Soliloquio, 23 ottobre 2026
È ormai sera. Ho terminato da poco la recita del Vespro e nell’Abbazia è tornato quel silenzio che, al declinare del giorno, sembra raccogliere ogni cosa. Le occupazioni quotidiane lasciano lentamente spazio ai pensieri che ci hanno accompagnato senza trovare, durante le ore trascorse, il tempo necessario per essere ascoltati.
Mentre mi disponevo alla meditazione che prepara la Compieta, mi sono tornate alla mente alcune parole dell’inno che avevo pregato ieri sera:
Ecco, il sole scompare
all’estremo orizzonte;
scende l’ombra e il silenzio
sulle fatiche umane.
Non si offuschi la mente
nella notte del male,
ma rispecchi serena
la luce del tuo volto.
Mi sono soffermato soprattutto su quella supplica: «Non si offuschi la mente». C’è qualcosa di profondamente umano in questa preghiera. Quando arriva la sera e le ombre avvolgono ciò che durante il giorno appariva così nitido, avvertiamo il bisogno di una luce che ci permetta di continuare a vedere. L’inno chiede al Signore di custodire la nostra capacità di riconoscere il bene e di comprendere ciò che accade, anche quando le circostanze e le nostre stesse preoccupazioni rendono più difficile il discernimento.
Forse è stato questo a richiamarmi alla memoria il Vangelo ascoltato questa mattina.
Gesù osserva come gli uomini siano capaci di interpretare i segni della natura. Basta vedere una nuvola salire da ponente per prevedere la pioggia. Quando soffia lo scirocco, sappiamo che arriverà il caldo. Sono conoscenze nate dall’esperienza, dall’abitudine a osservare il cielo e a riconoscere i mutamenti delle stagioni.
Poi il Signore pronuncia un rimprovero severo: «Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?» (Lc 12,56).
Mi è sembrato di sentire quelle parole rivolte anche a me, alla mia esperienza sacerdotale, alla vita della Chiesa che conosco e amo, alle preoccupazioni che da qualche tempo accompagnano le mie riflessioni.
Sappiamo descrivere con grande precisione ciò che sta accadendo nelle nostre comunità. Conosciamo la diminuzione della partecipazione alla Messa domenicale, le difficoltà delle famiglie nell’educazione religiosa dei figli, l’allontanamento di tanti giovani dalla vita ecclesiale. Abbiamo imparato a parlare di secolarizzazione, cambiamento d’epoca e nuove sfide dell’evangelizzazione. Ne discutiamo nelle assemblee, nei convegni, durante gli incontri pastorali. Talvolta ho l’impressione che siamo diventati molto abili nel descrivere il tempo che attraversiamo, senza riuscire sempre a comprendere ciò che esso ci sta chiedendo.
È una considerazione che mi accompagna da ieri, quando ho letto Venite ad me, il nuovo documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, dedicato alla trasmissione della fede. Ne ho scritto sul blog, manifestando alcune perplessità che considero importanti.
Questa mattina, durante uno scambio fraterno con un amico professore, mi è stata rivolta un’osservazione sul metodo con cui leggo i documenti ecclesiali più recenti. La cosa mi ha fatto riflettere. Quando qualcuno che stimiamo mette in discussione il nostro modo di ragionare, abbiamo il dovere di ascoltare e cercare di comprendere.
Mi sono domandato se le mie preoccupazioni possano talvolta condizionare la lettura di un testo, portandomi a vedere soprattutto ciò che temo. È una possibilità che desidero tenere presente. Gli anni trascorsi nel ministero non mettono al riparo dagli errori di giudizio e l’esperienza, pur essendo preziosa, non dispensa mai dall’umiltà di rimettere in discussione le proprie convinzioni.
Eppure, tornando al Vangelo, ho riconosciuto un interrogativo che riguarda qualcosa di più grande delle nostre differenti valutazioni su un documento.
Abbiamo saputo riconoscere per tempo i segni della crisi nella trasmissione della fede?
Non penso soltanto alle trasformazioni della società, certamente profonde, che hanno modificato il rapporto delle persone con la religione. Penso a quanto è accaduto nella vita delle nostre comunità, ai percorsi catechistici che abbiamo proposto, alle scelte educative che abbiamo compiuto, alle verità della fede che abbiamo annunciato con convinzione e a quelle sulle quali, forse, siamo diventati progressivamente più esitanti.
Già nel 1979 san Giovanni Paolo II, nell’esortazione Catechesi tradendae, richiamava la necessità di custodire l’integrità del contenuto della fede anche attraverso il rinnovamento dei metodi catechistici. Quattro anni dopo, Joseph Ratzinger affrontava nuovamente il problema, mettendo in guardia dal rischio che la preoccupazione per il metodo finisse per condizionare anche ciò che doveva essere insegnato.
