don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

La santità possibile

Domenica scorsa Gesù ci aveva condotti al cuore della Legge, chiedendoci di amare Dio con tutta la vita e di lasciare che questo amore raggiungesse il prossimo. Oggi la liturgia sembra mostrarci ciò che accade quando quella parola viene accolta e lasciata maturare. Davanti a noi appare una «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare», proveniente «da ogni nazione, tribù, popolo e lingua». Sono i santi: non un’umanità diversa dalla nostra, ma uomini e donne nei quali la grazia di Dio ha potuto compiere lentamente la sua opera.

La visione dell’Apocalisse ci aiuta anzitutto a liberare la santità da una delle immagini che rischiano di renderla lontana. Giovanni non contempla un piccolo gruppo di eroi spirituali, eccezionali per temperamento o per condizioni di vita. Vede una moltitudine impossibile da contare, nella quale entrano popoli, lingue e storie differenti. La santità cristiana appare così fin dall’inizio come una possibilità molto più larga di quanto spesso immaginiamo.

Quando pensiamo ai santi, infatti, possiamo finire per collocarli così in alto da renderli quasi inutilizzabili per la nostra vita. Li ammiriamo, li invochiamo, ne contempliamo le immagini, e intanto continuiamo a pensare che ciò che è accaduto in loro appartenga a una categoria diversa dalla nostra. L’Apocalisse li riporta invece dentro la storia degli uomini: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione». Hanno conosciuto la fatica, la prova, la fragilità della condizione umana. La loro santità non consiste nell’essere rimasti fuori dalle ferite della vita, ma nell’aver permesso alla Pasqua di Cristo di attraversarle.

Le loro vesti sono state rese candide «nel sangue dell’Agnello». È un’immagine paradossale e bellissima: ciò che rende puro non è l’assenza di una storia difficile, ma l’essere stati raggiunti dal dono di Cristo. La santità non nasce quindi da una biografia senza cadute, né da una personalità naturalmente più equilibrata delle altre. Nasce quando una vita, con tutto ciò che porta, viene progressivamente consegnata alla misericordia e lasciata trasformare.

Questa prospettiva può essere molto consolante. A volte guardiamo la nostra storia e vediamo soprattutto ciò che non siamo riusciti a diventare, gli errori che ritornano, le parti di noi che sembrano cambiare troppo lentamente. La festa di oggi ci impedisce di trasformare questa consapevolezza in rassegnazione, perché la santità non comincia dalla perfezione raggiunta. Comincia dalla disponibilità a lasciarsi ancora lavorare da Dio.

La seconda lettura ci offre la radice più profonda di questo cammino: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!». Giovanni non comincia indicandoci ciò che dobbiamo conquistare; ci ricorda ciò che abbiamo ricevuto. La vita cristiana nasce da una figliolanza reale, donata prima di ogni nostro risultato.

Poi aggiunge: «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato». Questa frase custodisce una grande speranza, perché ci ricorda che nessuno di noi coincide soltanto con ciò che riesce a vedere oggi di sé. La grazia ha ancora una storia da scrivere. Siamo già figli e siamo ancora in cammino verso quella somiglianza che Giovanni esprime con parole straordinarie: «Saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».

La santità consiste proprio in questa progressiva somiglianza. Non ci viene chiesto di costruire un personaggio religioso diverso da noi stessi, ma di lasciare che la figliolanza ricevuta nel Battesimo raggiunga sempre più profondamente il modo in cui viviamo. Per questo il salmo può domandare: «Chi potrà salire il monte del Signore?» e rispondere parlando di mani innocenti e cuore puro. Le mani e il cuore indicano una vita nella quale ciò che facciamo e ciò che custodiamo interiormente cominciano, poco alla volta, a ritrovare unità.

Il salmo offre anche una definizione della santità particolarmente vicina alla nostra esperienza: «Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto». Il santo è anzitutto qualcuno che continua a cercare. Non necessariamente una persona che ha già risolto tutto, ma qualcuno che non smette di orientare la propria vita verso il volto del Signore e permette a questa ricerca di correggere il cammino.

