don Mario Proietti, C.PP.S.

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Il giudizio morale e la responsabilità di restare accanto

Una riflessione a partire dalla nota dei Vescovi umbri sul suicidio medicalmente assistito

La presa di posizione dei Vescovi umbri, dopo l’approvazione della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, invita a riflettere su una questione che attraversa profondamente la coscienza cristiana. Quando una persona, provata dalla malattia, arriva a desiderare la morte, siamo chiamati a esprimere un giudizio morale sull’atto che viene richiesto e, nello stesso tempo, ad assumerci una responsabilità verso quella persona. Le due dimensioni appartengono alla medesima visione cristiana dell’uomo e meritano di essere comprese nella loro relazione più profonda.

La dichiarazione, diffusa il 23 ottobre 2026 e ripresa da AgenSIR, esprime «amarezza e delusione» per il provvedimento approvato e richiama l’accompagnamento e la prossimità solidale come risposta alle esigenze delle persone anziane, malate e sole.

Per leggere il documento integrale: Nota dei Vescovi umbri sull’approvazione della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito (PDF).

Per comprendere il contesto è utile ricordare che le sentenze della Corte costituzionale n. 242 del 2019 e n. 135 del 2024 avevano già definito le condizioni nelle quali l’aiuto al suicidio non è punibile. La legge umbra interviene sulle modalità organizzative dell’assistenza sanitaria regionale. Questa distinzione giuridica consente di individuare più precisamente l’interrogativo morale, che riguarda anche il coinvolgimento istituzionale della medicina nell’assistenza a un atto intenzionalmente diretto a provocare la morte.

La Chiesa insegna che la vita umana possiede una dignità inviolabile, che nessuna condizione di sofferenza può diminuire. Da questa convinzione deriva il giudizio morale sull’eutanasia e sul suicidio assistito. L’atto intenzionalmente diretto a provocare la morte rimane moralmente inaccettabile, anche quando nasce dal desiderio di porre termine a sofferenze gravissime. È un insegnamento che appartiene alla tradizione della Chiesa e trova il proprio fondamento nella comprensione della persona umana come creatura affidata all’amore di Dio.

Questo giudizio riguarda la natura morale dell’atto. Quando incontriamo una persona che desidera morire, entriamo in una realtà umana molto più complessa, nella quale la sofferenza può condizionare profondamente la libertà e la capacità di guardare al futuro. Sarebbe ingiusto presumere di conoscere, attraverso una dichiarazione pubblica o una valutazione astratta, tutto ciò che abita la coscienza di quella persona.

La stessa tradizione morale cattolica ci insegna a distinguere l’oggettiva qualificazione morale di un comportamento dalla responsabilità personale di chi lo compie. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1735, ricorda che l’imputabilità può essere diminuita, e persino annullata, da condizioni che limitano la libertà dell’individuo. Questa distinzione non modifica la natura morale dell’atto. Ci ricorda quanto sia delicato il compito di accompagnare una coscienza ferita dalla sofferenza, senza pretendere di sostituirci al giudizio che appartiene ultimamente a Dio.

Penso a una persona che da anni convive con una malattia degenerativa e assiste alla progressiva perdita delle proprie capacità. Penso alla fatica di dipendere dagli altri anche per le necessità più elementari, alla paura di una sofferenza destinata ad aggravarsi e al sentimento, talvolta dolorosissimo, di essere diventati un peso per la propria famiglia. In situazioni simili, il desiderio di morire può assumere significati che richiedono un ascolto paziente e un discernimento attento. Non possiamo attribuire a ogni richiesta la medesima motivazione, né presumere che una risposta assistenziale, per quanto adeguata, riesca sempre a eliminare ogni sofferenza percepita come insopportabile.

È qui che il giudizio morale interpella direttamente la nostra responsabilità pastorale.

La Chiesa non può rinunciare a insegnare il valore inviolabile della vita. Questa stessa convinzione le domanda di avvicinarsi concretamente a chi fatica a riconoscere un valore nella propria esistenza. Sarebbe una contraddizione proclamare la dignità della persona e lasciare che essa attraversi nella solitudine il tempo più difficile della propria vita.