Sono trascorsi più di quarant’anni da quelle riflessioni. Il mondo è cambiato ulteriormente e molte comunità cristiane hanno conosciuto trasformazioni che allora potevano essere soltanto intraviste.
Mi domando se abbiamo ascoltato abbastanza quegli avvertimenti, se abbiamo verificato con sincerità i risultati delle nostre scelte e se siamo stati capaci di correggere ciò che non aiutava più a trasmettere integralmente la fede della Chiesa.
La domanda riguarda anche me. Ho dedicato gran parte della vita alla predicazione e alla formazione cristiana. Quante volte avrò pensato di aver comunicato qualcosa del Vangelo semplicemente perché ero riuscito a spiegarlo? E quante volte, preoccupato di farmi comprendere, avrò forse dato per scontato ciò che avrebbe richiesto maggiore pazienza e approfondimento?
Sono interrogativi ai quali non possiedo risposte immediate. So che la fede è un dono di Dio e che nessun metodo pastorale può produrla automaticamente. So anche che la Chiesa ha ricevuto il compito di annunciarla fedelmente e che le modalità concrete con cui esercitiamo questa responsabilità non sono indifferenti.
Per questo mi preoccupa la possibilità che si finisca per chiedere alla dottrina di giustificare scelte pastorali già compiute, anziché lasciare che la verità della fede ci aiuti a riconoscerne i limiti e, quando necessario, a correggerle.
È una preoccupazione che desidero continuare a sottoporre a verifica, anche attraverso il confronto con chi legge diversamente da me il cammino della Chiesa. Sarebbe una contraddizione difendere la necessità di discernere e sottrarmi personalmente alla fatica del discernimento.
Oggi san Paolo, nella prima lettura, ci ha ricordato che siamo stati chiamati a custodire l’unità dello Spirito nel vincolo della pace. È una parola che avverto particolarmente vicina dopo il dialogo di questa mattina. L’unità ecclesiale ci chiede di riconoscere nell’altro un fratello con il quale condividiamo la stessa fede, anche quando le nostre valutazioni sono differenti. Questa appartenenza comune ci rende reciprocamente responsabili nella ricerca della verità.
Ripenso alle parole di Gesù. La nostra capacità di prevedere le condizioni atmosferiche si è affinata enormemente. Possiamo conoscere con notevole precisione il tempo che farà nei prossimi giorni. Eppure rischiamo di attraversare intere stagioni della vita senza riconoscere ciò che lentamente cambia dentro di noi e nelle comunità che ci sono state affidate.
Forse alcuni segni che oggi ci inquietano erano già visibili molti anni fa. Forse li abbiamo considerati difficoltà passeggere, confidando che nuove iniziative pastorali sarebbero state sufficienti ad affrontarli. Sarebbe ingiusto giudicare con superficialità il lavoro di chi ci ha preceduto, perché molti hanno servito il Vangelo con dedizione e sacrificio. Proprio il rispetto per quella fatica ci chiede di guardare con sincerità anche ai suoi risultati.
C’è un’ultima parola del Vangelo che mi rimane dentro. Gesù esorta a trovare un accordo lungo la strada, prima di arrivare davanti al giudice. È un invito a riconoscere che il tempo presente ci viene ancora donato per rimettere ordine nelle nostre relazioni e nelle nostre scelte.
Forse è questo il segno più importante che oggi dovremmo saper leggere. Siamo ancora in cammino, ancora chiamati a convertirci, ancora responsabili di ciò che consegneremo a coloro che verranno dopo di noi.
La fede che abbiamo ricevuto non è nata dalle nostre capacità e non dipende dalle nostre preferenze. Ci è stata affidata attraverso la testimonianza di generazioni che hanno creduto, pregato e sofferto perché il Vangelo giungesse fino a noi.
Ora, mentre nell’Abbazia la sera avanza e si avvicina l’ora della Compieta, penso soprattutto a loro e a quanti verranno dopo. Mi domando che cosa troveranno nelle nostre comunità, quale conoscenza di Cristo riceveranno e se sapranno riconoscere, attraverso ciò che avremo insegnato e vissuto, la fede della Chiesa.
Mi tornano ancora alla mente le parole dell’inno di ieri sera. La luce del giorno si ritira e con essa svaniscono lentamente i contorni delle cose. La notte ci ricorda quanto sia fragile la nostra capacità di vedere e quanto facilmente possiamo scambiare le nostre certezze per la verità.
Chiedo al Signore di custodire la mia mente e il mio cuore da questa oscurità, di concedermi di riconoscere i segni del tempo che sto vivendo e di avere l’umiltà di correggere ciò che in me potrebbe ostacolare la trasmissione della fede ricevuta.
Vorrei giungere alla Compieta con questa preghiera, affidando alla misericordia di Dio quanto oggi ho compreso e anche ciò che ancora non riesco a vedere. Perché la luce del suo volto continui a illuminare il nostro cammino, mentre si chiude un’altra giornata della vita che ci è stata donata.

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