Il voto di Leone XIV e la fatica di distinguere la romanità della Chiesa dalle immagini che la storia ci ha consegnato.
Nel nostro precedente articolo, «E se il Papa avesse votato per me?», avevamo accolto con un sorriso la notizia del voto per corrispondenza di Leone XIV, cercando di leggerla come un richiamo alla responsabilità democratica. Le reazioni non si sono fatte attendere: accanto a osservazioni ponderate sono emerse critiche assai severe, fino a vedere in quella scheda elettorale un rischio per l’indipendenza della Santa Sede e per l’universalità del ministero petrino. La discussione, nata attorno a un gesto di partecipazione civile, ci ha così ricondotto a una questione ben più profonda, che riguarda la nostra comprensione del papato.
La questione dell’opportunità istituzionale merita attenzione, perché la libertà del successore di Pietro rispetto ai poteri politici costituisce un bene essenziale per tutta la Chiesa. Colpisce però la facilità con cui, in alcune reazioni, dalla preoccupazione per le conseguenze diplomatiche si è passati a conclusioni sulla natura stessa del pontificato, quasi che l’esercizio di un diritto civile potesse modificare ciò che il Romano Pontefice è in virtù della successione apostolica.
Proprio in questo clima assume un significato particolare la dichiarazione della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, che ha accolto la notizia con sorprendente naturalezza. Attraverso la portavoce Chieko Noguchi, i vescovi americani hanno riconosciuto nel comportamento di Leone XIV un esempio di responsabilità civica, richiamando l’iniziativa Faith Before Politics, con la quale invitano i cattolici ad anteporre la fede alle appartenenze politiche e a partecipare alla vita democratica con una coscienza formata.
La differenza di prospettiva è significativa e suggerisce una domanda che raggiunge il modo stesso in cui siamo abituati a rappresentarci il papato. Quanto delle nostre convinzioni sulla figura del Romano Pontefice deriva dalla sua natura ecclesiologica e quanto dalle immagini culturali che la storia ci ha consegnato?
Per secoli la figura del Papa è stata profondamente associata alla storia italiana. Le vicende dello Stato pontificio e della Questione romana hanno consolidato una rappresentazione nella quale la romanità ecclesiale ha finito talvolta per sovrapporsi all’italianità. Con l’elezione di Giovanni Paolo II, nell’ottobre 1978, è iniziata una lunga stagione di Pontefici provenienti da culture differenti. Sono trascorsi quarantotto anni, durante i quali sembra che una parte della nostra sensibilità ecclesiale abbia continuato a misurare il papato secondo categorie maturate in una particolare esperienza storica occidentale.
Leone XIV ci offre un’occasione per riconoscere la distinzione. Il 25 maggio 2025, ricevendo l’omaggio del sindaco di Roma in occasione del suo insediamento sulla cattedra lateranense, pronunciò parole particolarmente eloquenti: «Per voi e con voi sono romano!». Robert Francis Prevost, nato a Chicago e vissuto lungamente in Perù, riconosceva nella sede episcopale ricevuta il fondamento della propria romanità.
Il Papa è romano perché è vescovo della Chiesa di Roma, nella quale permane il ministero affidato da Cristo a Pietro e trasmesso ai suoi successori. La sua autorità universale trova fondamento in questa successione, secondo quanto insegna la Lumen gentium, e conserva la propria identità attraverso le differenti esperienze culturali degli uomini chiamati a esercitarla.
Proviamo allora a immaginare che un prossimo conclave elegga un patriarca di una Chiesa cattolica orientale, cresciuto nella spiritualità bizantina e formato nella teologia dei Padri greci. Nulla, in linea di principio, impedirebbe una simile elezione. Quell’uomo diventerebbe vescovo di Roma, portando con sé un patrimonio che appartiene pienamente alla Tradizione cattolica. Del resto, la storia conosce già Pontefici di provenienza greca e siriaca, mentre il Concilio Vaticano II, nell’Orientalium Ecclesiarum, ha ribadito la pari dignità delle Chiese d’Oriente e d’Occidente.
Come reagiremmo? Riconosceremmo in quella provenienza una ricchezza della cattolicità oppure avvertiremmo il disagio di vedere modificata l’immagine occidentale alla quale siamo affezionati?
La domanda raggiunge la nostra capacità di distinguere ciò che appartiene alla costituzione divina della Chiesa dalle forme culturali attraverso le quali essa ha vissuto nella storia. Il patrimonio latino conserva tutta la sua dignità e la sua ricchezza spirituale; la sua legittima custodia trova il proprio fondamento nella Tradizione della Chiesa, che accoglie anche l’eredità dell’Oriente cristiano.
La storia delle divisioni tra Oriente e Occidente dovrebbe renderci particolarmente attenti. Le controversie sul primato romano hanno conosciuto il peso di differenti concezioni ecclesiali, aggravate dalle contrapposizioni politiche maturate nel corso dei secoli. Sarebbe dolorosamente paradossale se, nel tentativo di custodire la Tradizione, finissimo per trasformare una sua particolare configurazione storica in un criterio assoluto di comunione ecclesiale.
Forse il pontificato di Leone XIV ci sta invitando proprio a questo discernimento. La sua esperienza americana e missionaria, insieme alla spiritualità agostiniana che accompagna il suo ministero, ci pone dinanzi a una figura difficilmente riconducibile agli schieramenti attraverso i quali abbiamo imparato a giudicare la vita della Chiesa. Il motto In illo uno unum richiama il fondamento cristologico della comunione, che trova nel ministero petrino un principio visibile di unità.
Se Leone XIV sta inaugurando una nuova fase, uno dei suoi frutti potrebbe essere proprio quello di aiutarci a distinguere con maggiore maturità la Tradizione dalle immagini che di essa abbiamo costruito nel corso della storia.
Il voto di un Papa americano ci ha sorpresi. L’elezione di un Pontefice proveniente dall’Oriente cristiano potrebbe sorprenderci ancora di più, costringendoci a riconoscere quanto della nostra idea del papato appartenga realmente alla fede della Chiesa e quanto sia legato alle consuetudini nelle quali siamo cresciuti.
Perché il problema potrebbe riguardare assai meno la provenienza del successore di Pietro che la nostra disponibilità a riconoscerlo anche quando non assomiglia al Papa che avevamo immaginato.

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