don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

L’Islam che vorremmo e quello che dobbiamo conoscere

Quando il desiderio del dialogo rischia di sostituirsi alla conoscenza della realtà

C’è una domanda che continua a tornarmi alla mente ogni volta che ascolto parlare del dialogo con l’Islam. Mi domando se siamo davvero disposti a conoscere questa religione nella sua identità storica e nelle sue differenti espressioni contemporanee, oppure se abbiamo progressivamente costruito un’immagine dell’Islam più vicina alle nostre aspettative che alla realtà che pretendiamo di comprendere. È una domanda che nasce dal desiderio di prendere sul serio il dialogo, riconoscendo che nessuna relazione autentica può fondarsi sulla rappresentazione rassicurante che ci siamo costruiti dell’altro.

Noi occidentali siamo abituati a vivere in società nelle quali l’appartenenza religiosa appartiene alla libertà della persona e l’ordinamento civile non dipende dall’autorità di una particolare confessione. Questa condizione è il risultato di una storia complessa, nella quale il cristianesimo ha avuto un ruolo fondamentale e che ha conosciuto trasformazioni profonde attraverso la modernità. Finisce così per apparirci naturale immaginare che ogni religione possa inserirsi nel medesimo orizzonte, accettando senza particolari difficoltà quella distinzione tra fede e autorità politica che costituisce uno dei fondamenti della nostra convivenza.

L’Islam nasce da una vicenda differente. La predicazione di Muhammad conduce anche alla costituzione di una comunità politica e lascia alla tradizione musulmana una concezione della legge religiosa che riguarda la vita collettiva. Le interpretazioni di questa eredità sono numerose e le società musulmane contemporanee hanno sviluppato ordinamenti differenti, alcuni compatibili con una concezione laica dello Stato, altri caratterizzati da una stretta dipendenza della legislazione civile dalla legge religiosa. Questa diversità appartiene alla realtà dell’Islam e dovrebbe indurci a conoscerla con maggiore attenzione, soprattutto quando incontriamo movimenti che intendono attribuire alla propria interpretazione religiosa un’autorità vincolante per l’intera società.

Ho l’impressione che una parte della cultura occidentale fatichi a riconoscere la portata di questo problema, quasi che la semplice disponibilità al dialogo fosse sufficiente a superare divergenze che riguardano l’idea stessa di libertà. Una dichiarazione comune sulla fraternità possiede certamente un valore, e può rappresentare l’inizio di un cammino importante. Rimane necessario comprendere quale significato attribuiscano i diversi interlocutori alla libertà di coscienza, alla possibilità di cambiare religione e al rapporto tra legge civile e prescrizioni religiose. Sono questioni che raggiungono concretamente la vita delle persone e sulle quali la buona volontà non può sostituire la chiarezza.

Ripenso, a questo proposito, a una pagina della storia contemporanea che meriterebbe di essere ricordata più frequentemente. Nel 1979, quando la monarchia iraniana venne travolta dalla rivoluzione, alla caduta dello scià contribuirono forze profondamente differenti. Accanto ai movimenti religiosi guidati dall’ayatollah Khomeini agirono ambienti liberali, nazionalisti e organizzazioni marxiste, accomunati dall’opposizione al regime monarchico. Il partito comunista Tudeh sostenne Khomeini, riconoscendo nella rivoluzione islamica una forza capace di contrastare l’influenza occidentale. La successiva costituzione della Repubblica islamica rivelò quanto fossero differenti i progetti dei protagonisti di quella stagione. Il potere si consolidò attorno a un ordinamento fondato sull’autorità religiosa, le opposizioni vennero represse e, nel 1983, anche il Tudeh subì l’arresto dei propri dirigenti e lo smantellamento dell’organizzazione.

Questa vicenda continua a interrogarmi perché mostra come la condivisione di un avversario politico possa indurre a sottovalutare le convinzioni profonde di un alleato. Coloro che avevano immaginato di contribuire alla liberazione dell’Iran si trovarono davanti a un sistema nel quale non esisteva più spazio per il progetto politico che avevano sostenuto. Il precedente iraniano non autorizza a prevedere per l’Europa un destino analogo, date le profonde differenze storiche e istituzionali. Ci invita, però, a considerare quanto sia necessario conoscere il progetto complessivo di coloro con i quali si stabiliscono alleanze, soprattutto quando esse nascono dalla comune opposizione a un determinato assetto politico o culturale.

È con questa memoria che osservo alcune forme di vicinanza tra ambienti progressisti occidentali e organizzazioni di ispirazione islamica. La difesa delle persone musulmane da discriminazioni e ingiustizie appartiene pienamente alla responsabilità di una società democratica. Mi domando, tuttavia, se in alcune circostanze la solidarietà verso una comunità non finisca per trasformarsi in una disponibilità poco critica verso organizzazioni che pretendono di rappresentarla, senza verificare sufficientemente quale concezione della libertà e dell’autorità esse sostengano. Anche la ricerca del consenso politico può favorire queste ambiguità, soprattutto quando una comunità religiosa viene considerata come un insieme omogeneo di possibili sostenitori anziché come una realtà composta da persone con convinzioni e aspirazioni differenti.

La questione diventa particolarmente delicata quando questa sensibilità entra nel linguaggio ecclesiale. Avverto talvolta, in alcuni interventi di uomini di Chiesa, una vicinanza alle categorie del progressismo contemporaneo che sembra andare oltre la legittima attenzione pastorale alle persone e alle loro difficoltà. Il desiderio di non apparire ostili all’Islam rischia di condizionare il giudizio su alcune sue espressioni politiche e culturali. Si può arrivare così a utilizzare parole e categorie elaborate in contesti ideologici che non sempre coincidono con l’antropologia cristiana, senza interrogarsi abbastanza sul loro significato.