La lettera Samaritanus bonus, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2020, offre un orientamento particolarmente prezioso. Il documento ricorda che la condizione di inguaribilità non coincide con l’impossibilità di prendersi cura della persona. La medicina conserva il proprio compito anche quando non dispone più di trattamenti capaci di arrestare la malattia. Il suo servizio continua attraverso un’assistenza proporzionata alle condizioni del paziente, il controllo del dolore e il rispetto della sua dignità.

Da questa prospettiva nasce anche una corretta comprensione del limite terapeutico. La Chiesa riconosce la liceità morale della rinuncia a trattamenti sproporzionati o eccessivamente gravosi e considera legittimo il ricorso alle cure palliative, secondo i principi morali che ne regolano l’impiego. Accettare il limite della condizione umana e consentire che la morte sopraggiunga naturalmente appartiene a un ordine morale differente rispetto alla decisione di provocarla intenzionalmente.

La distinzione è essenziale per comprendere il significato autentico della cura. Essa permette di riconoscere la morte come evento al quale ogni esistenza umana è destinata, custodendo la persona fino al termine della sua vita, senza pretendere che la medicina debba prolungarla a ogni costo.

Papa Leone XIV, incontrando i malati a Lourdes il 27 settembre scorso, ha richiamato con forza questa responsabilità, ricordando che «ciò che è legale non è necessariamente morale». Quelle parole sono state pronunciate davanti a persone che conoscono direttamente la sofferenza e davanti a coloro che quotidianamente le assistono. Il Papa ha voluto richiamare il significato della vocazione medica e il dovere di custodire la dignità umana anche quando la guarigione non è più possibile.

Mi sembra importante recuperare proprio questa dimensione del suo intervento. Il giudizio morale conserva tutta la propria forza quando viene compreso all’interno di una visione della persona che continua a meritare cura e rispetto, indipendentemente dalle sue condizioni fisiche.

La nota dei Vescovi umbri richiama opportunamente la necessità di dare piena attuazione alla legislazione sulle cure palliative. È un passaggio che dovrebbe interrogare anche le istituzioni pubbliche. La legge n. 38 del 2010 ha riconosciuto il diritto di accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Garantire che questo diritto sia effettivamente esercitabile significa offrire alle persone malate possibilità concrete di assistenza, evitando che alle difficoltà della malattia si aggiungano quelle derivanti dall’insufficienza dei servizi.

La disponibilità delle cure palliative non esaurisce tutte le domande che emergono di fronte alla sofferenza. La loro attuazione costituisce comunque un’espressione fondamentale della responsabilità che una società assume verso le persone più vulnerabili.

Vorrei però spostare lo sguardo ancora più vicino a noi, alla vita ordinaria delle nostre comunità cristiane.

Quando i vescovi ricordano che la risposta cristiana alla fragilità passa attraverso l’accompagnamento e la prossimità solidale, affidano implicitamente alle comunità una responsabilità che merita di essere presa molto sul serio.

Mi domando quante persone anziane vivano nelle nostre parrocchie senza ricevere una visita. Quante famiglie si trovino ad assistere un malato grave, sostenendo una fatica che progressivamente supera le loro forze. E quante volte noi sacerdoti veniamo a conoscenza di queste situazioni soltanto quando ci viene chiesto di celebrare un funerale.

Sono domande che rivolgo anzitutto a me stesso, perché il ministero sacerdotale ci espone continuamente al rischio di considerare assolto il nostro compito attraverso le attività che riusciamo a organizzare. La sofferenza umana rimane spesso lontana dai luoghi nei quali si svolge la vita ordinaria delle nostre comunità. Occorre cercarla nelle case, negli ospedali e soprattutto nelle situazioni nelle quali una persona non dispone più delle forze necessarie per domandare aiuto.

