don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Nessuno vada perduto

Ieri la solennità di Tutti i Santi ci ha fatto contemplare la moltitudine immensa che sta davanti al trono e all’Agnello. Oggi la Chiesa continua a guardare verso la vita eterna, ma il suo sguardo assume la forma della preghiera. Ricorda tutti i fedeli defunti, porta davanti al Signore i loro nomi e affida alla sua misericordia anche coloro dei quali nessuno conserva più memoria.

Il passaggio tra il primo e il 2 novembre è importante perché la comunione della Chiesa non si interrompe davanti alla morte. Ieri abbiamo contemplato coloro nei quali il cammino è giunto al compimento; oggi preghiamo per quanti ci hanno preceduto e che affidiamo alla misericordia di Dio. Il ricordo diventa così suffragio e l’affetto continua a vivere dentro la preghiera.

La liturgia di questo giorno ci offre tre Messe con letture differenti. Non sono tre discorsi separati sulla morte. Insieme formano quasi un unico cammino, che parte dalla ferita della separazione e conduce verso la promessa della risurrezione.

Nella prima Messa incontriamo Giobbe, che dentro una sofferenza profonda arriva a dire: «Io so che il mio redentore è vivo». La fede biblica non ci chiede di comportarci come se la morte non facesse male. Quando muore una persona che abbiamo amato, qualcosa cambia realmente nella nostra vita. Rimangono luoghi, abitudini e ricordi che continuano a parlare di una presenza che non possiamo più raggiungere nello stesso modo.

Giobbe pronuncia la sua professione di fede proprio dentro questa esperienza. La speranza cristiana nasce allora dalla fiducia posta in Qualcuno che vive e al quale possiamo consegnare chi non possiamo più trattenere.

Il Vangelo della prima Messa porta questa speranza sulle labbra di Gesù: la volontà del Padre è che egli non perda nulla di quanto gli è stato affidato e lo risusciti nell’ultimo giorno. È una parola particolarmente preziosa nel giorno dei defunti. Quando pronunciamo il nome di una persona amata davanti all’altare, la affidiamo a Cristo, sapendo che egli la conosce più profondamente di quanto abbiamo potuto conoscerla noi e che la sua volontà è custodire, non perdere.

Per questo la Chiesa prega per i defunti e offre per loro soprattutto l’Eucaristia. La nostra speranza non nasce dall’idea che la morte renda automaticamente perfetta una vita, né dal bisogno di rassicurarci pronunciando troppo facilmente un giudizio che appartiene soltanto a Dio. Nasce dalla fiducia nella misericordia di Cristo, che continua a purificare e portare a compimento ciò che in noi ha ancora bisogno di essere sanato.

Pregare per i defunti significa allora continuare ad amarli nel modo che ormai ci è possibile: affidandoli a Dio.

La seconda Messa amplia ulteriormente l’orizzonte. Isaia annuncia il giorno nel quale Dio «eliminerà la morte per sempre» e asciugherà le lacrime su ogni volto, mentre Paolo parla dell’attesa della «redenzione del nostro corpo». La speranza cristiana riguarda l’intera persona. Per questo nel Credo professiamo la risurrezione della carne.

Il corpo attraverso il quale abbiamo amato, lavorato e sofferto appartiene alla storia che Dio vuole redimere. La morte rimane una ferita proprio perché spezza una unità che Dio ha voluto. La promessa cristiana guarda oltre questa frattura e attende il giorno nel quale la vita sarà restituita alla sua pienezza.

Il Vangelo del giudizio finale ci ricorda poi che questa attesa non ci allontana dal presente. Cristo si identifica con chi ha fame, con chi ha sete, con chi ha bisogno di essere accolto e visitato. La vita eterna verso la quale camminiamo comincia già ad assumere una forma nel modo in cui viviamo oggi le nostre relazioni.

Anche la memoria dei defunti può aiutarci a comprendere questo. Ci sono persone che continuano a vivere in noi attraverso un gesto imparato da loro, un modo di pregare, una fedeltà ricevuta quasi senza accorgercene. Ricordarle può diventare occasione per domandarci quale bene ci abbiano consegnato e come possiamo permettere che quel bene continui a raggiungere altri.

La terza Messa ci porta ancora più vicino alla consolazione. Il libro della Sapienza afferma che «le anime dei giusti sono nelle mani di Dio». È un’immagine capace di raggiungere in profondità chi ha conosciuto una separazione, perché ci ricorda che la persona che abbiamo dovuto lasciare non è precipitata nel nulla. È affidata a mani che conoscono e custodiscono.

L’Apocalisse allarga questa promessa fino alla nuova creazione: contempla cieli nuovi e terra nuova e annuncia che la morte non ci sarà più. La speranza cristiana non consiste nel desiderare semplicemente che tutto torni come prima. Dio promette qualcosa di più grande: una vita nella quale ciò che oggi ferisce l’uomo sarà definitivamente vinto.

Le Beatitudini, che abbiamo ascoltato anche nella solennità di Tutti i Santi, acquistano allora un significato particolare: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati». Gesù non chiede di abbreviare il lutto in nome della fede. Promette che il dolore non resterà senza risposta e che verrà il giorno nel quale Dio stesso porterà a compimento quella consolazione che oggi possiamo soltanto intravedere.

Per questo possiamo attraversare un cimitero e sentire ancora la mancanza di qualcuno senza pensare che la fede dovrebbe impedirci di soffrire. La fede ci insegna piuttosto a dare una direzione a quella mancanza, trasformandola progressivamente in affidamento.

Il nome che ritorna nella nostalgia può diventare un nome pronunciato davanti a Dio.

Questa potrebbe essere anche la consegna concreta del 2 novembre. Ognuno di noi può scegliere una persona defunta e portarla consapevolmente nella preghiera, affidandola alla misericordia del Signore e, se possibile, facendo celebrare o partecipando a una Messa in suo suffragio. Il ricordo acquista così una forma ecclesiale e diventa un atto di carità.

Possiamo anche ricordare qualcuno che rischia di non essere più ricordato da nessuno. La comunione dei santi ci insegna che nessuna vita appartiene soltanto alla memoria privata di una famiglia. Nella preghiera della Chiesa trovano posto anche i nomi dimenticati, le storie che nessuno racconta più e coloro per i quali non c’è forse nessuno che si fermi davanti a una tomba.

Le tre Messe del 2 novembre conducono dunque lungo un unico itinerario. Giobbe ci insegna a confessare, dentro la ferita, che il Redentore vive. Isaia e Paolo ci fanno attendere il giorno nel quale anche il corpo sarà raggiunto dalla redenzione. La Sapienza e l’Apocalisse ci insegnano ad affidare coloro che amiamo alle mani di Dio e alla promessa di una creazione nuova.

Al centro rimane Cristo e la sua parola: «che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato».

È forse questa la frase da custodire oggi davanti ai nostri morti. Non sappiamo ancora come sarà la vita che Dio prepara e non possediamo tutte le risposte che la morte continua a porci. Possiamo però affidare alla promessa di Cristo i nomi che portiamo nel cuore e lasciare che il dolore, poco alla volta, diventi preghiera.

Il Redentore vive. E nelle sue mani nessuna vita affidata al suo amore è dimenticata.

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