don Mario Proietti, C.PP.S.

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I contestatori diventati custodi delle proprie rivoluzioni

Bob Dylan davanti al Papa e l’eredità di una generazione che fatica a riconoscere il tempo trascorso

L’immagine di Bob Dylan ricevuto ieri da Papa Leone XIV mi ha lasciato una sensazione singolare. Ottantacinque anni, una felpa nera, il cappuccio sul capo anche davanti al Pontefice. Guardandolo, ho avuto l’impressione di vedere un fantasma del passato attraversare le sale del Vaticano. Un’immagine che mi ha riportato a una stagione della nostra storia, le cui conseguenze continuano a farsi sentire anche nella vita della Chiesa.

Sono nato nel 1965. La grande contestazione appartiene alla generazione che mi ha preceduto. Io ne ho conosciuto soprattutto l’eredità, respirandone il clima durante la fanciullezza e cominciando a comprenderne le contraddizioni negli anni Ottanta, quando molte delle sue parole d’ordine avevano ormai perduto la forza della novità. Quelle idee, intanto, erano penetrate profondamente nella società e negli ambienti ecclesiali, diventando spesso criteri abituali con cui giudicare il passato e immaginare il futuro.

Ricordo ancora un canto che si eseguiva anche nelle nostre chiese, ricavato da Blowin’ in the Wind. Le domande di Dylan sulla condizione umana erano state adattate a una sensibilità religiosa e cantate come espressione di una ricerca spirituale. La canzone conteneva interrogativi autentici sulla guerra e sull’indifferenza verso la sofferenza. Rimaneva da comprendere quanto quella rilettura cristiana rispettasse il significato originario del testo e quanto vi proiettasse ciò che desideravamo ascoltare.

Era il segno di una stagione pastorale nella quale si pensava di poter raggiungere i giovani attraverso i linguaggi e i personaggi che ammiravano. La preoccupazione era comprensibile, soprattutto mentre cresceva la distanza tra le nuove generazioni e la vita ecclesiale. Il rischio consisteva nel conferire ai protagonisti della cultura contemporanea una legittimazione religiosa che andava oltre il riconoscimento degli elementi positivi presenti nelle loro opere.

Nel 1997 Bob Dylan partecipò al Congresso eucaristico nazionale di Bologna, alla presenza di Giovanni Paolo II. Il Papa riprese una domanda della sua celebre canzone e indicò con chiarezza in Gesù Cristo la strada che l’uomo è chiamato a percorrere. Il discorso di Wojtyła rimase pienamente cristocentrico. La scelta di coinvolgere Dylan suscitò tuttavia le perplessità di Joseph Ratzinger, che ricordò successivamente il proprio scetticismo verso l’invito rivolto a simili «profeti».

Quella riserva mi sembra oggi particolarmente significativa. La Chiesa deve saper parlare agli uomini del proprio tempo, conservando la libertà di giudicare ogni espressione culturale alla luce del Vangelo. Quando la popolarità di un personaggio diventa uno strumento per rendere più accogliente l’annuncio cristiano, occorre domandarsi quale messaggio venga effettivamente ricevuto e quale autorità si finisca per attribuire a quel personaggio.

La vicenda religiosa di Dylan presenta ambiguità che meritano attenzione. Dopo la stagione della contestazione, il cantautore attraversò un periodo di esplicita professione cristiana, seguito da una produzione nella quale i riferimenti biblici tornarono a intrecciarsi con immagini enigmatiche. In un’intervista televisiva del 2004 dichiarò di aver concluso molti anni prima un accordo con un misterioso «comandante supremo», riferendosi al mondo visibile e invisibile. Quelle parole alimentarono interpretazioni inquietanti, comprese quelle relative a un presunto patto con il demonio. Dylan non chiarì a chi intendesse riferirsi. L’episodio rimane significativo per l’ambiguità di un linguaggio che si inserisce in una cultura musicale nella quale la provocazione religiosa, talvolta accompagnata da simbologie sataniche, ha trovato ampio spazio.

È proprio questa ambiguità a rendere problematica la disinvoltura con cui alcuni ambienti ecclesiali hanno cercato di trasformare personaggi della contestazione in interlocutori privilegiati dell’evangelizzazione. Il riconoscimento del valore artistico non conferisce automaticamente un’autorevolezza spirituale. E quando si ricorre al prestigio di un idolo generazionale per rendere il Vangelo più accettabile, si corre il rischio di rendere accettabili anche le contraddizioni che accompagnano la sua figura.

L’incontro di ieri mi ha fatto pensare soprattutto al destino di una parte della generazione che aveva assunto Dylan come simbolo. Aveva contestato le tradizioni ricevute in nome della libertà e del futuro, e sembra talvolta incapace di riconoscere che anche le proprie convinzioni sono diventate storia. Alcuni continuano a parlare dalle caverne nelle quali hanno custodito le idee della loro giovinezza, mentre altre generazioni cercano faticosamente di salire sulle cime per scrutare orizzonti nuovi.

È una singolare parabola dell’anticonformismo. Si può trascorrere la vita a contestare le certezze degli altri e finire per considerare intoccabili le proprie. La ribellione, nata per aprire le finestre sul futuro, rischia di diventare una stanza nella quale si continua a respirare l’aria di sessant’anni fa.

Questa immagine riguarda anche la nostra esperienza ecclesiale. Una parte della pastorale ha continuato a riproporre categorie nate in una stagione ormai lontana, quasi che il rinnovamento della Chiesa dovesse coincidere indefinitamente con il superamento delle forme ricevute. Nel frattempo, il mondo è cambiato e sono emerse domande alle quali quelle categorie non sembrano più capaci di rispondere.

San Paolo scrive ai Romani: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare» (Rm 12,2). È un richiamo che conserva tutta la propria attualità. La fedeltà cristiana chiede di discernere continuamente la storia alla luce di Cristo, riconoscendo anche gli errori delle stagioni che abbiamo attraversato.

Forse è questo che ho avvertito guardando Bob Dylan davanti al Papa. Il suo cappuccio nero può essere soltanto una scelta personale, sulla quale sarebbe imprudente costruire interpretazioni spirituali. Eppure quell’immagine mi ha ricordato quanto sia difficile, per alcuni, congedarsi dai simboli della propria giovinezza.

La Chiesa non può rimanere prigioniera delle mode culturali che ha attraversato. Il suo compito è annunciare Cristo agli uomini di ogni tempo, con la libertà di chi sa che la verità del Vangelo non dipende dal prestigio dei personaggi chiamati a renderla popolare.

Forse la conversione più difficile, per una generazione che ha fatto della contestazione la propria identità, consiste proprio nell’accettare che anche le sue rivoluzioni abbiano bisogno di essere giudicate.

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