Le parole dell’arcivescovo di Vienna e il ritorno di alcune aspettative di riforma all’inizio del pontificato di Leone XIV.
Confesso che negli ultimi giorni la vita della Chiesa mi sta offrendo più occasioni di riflessione di quante riesca a smaltirne. Avevo appena concluso alcuni articoli dedicati a questioni ecclesiali che mi avevano lasciato perplesso, quando è arrivata anche l’intervista dell’arcivescovo di Vienna, Josef Grünwidl. A questo punto viene quasi da domandarsi se certe dichiarazioni abbiano deciso di darsi appuntamento, magari approfittando del fatto che il nuovo pontificato è ancora nella stagione in cui si cerca di comprenderne gli orientamenti.
L’ironia lascia presto il posto a una domanda più seria. Colpisce la concentrazione di interventi che, pur affrontando questioni differenti, sembrano esprimere una certa affinità ecclesiologica. Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, è intervenuto sulla partecipazione delle donne all’esercizio della potestà pontificia, come abbiamo osservato nell’articolo «Quando il governo della Chiesa rischia di diventare una semplice competenza». Il teologo Rafael Luciani, dalle pagine dell’Osservatore Romano, ha proposto di ripensare il fondamento dell’autorità ecclesiale alla luce del Battesimo, suscitando gli interrogativi affrontati in «Dal Vaticano II da recepire al Vaticano II da completare?». Ora l’arcivescovo di Vienna auspica l’ordinazione sacerdotale femminile, evocando una possibile decisione di un futuro Concilio.
Sono questioni diverse, che richiedono distinzioni teologiche precise. Rimane singolare la loro vicinanza temporale, soprattutto perché provengono da voci che, per responsabilità istituzionale o collocazione ecclesiale, possiedono una particolare risonanza. Si potrebbe pensare che alcuni ambienti avvertano l’inizio del pontificato di Leone XIV come un momento favorevole per riproporre determinate aspettative di riforma, oppure che desiderino contribuire a formare un clima nel quale tali cambiamenti appaiano progressivamente necessari. Sono ipotesi sulle quali sarebbe imprudente formulare conclusioni: la convergenza delle dichiarazioni non dimostra l’esistenza di un’intesa. Ci riconduce, comunque, a interrogativi che accompagnano da decenni la vita della Chiesa.
Ho voluto leggere integralmente la trascrizione dell’intervista rilasciata da Grünwidl il 31 ottobre alla radio pubblica austriaca Ö1. Il contesto chiarisce alcuni aspetti che, nei resoconti giornalistici, rischiano di essere confusi. L’arcivescovo sostiene una revisione della disciplina del celibato sacerdotale e racconta di avere già incontrato altri vescovi favorevoli a questo cambiamento, auspicando che una maggiore collaborazione consenta loro di trovare ascolto a Roma.
Si tratta di una materia sulla quale la Chiesa possiede effettivamente la facoltà di intervenire. La disciplina del celibato nella Chiesa latina ha una lunga e venerabile tradizione, sostenuta da profonde ragioni spirituali. La sua eventuale revisione rimane una questione disciplinare, sulla quale è legittimo discutere, pur senza dimenticare il valore che la Chiesa le ha sempre riconosciuto.
La questione cambia radicalmente quando l’intervistatore affronta l’ordinazione delle donne. Grünwidl dichiara di desiderarla personalmente e aggiunge che una decisione in questo senso dovrebbe essere assunta dalla Chiesa universale attraverso un Concilio. Riconosce, nello stesso tempo, che attualmente una simile prospettiva non appare realistica.
È proprio questo riferimento conciliare a suscitare la mia maggiore perplessità.
Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis del 22 maggio 1994, ha dichiarato che la Chiesa non possiede la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che tale insegnamento deve essere tenuto definitivamente da tutti i fedeli. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nel 1995, ha precisato che questa dottrina è stata proposta infallibilmente dal Magistero ordinario e universale.
Per quale ragione, allora, affidare a un futuro Concilio una decisione sulla quale la Chiesa ha già dichiarato di non possedere l’autorità di pronunciarsi diversamente?
