don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Ricostruire le case, ritrovare il centro

Dieci anni dopo il terremoto, Leone XIV invita le comunità del Centro Italia a ritrovare le ragioni profonde della loro rinascita.

Dieci anni sono un tempo lungo per chi attende di tornare nella propria casa. Sono anni nei quali i bambini diventano adulti, gli anziani vedono assottigliarsi le speranze di un ritorno e le famiglie cercano di ricomporre una quotidianità che il terremoto ha improvvisamente interrotto. Chi attraversa oggi i paesi della Valnerina incontra i segni di una ricostruzione che procede, con edifici tornati alla loro bellezza e cantieri ancora aperti. Dietro quelle pietre ci sono persone che hanno custodito la memoria della propria terra, anche quando le circostanze le hanno costrette a vivere altrove. Per alcune il ritorno è diventato realtà, per altre rimane un desiderio, accompagnato da un’attesa che gli anni hanno reso sempre più faticosa.

Ieri pomeriggio, 30 ottobre, la comunità di Norcia si è raccolta nella Basilica di San Benedetto, restituita al culto un anno fa, per ricordare il decimo anniversario della grande scossa che aveva devastato la città. La celebrazione, presieduta dal cardinale Gualtiero Bassetti, ha avuto come riferimento le parole di Neemia, l’uomo che invitò il popolo d’Israele a ricostruire le mura di Gerusalemme. Il nostro Arcivescovo, mons. Renato Boccardo, ha ricordato con gratitudine la vicinanza ricevuta negli anni dell’emergenza, testimoniando quanto la solidarietà abbia aiutato tante persone a «riprendere fiato e speranza». In quelle parole si avverte l’esperienza di un pastore che ha condiviso con la sua gente il dolore della distruzione e la fatica del ricominciare.

Questa mattina, 31 ottobre, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, Papa Leone XIV ha incontrato le delegazioni dei Comuni terremotati del Centro Italia, insieme ai rappresentanti delle istituzioni e ai vescovi delle diocesi interessate. Era presente anche mons. Boccardo, che ha potuto portare ancora una volta davanti al Successore di Pietro la storia e le attese della nostra terra.

Colpisce che il Papa abbia scelto proprio il libro di Neemia per accompagnare la sua riflessione, quasi prolungando idealmente la preghiera che il giorno precedente era salita dalla Basilica di Norcia. Due incontri differenti, uniti dalla medesima pagina biblica e dalla stessa domanda sul futuro delle comunità ferite.

Neemia conosce la rovina di Gerusalemme e comprende che la ricostruzione richiede un impegno capace di coinvolgere tutto il popolo. La città deve tornare a vivere attraverso un’opera condivisa, sostenuta da una visione che permetta di riconoscere nelle macerie il futuro ancora possibile. Leone XIV parla di uno «sguardo profetico», capace di scorgere il bene che può nascere anche da una situazione segnata profondamente dal male. La profezia, nella Scrittura, illumina il presente alla luce della volontà di Dio e richiama gli uomini alla responsabilità delle proprie scelte.

Mi sembra che in questa prospettiva si trovi una prima indicazione importante per le nostre terre. La ricostruzione domanda certamente competenza e risorse, insieme alla capacità di immaginare quale vita potrà svilupparsi nei paesi che stanno tornando a prendere forma. Una casa ritrovata rappresenta una conquista immensa per chi l’ha perduta. Il suo valore si comprende ancora meglio quando attorno ad essa tornano a esserci le condizioni per vivere, lavorare e sentirsi parte di una comunità.

Penso soprattutto ai piccoli centri dell’Appennino, dove la vita delle persone si è intrecciata per generazioni attorno a consuetudini condivise. Il terremoto ha disperso abitanti e interrotto abitudini che sembravano destinate a durare nel tempo. Alcuni legami hanno resistito grazie alla tenacia delle famiglie e alla solidarietà di chi è rimasto. Altri attendono di essere ricostituiti, nella consapevolezza che il trascorrere degli anni ha modificato profondamente la realtà di quei luoghi. Occorre tenerne conto, perché la rinascita di un paese riguarda anzitutto le persone che potranno continuare ad abitarlo.