Il Vangelo ci mostra quale forma assume questa ricerca. Gesù sale sul monte, si siede e proclama le Beatitudini. Non ci consegna otto categorie di persone da imitare separatamente; ci mostra il volto dell’uomo nel quale il Regno sta prendendo forma. La povertà in spirito apre alla consapevolezza di aver bisogno di Dio, la mitezza impedisce alla forza di trasformarsi in dominio, la fame di giustizia mantiene vivo il desiderio di un mondo che corrisponda maggiormente al cuore del Padre. La misericordia cambia il modo di guardare chi ha sbagliato, la purezza del cuore libera progressivamente da ciò che divide interiormente, mentre l’opera della pace chiede di diventare persone attraverso le quali le relazioni possano essere ricostruite.

Anche il pianto e la persecuzione entrano in questo volto. Gesù non proclama beata la sofferenza in quanto tale e non chiede di cercarla. Dice piuttosto che il dolore non possiede l’ultima parola e che persino una vita ferita può continuare ad affidarsi alla promessa di Dio. I santi non sono uomini e donne ai quali sia stata risparmiata la notte; molti di loro sono diventati luminosi proprio perché hanno attraversato la notte senza smettere di cercare il volto del Signore.

Le Beatitudini ci permettono allora di avvicinare la santità alla nostra vita ordinaria. Non abbiamo bisogno di domandarci se saremo capaci di compiere qualcosa di straordinario. Possiamo chiederci quale Beatitudine il Signore stia cercando di far maturare nella situazione concreta che stiamo vivendo. Potrebbe esserci un rapporto nel quale ci viene chiesta una mitezza che finora non abbiamo avuto, una ferita che domanda misericordia, oppure una tensione nella quale siamo chiamati a smettere di alimentare il conflitto e a cercare una via di pace.

Non occorre scegliere tutto. La santità cresce anche attraverso passi molto piccoli, quando una parola del Vangelo trova finalmente un punto nel quale diventare vita. Durante questa settimana potremmo allora prendere una sola Beatitudine, quella che sentiamo più vicina alla situazione che stiamo attraversando, e portarla nella preghiera chiedendo al Signore di mostrarci come possa prendere forma concretamente.

La solennità di oggi ci ricorda inoltre che nessuno diventa santo da solo. L’Apocalisse ci mostra una moltitudine. La santità appartiene alla comunione della Chiesa e passa spesso attraverso persone delle quali non conosceremo mai il nome. Accanto ai santi ricordati nel calendario ce ne sono molti altri che hanno vissuto una fedeltà silenziosa dentro una famiglia, nel lavoro, nella malattia, in un servizio compiuto senza essere notati. Forse anche noi abbiamo incontrato qualcuno nel quale il Vangelo era diventato semplicemente vita e dal quale abbiamo imparato qualcosa di Dio senza che ce ne accorgessimo subito.

Questa memoria non serve a costruire una galleria di persone perfette. Ci aiuta piuttosto a riconoscere che la grazia può diventare visibile dentro esistenze normali. Qualcuno ci ha insegnato a pregare, qualcun altro ci ha accolto quando non lo meritavamo, qualcuno ha attraversato una prova conservando una pace che ci ha interrogati. Anche attraverso queste presenze la santità della Chiesa è arrivata fino a noi.

La festa di Tutti i Santi ci permette allora di guardare in avanti senza perdere il contatto con l’oggi. L’Apocalisse ci mostra la meta, Giovanni ci ricorda che siamo già figli di Dio, Gesù ci consegna nelle Beatitudini la forma concreta di una vita che gli assomiglia. Fra ciò che siamo già e ciò che saremo c’è il cammino quotidiano della grazia.

Forse è questo che possiamo custodire entrando nella settimana: la santità non è la costruzione faticosa di una versione impeccabile di noi stessi. È l’opera paziente di Dio dentro una vita che continua a cercare il suo volto e gli permette, un poco alla volta, di renderla somigliante al Figlio.

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