La domanda ci riporta a una questione che Benedetto XVI aveva affrontato con straordinaria lucidità nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005. Riflettendo sulla recezione del Vaticano II, il Pontefice distingueva l’ermeneutica della riforma nella continuità da quella della discontinuità e della rottura. Quest’ultima tendeva a considerare i documenti conciliari come espressioni incomplete di uno «spirito del Concilio» che avrebbe richiesto ulteriori sviluppi, anche oltre quanto effettivamente insegnato dai Padri conciliari.
Il rischio individuato da Benedetto XVI riguardava la natura stessa dell’autorità ecclesiale. Un Concilio finirebbe così per essere immaginato come una sorta di assemblea costituente, chiamata a ridisegnare la Chiesa secondo le esigenze di una nuova stagione storica. Eppure la costituzione essenziale della Chiesa proviene dal Signore e viene affidata ai suoi pastori perché la custodiscano fedelmente.
Da questa prospettiva, l’auspicio ricorrente di un Vaticano III merita una riflessione attenta. Nella storia del postconcilio alcuni ambienti riformatori hanno invocato un nuovo Concilio per portare a compimento cambiamenti ritenuti incompiuti. La convocazione di un Concilio appartiene pienamente alla tradizione cattolica e può rispondere a necessità autentiche. La questione decisiva riguarda ciò che gli si vorrebbe chiedere di decidere.
Tornando alle dichiarazioni di questi giorni, il problema sembra dunque andare oltre le singole proposte. La partecipazione delle donne al governo ecclesiale costituisce una questione reale, sulla quale sono già intervenute importanti riforme. Richiede un approfondimento del rapporto tra potestà di governo e sacramento dell’Ordine, senza confondere tale discussione con l’accesso al sacerdozio ministeriale.
Il Vaticano II, nella Lumen gentium, ha insegnato che il sacerdozio comune dei fedeli e quello ministeriale differiscono essenzialmente e non soltanto di grado, pur essendo ordinati l’uno all’altro. Il Battesimo conferisce a tutti i fedeli una vera dignità e una partecipazione alla missione ecclesiale. Da questa verità derivano possibilità di corresponsabilità che meritano di essere riconosciute e valorizzate, rispettando la natura sacramentale della Chiesa.
È su questo terreno che la riflessione teologica dovrebbe esercitare il proprio discernimento, evitando di trasformare ogni aspirazione di cambiamento in una questione semplicemente affidata alle future decisioni dell’autorità ecclesiastica.
Non sappiamo se gli interventi di questi giorni intendano esercitare una pressione su Leone XIV. Sappiamo che dichiarazioni provenienti da figure autorevoli contribuiscono a formare aspettative nel popolo cristiano e che un vescovo, quando parla pubblicamente di questioni dottrinali, esercita una responsabilità particolare nei confronti dei fedeli affidati alla sua cura.
Il Papa può promuovere le riforme che giudica necessarie per il bene della Chiesa. Il suo ministero trova il proprio fondamento nella fedeltà alla missione ricevuta da Cristo, al quale appartiene la Chiesa. Lo stesso vale per un Concilio ecumenico, la cui suprema autorità rimane al servizio della fede apostolica.
Forse, allora, prima di auspicare un Vaticano III, sarebbe opportuno tornare a leggere seriamente il Vaticano II, lasciando che siano i suoi insegnamenti a guidare il rinnovamento ecclesiale. Anche la Dei Verbum, al numero 10, ricorda che il Magistero è al servizio della Parola di Dio.
La Chiesa attraversa la storia e incontra sempre nuove necessità. Le sue istituzioni possono conoscere cambiamenti profondi, mentre la fedeltà alla Rivelazione rimane il criterio attraverso il quale riconoscere l’autenticità di ogni riforma.
Ed è proprio qui che vorrei lasciare aperta la domanda suscitata dall’intervista dell’arcivescovo di Vienna: quando si auspica un nuovo Concilio, si desidera approfondire ciò che la Chiesa ha ricevuto oppure si attende che possa finalmente decidere ciò che ha già dichiarato di non avere il potere di cambiare?
Perché il futuro della Chiesa appartiene certamente alla speranza. E la speranza cristiana nasce dalla promessa di Cristo, che rimane fedele alla sua Chiesa anche quando noi sembriamo desiderosi di reinventarla.

Lascia un commento