiesto di conquistare una sovranità terrena. La sua forza propria nasce dalla fede e dalla carità vissute.

È a questo punto che la catechesi si sposta dalle grandi questioni sociali alla vita concreta dei cristiani, e forse qui raggiunge uno dei suoi momenti più esigenti.

Leone XIV riprende la severa affermazione di Gaudium et Spes 43: la dissociazione tra la fede professata e la vita quotidiana «va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo». Il testo conciliare sviluppa il pensiero in entrambe le direzioni. Sbaglia il cristiano che, in nome della propria destinazione eterna, trascura i doveri verso il mondo; sbaglia ugualmente chi vive immerso nelle realtà terrene come se la fede riguardasse soltanto alcuni atti di culto. Il Concilio arriva a dire che chi trascura i propri impegni temporali trascura il prossimo, e con esso i propri doveri verso Dio.

Qui il cammino delle catechesi precedenti trova una verifica molto concreta. Se il lavoro dell’uomo appartiene al disegno del Creatore, come ci ricordava Leone XIV nell’ultima catechesi, allora la professione, la vita familiare, le responsabilità civili e le relazioni sociali diventano luoghi nei quali la fede deve assumere una forma visibile. Il cristianesimo non può essere aggiunto dall’esterno alla vita; deve diventare il principio che la unifica.

Questo riguarda in modo particolare i fedeli laici. Leone XIV ricorda che, in forza del Battesimo, essi sono chiamati ad animare il mondo con lo spirito cristiano e con la visione del Vangelo. Il Papa parla di un’azione che può essere detta «sacerdotale», e l’espressione acquista il suo significato alla luce del sacerdozio battesimale: la vita ordinaria, la famiglia, il lavoro e le responsabilità nel mondo possono diventare offerta a Dio quando vengono vissute nella fede e nella carità.

Il Concilio, inoltre, non immagina il laico come semplice esecutore di indicazioni ecclesiastiche sulle questioni temporali. Gli chiede competenza, responsabilità e capacità di giudizio. Su molte questioni concrete, fedeli ugualmente sinceri possono giungere legittimamente a giudizi differenti; nessuno, perciò, può rivendicare per la propria soluzione l’autorità della Chiesa. La fede illumina la coscienza e offre i principi morali; molte decisioni sulla concreta organizzazione della società richiedono poi studio, competenza e prudenza.

Da qui Leone XIV passa al tema forse più delicato dell’intero capitolo: ciò che la Chiesa può ricevere dal mondo.

Gaudium et Spes 44 non teme di riconoscere che la Chiesa può essere aiutata dallo sviluppo della vita sociale, dalle culture, dalle conoscenze e persino, in qualche modo, dall’opposizione di coloro che la avversano. Non perché alla costituzione ricevuta da Cristo manchi qualcosa che il mondo debba aggiungere, precisa lo stesso testo, bensì perché la Chiesa può essere aiutata a conoscere più profondamente ciò che ha ricevuto, a esprimerlo meglio e a presentarlo in maniera più adeguata agli uomini di ogni tempo.

La distinzione è fondamentale. La storia può porre nuove domande, può costringere la Chiesa a vedere problemi precedentemente trascurati, può offrirle strumenti concettuali e linguaggi che permettono di esprimere meglio la fede. Non diventa per questo una nuova fonte della Rivelazione e non stabilisce il contenuto di ciò che la Chiesa deve credere.

Per questo Leone XIV richiama la responsabilità dell’intero Popolo di Dio, e in particolare dei pastori e dei teologi, nel discernere ciò che emerge dalle culture contemporanee. Il criterio rimane la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa. Il Concilio stesso chiede di ascoltare, discernere e interpretare i linguaggi del nostro tempo per giudicarli «alla luce della parola di Dio», affinché la verità rivelata sia compresa più profondamente e possa essere presentata in forma più adatta.