Penso, per esempio, alla frequenza con la quale nel dibattito pubblico ricorre il termine islamofobia. Esistono discriminazioni e manifestazioni di ostilità contro le persone musulmane, che devono essere riconosciute e contrastate. Talvolta, però, la medesima parola viene utilizzata per respingere anche osservazioni fondate sulla storia islamica o critiche rivolte a progetti politici di ispirazione religiosa. Quando la denuncia di un pregiudizio diventa uno strumento per sottrarre determinate idee alla verifica, il rispetto delle persone viene confuso con l’obbligo di approvarne le convinzioni. E una società che teme di esaminare criticamente le idee finisce per indebolire la libertà che intende difendere.

In questo contesto ritorna, senza bisogno di ripercorrerla ancora, la riflessione di Joseph Ratzinger sull’«odio di sé dell’Occidente». La difficoltà a riconoscere serenamente il proprio patrimonio culturale può condurre a una singolare asimmetria: grande severità nel giudizio sulla nostra storia e particolare cautela nell’affrontare le contraddizioni presenti nelle altre tradizioni. Abbiamo già incontrato questa questione esaminando le schede della Conferenza Episcopale Italiana dedicate alla conoscenza dell’Islam. Quell’analisi riguardava la responsabilità educativa della Chiesa. Oggi la domanda si allarga alla capacità dell’intera cultura occidentale di conoscere l’altro senza sentirsi obbligata ad attenuare ciò che potrebbe risultare scomodo.

Mi domando anche se l’indebolimento della nostra identità culturale non contribuisca a rendere più difficile il cammino di integrazione delle nuove generazioni. Un giovane nato in Europa da una famiglia musulmana può trovare nella fede dei propri genitori un’appartenenza significativa e vivere pienamente i principi della convivenza democratica. In alcuni percorsi di radicalizzazione, invece, l’identità religiosa viene proposta come alternativa totale a una società percepita come priva di riferimenti e incapace di offrire un’appartenenza convincente. Le cause di questi fenomeni sono molteplici e non consentono generalizzazioni. Rimane, tuttavia, una domanda sulla responsabilità di un Occidente che chiede di integrarsi a persone alle quali fatica sempre più a spiegare in quale patrimonio culturale e civile dovrebbero riconoscersi.

La difficoltà dell’integrazione non può essere risolta chiedendo a chi arriva di cancellare la propria identità religiosa. Richiede una comunità nazionale consapevole dei principi sui quali si fonda, capace di trasmetterli e di pretenderne il rispetto. Una società che non sa più riconoscere il valore della propria storia rischia di confondere l’accoglienza con la semplice coesistenza di appartenenze che rimangono estranee tra loro, lasciando irrisolte proprio le questioni dalle quali dipende la possibilità di una convivenza duratura.

Come cristiano, sento che questa responsabilità interpella anzitutto la Chiesa. San Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa, chiedeva una conoscenza obiettiva dell’Islam e richiamava la necessità della reciprocità nella libertà religiosa. Era il Papa dell’incontro di Assisi, profondamente convinto dell’importanza del dialogo e altrettanto consapevole che la dignità della coscienza non potesse essere affidata soltanto alle dichiarazioni di buona volontà. Il suo insegnamento ci ricorda che l’apertura all’altro acquista credibilità quando siamo capaci di riconoscere le difficoltà della convivenza e di affrontarle con sincerità.

L’Islam che vorremmo potrebbe essere quello che abbiamo progressivamente immaginato attraverso le categorie della nostra sensibilità occidentale, già disposto a condividere la concezione della libertà e del rapporto tra religione e Stato che consideriamo naturale. L’Islam che dobbiamo conoscere è quello realmente presente nella storia e nelle società contemporanee, con la varietà delle sue interpretazioni, con le esperienze di convivenza che meritano di essere valorizzate e con i progetti politico-religiosi che richiedono un giudizio critico.

Vorrei che fossimo capaci di incontrare i musulmani senza pretendere di renderli simili all’immagine che ci siamo costruiti della loro religione, riconoscendo che il rispetto delle persone non richiede di sospendere il giudizio sulle idee. La Chiesa possiede una tradizione intellettuale e spirituale che le permette di affrontare questo incontro senza smarrire la propria identità, custodendo la libertà di annunciare Cristo e di riconoscere ciò che nell’esperienza degli altri è autenticamente vero e buono.

Il dialogo al quale siamo chiamati merita una conoscenza più esigente di quella che nasce dal desiderio di sentirci reciprocamente rassicurati. La storia ci insegna quanto possa essere pericoloso ignorare le convinzioni profonde degli interlocutori, mentre la fede cristiana ci ricorda che nessuna autentica fraternità può essere costruita rinunciando alla verità.

Forse è proprio questo il rischio maggiore del nostro tempo: essere così preoccupati di non apparire ostili all’altro da smettere di domandarci chi sia realmente colui che desideriamo incontrare.


Per continuare la riflessione

Per approfondire il rapporto tra conoscenza dell’altro e fedeltà alla propria identità, si possono leggere «Assisi, quarant’anni dopo. La pace ha bisogno della verità», sul senso cristiano del dialogo interreligioso, e «Quando una civiltà smette di amare se stessa», sulla memoria culturale e spirituale dell’Occidente.

Per approfondire: La fede cattolica, questa sconosciuta, la nostra precedente riflessione sulle schede CEI dedicate alla conoscenza dell’Islam.

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