Il Papa richiama, a questo proposito, la necessità di un approccio sinodale, inteso come responsabilità condivisa nella ricerca del bene comune. La partecipazione delle comunità interessate diventa così parte essenziale del cammino, affinché le decisioni sappiano interpretare le esigenze reali della popolazione. Chi ha conosciuto il dramma dell’abbandono forzato della propria casa deve poter riconoscere, nelle scelte che riguardano il suo paese, un’attenzione sincera alla propria storia e alle proprie speranze.

Leone XIV compie poi un passaggio che conferisce al discorso una profondità ulteriore. Accanto a Neemia richiama il profeta Aggeo, che, alcuni decenni prima, aveva invitato il popolo tornato dall’esilio a ricostruire il tempio di Gerusalemme. Gli abitanti si erano dedicati alle proprie case, mentre il luogo che custodiva il segno della presenza di Dio in mezzo a loro rimaneva trascurato. Aggeo li richiama a riconoscere ciò che costituisce il fondamento della loro identità, perché la vita comune ha bisogno di un centro attorno al quale ritrovare la propria unità.

È qui che il Papa pronuncia le parole che considero il cuore del suo intervento:

«Non si può ricominciare, infatti, senza prima ricostruire ciò che dà senso e fondamento a una comunità».

Per Israele quel centro era il tempio, segno dell’Alleanza con Dio e riferimento dell’intera esistenza del popolo. Nella prospettiva cristiana, il mistero del tempio trova il suo compimento in Gesù Cristo, presenza definitiva di Dio tra gli uomini. Da Lui la Chiesa riceve la propria vita e la comunione che la costituisce. La comunità dei credenti nasce dalla partecipazione al suo mistero pasquale e trova nell’Eucaristia la sorgente della propria unità.

Questa verità permette di comprendere il significato profondo della ricostruzione delle nostre chiese, tanto care alla memoria dei paesi dell’Umbria. Molte di esse hanno accompagnato per secoli la vita delle famiglie, custodendo la preghiera di generazioni che vi hanno portato le proprie gioie e affidato a Dio i propri dolori. Quando una chiesa crolla, la ferita raggiunge anche la memoria religiosa di un popolo. Quando torna ad aprirsi, la sua presenza restituisce alla comunità un luogo nel quale quella storia può continuare a vivere.

La Basilica di San Benedetto, tornata ad accogliere i fedeli dopo la devastazione del 2016, ne è una testimonianza particolarmente eloquente. Entrare nuovamente in quella chiesa significa ritrovare un luogo nel quale Norcia riconosce una parte essenziale della propria identità. Il restauro delle sue pietre permette alla comunità di riannodare un rapporto con la propria storia, nella quale la fede cristiana ha lasciato un’impronta profonda.

Il riferimento al tempio, naturalmente, esige una corretta comprensione. Le persone che attendono una casa sicura hanno diritto a una risposta concreta, e Leone XIV ha insistito con chiarezza sulla necessità di accelerare la ricostruzione materiale, garantendo sicurezza e trasparenza. La vita delle famiglie e la dignità di quanti hanno sofferto devono rimanere al centro dell’attenzione delle istituzioni. Il richiamo di Aggeo riguarda il senso dell’opera che si sta compiendo e invita a riconoscere ciò che permette a una comunità di conservare la propria identità lungo il cammino.

Anche il riferimento ai santi delle nostre terre acquista, in questo contesto, una particolare bellezza. San Benedetto comprese come una vita ordinata alla ricerca di Dio potesse diventare sorgente di rinnovamento per la società. San Francesco, del quale celebriamo gli ottocento anni dal Transito, imparò progressivamente a riconoscere nella chiamata a riparare la casa del Signore una missione rivolta alla vita stessa della Chiesa. La loro testimonianza ci ricorda che la fede genera una responsabilità verso la storia, perché l’amore di Dio raggiunge la concretezza dell’esistenza umana.