L’apertura alla storia non coincide quindi con la dipendenza dalle mode culturali. Ed è precisamente a questo punto che Leone XIV inserisce una delle affermazioni più nette della catechesi. Occorre un animo equilibrato, capace di riconoscere ciò che nel nostro tempo possiede un valore autentico e nello stesso tempo sufficientemente libero da non confondere ciò che è culturalmente dominante con ciò che è vero.

Il Papa richiama allora parole già pronunciate nel maggio scorso: «non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo».

La frase illumina retrospettivamente tutto il cammino che abbiamo seguito. Quando la Gaudium et Spes parla di ascolto del mondo, di dialogo, di dignità dell’uomo, di autonomia delle realtà terrene e di collaborazione con tutti, non chiede alla Chiesa di diventare innocua per essere accolta. Il dialogo cristiano possiede senso proprio perché qualcuno ha qualcosa di vero da offrire all’altro.

Una Chiesa che cercasse la benevolenza del proprio tempo attenuando progressivamente ciò che il Vangelo domanda finirebbe per perdere proprio ciò che può donare al mondo. Al contrario, una Chiesa che rifiutasse di ascoltare le domande reali degli uomini rischierebbe di custodire parole vere senza riuscire più a farne percepire il significato.

È dentro questa tensione, che non può essere risolta eliminando uno dei due poli, che si colloca la missione.

Alla fine del capitolo il Concilio permette di comprendere quale sia il criterio ultimo. Dopo aver parlato dell’aiuto che la Chiesa offre al mondo e di ciò che può ricevere da esso, Gaudium et Spes 45 afferma che essa «ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza dell’intera umanità». E subito dopo riconduce tutto a Cristo, «fine della storia umana», «centro del genere umano», gioia di ogni cuore e pienezza delle aspirazioni dell’uomo.

Siamo così ritornati esattamente al punto dal quale Leone XIV aveva iniziato il percorso sulla Gaudium et Spes. Nella prima catechesi Cristo appariva come la chiave attraverso la quale la Chiesa può leggere la storia; nella quinta comprendiamo che è ancora Cristo a determinare il fine della sua presenza dentro quella storia.

È significativo che il Papa non concluda questo tratto del cammino con una strategia pastorale. Conclude parlando di santità.

Riprende san Paolo VI, che nell’Evangelii nuntiandi ricordava come il mondo attenda evangelizzatori nei quali ciò che viene annunciato sia diventato forma di vita. «Senza questo contrassegno di santità», scriveva Paolo VI, la nostra parola difficilmente raggiungerà il cuore dell’uomo contemporaneo e rischierà di essere vana e infeconda.

È forse questo il punto nel quale l’intero capitolo acquista la sua unità più profonda. La missione della Chiesa non si decide anzitutto nella quantità delle iniziative, nella capacità di occupare spazi pubblici o nella ricerca del consenso. Comincia dalla trasformazione delle persone che hanno incontrato Cristo.

Una Chiesa santa può abitare il mondo senza appartenergli, ascoltarlo senza esserne determinata, servirlo senza cercarne il potere, dialogare senza mettere tra parentesi la verità e riconoscere ciò che di buono nasce nella storia senza confonderlo con il Vangelo.

Con questa quinta catechesi si chiude così la prima parte della Gaudium et Spes, e si comprende meglio anche il cammino che Leone XIV ci ha fatto percorrere. La Chiesa ha guardato la storia, ha incontrato la dignità dell’uomo, lo ha riconosciuto come essere chiamato alla comunione e lo ha visto operare nel mondo affidatogli dal Creatore. Ora sappiamo perché essa percorre quella stessa storia accanto agli uomini: perché ha ricevuto una missione per loro.

Una missione che la porta ad ascoltare senza tacere, a servire senza sostituirsi alla società, a discernere senza inseguire le mode e ad amare il mondo senza dimenticare Colui dal quale viene la sua salvezza.

Ed è forse proprio questo il punto che Leone XIV oggi ci consegna con maggiore chiarezza: la Chiesa può essere veramente presente nel mondo soltanto rimanendo pienamente fedele a Cristo.

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