La parabola del buon Samaritano rimane un riferimento esigente. Quell’uomo ferito lungo la strada non può provvedere a se stesso. La sua condizione domanda che qualcuno si lasci coinvolgere. Il Samaritano se ne accorge, interrompe il proprio viaggio e provvede a un’assistenza destinata a proseguire anche dopo la sua partenza. La compassione diventa così una responsabilità che impegna concretamente la vita di chi si è fatto prossimo.

La Chiesa dovrebbe riconoscere in questo comportamento una misura della propria fedeltà al Vangelo. La vicinanza alla persona sofferente non dipende dall’accettazione delle sue scelte. Anche quando il suo orientamento rimane moralmente inaccettabile, essa conserva il diritto di essere ascoltata e accompagnata. L’accompagnamento cristiano rispetta la coscienza della persona e continua a proporle il bene che la Chiesa riconosce come vero, senza trasformarsi in approvazione o collaborazione all’atto che provoca la morte.

Questa fedeltà richiede particolare delicatezza quando la persona manifesta il desiderio di ricorrere al suicidio assistito. La relazione pastorale non può essere abbandonata proprio nel momento in cui la sofferenza sembra aver compromesso ogni prospettiva di speranza. Occorre mantenere aperta la possibilità del dialogo, offrire una presenza discreta e aiutare la persona a riconoscere che la sua dignità rimane intatta anche quando essa stessa fatica a percepirla.

Per un sacerdote, questa responsabilità assume un significato particolarmente profondo. Egli è chiamato a testimoniare la verità morale insegnata dalla Chiesa e a manifestare, attraverso il proprio ministero, la misericordia di Cristo. L’accompagnamento sacramentale richiede il discernimento previsto dalla disciplina ecclesiale. Anche quando non sussistono le disposizioni necessarie per ricevere un sacramento, rimane il dovere di offrire vicinanza e aiuto spirituale, custodendo la possibilità di un cammino di conversione fino all’ultimo momento.

La carità pastorale trova qui una delle sue prove più difficili. Essa domanda una fedeltà capace di attraversare anche il rifiuto e l’incomprensione. Il sacerdote continua a essere segno della sollecitudine di Cristo verso una persona che soffre, nella consapevolezza che il mistero della sua coscienza è conosciuto pienamente soltanto da Dio.

Vorrei che la dichiarazione dei Vescovi umbri fosse accolta anche come un invito a riflettere sulla qualità della nostra presenza cristiana accanto alla sofferenza. Le questioni legislative continueranno a essere discusse nelle sedi istituzionali. Il giudizio morale della Chiesa conserva il proprio fondamento e la propria necessità. La responsabilità pastorale ci attende intanto nella concretezza delle persone che incontriamo e delle situazioni nelle quali siamo chiamati a intervenire.

Il Vangelo non ci promette che ogni sofferenza possa essere eliminata. Ci rivela un Dio che ha voluto condividere fino in fondo la condizione umana, attraversando personalmente l’esperienza della morte. Nel Crocifisso la sofferenza viene assunta dentro una relazione di amore che rimane fedele anche quando ogni possibilità umana sembra esaurita.

Questa è la speranza che siamo chiamati ad annunciare e a rendere riconoscibile attraverso la nostra presenza.

La nota dei vescovi riafferma l’impegno delle Chiese dell’Umbria a servire la vita e a prendersene cura. È una promessa che riguarda ciascuno di noi e che domanda di essere tradotta nella vita delle comunità.

Forse, davanti a una persona che arriva a desiderare la morte, il primo compito pastorale consiste proprio nel riconoscere quanto sia importante continuare a esserle vicini, aiutandola a sperimentare una presenza umana nella quale possa ancora riconoscere qualcosa del proprio valore.

La verità sulla dignità della vita che proclamiamo attraverso il nostro insegnamento deve poter essere incontrata anche nel modo in cui ci prendiamo cura di chi soffre. È questa responsabilità che la parola dei vescovi oggi ci invita ad assumere con maggiore consapevolezza.

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