Penso che queste parole possano illuminare anche il cammino ecclesiale della nostra Archidiocesi, oggi impegnata nella costruzione delle Pievanie. Le ragioni di questo rinnovamento pastorale sono differenti da quelle della ricostruzione successiva al terremoto, eppure la domanda sul fondamento della vita comunitaria conserva tutta la sua importanza. La riorganizzazione delle strutture ecclesiastiche acquista significato nella misura in cui favorisce una comunione autentica, nutrita dalla Parola di Dio e dalla vita sacramentale. La Chiesa è chiamata a custodire il centro dal quale riceve la propria identità, affinché ogni scelta organizzativa rimanga al servizio della missione che Cristo le ha affidato.

Ritornando alle parole del Papa, avverto soprattutto la premura di richiamare tutti a una speranza che sappia farsi carico della sofferenza altrui. Dieci anni di attesa pesano diversamente sulla vita delle persone. C’è chi ha trovato la forza di ricominciare e chi continua a portare il dolore di quanto è andato perduto. Ci sono anziani che forse non vedranno il compimento della ricostruzione e famiglie per le quali il ritorno comporterà nuove difficoltà. Anche queste storie appartengono alla memoria del terremoto e meritano di essere ascoltate, senza lasciarle scomparire dietro i resoconti delle opere realizzate.

Le parole sulla speranza diventano credibili quando incontrano questa realtà e suscitano responsabilità. La carità cristiana riconosce nell’attesa di una famiglia un appello che riguarda la coscienza di tutti. Anche le istituzioni civili, nell’esercizio dei propri compiti, sono chiamate a servire concretamente il bene comune, poiché ogni ritardo ingiustificato incide sulla vita di persone che hanno già sopportato una prova durissima.

Rileggendo il discorso di Leone XIV, mi sembra allora che la domanda più importante riguardi ciò che desideriamo consegnare alle generazioni future. Quando i cantieri saranno terminati e le piazze avranno ritrovato il loro volto, quali comunità abiteranno quei luoghi? Quale memoria saremo riusciti a custodire e quale speranza avranno ricevuto i giovani che sceglieranno di rimanere?

Forse la risposta si trova proprio nell’invito del Papa a ritrovare il centro. Le fondamenta degli edifici devono essere solide, perché ogni persona possa abitare in sicurezza. Anche la vita comune ha bisogno di fondamenta capaci di sostenerla nel tempo. Per noi cristiani esse affondano nella fede in Cristo, dalla quale impariamo a riconoscere nell’altro un fratello e ad assumere come nostra anche la sua fatica.

Ripenso alla Basilica di Norcia, ieri sera nuovamente raccolta in preghiera, e al nostro Arcivescovo che questa mattina ha incontrato il Papa insieme ai rappresentanti delle terre terremotate. In queste due giornate riconosco un richiamo discreto e insieme esigente: continuare a ricostruire, custodendo il volto delle persone per le quali ogni casa viene restituita alla vita.

Il giorno in cui una famiglia potrà finalmente riaprire la porta della propria abitazione, ritrovando attorno a sé una comunità nella quale riconoscersi, comprenderemo meglio quanto sia grande il bene che abbiamo cercato di ricostruire.

E forse capiremo anche che il centro di cui ha parlato Leone XIV è rimasto vivo ogni volta che qualcuno ha saputo farsi prossimo a chi aveva perduto tutto, aiutandolo a conservare la fiducia che un ritorno fosse ancora possibile.

31 ottobre 2026

Fonti: Leone XIV, Discorso ai delegati dei Comuni delle zone terremotate del Centro Italia, 31 ottobre 2026; Archidiocesi di Spoleto-Norcia, celebrazione del decennale del terremoto, 30 ottobre 2026.

Foto di copertina: Vatican Media, elaborazione grafica.

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