Leone XIV allo Stadio Centenario di Montevideo: l’annuncio di Cristo a una Chiesa chiamata a ritrovare il coraggio degli apostoli
Lo Stadio Centenario di Montevideo era gremito. Le tribune, abituate ad accogliere le grandi passioni sportive di un Paese nel quale il calcio appartiene profondamente all’identità nazionale, questa sera ospitavano una folla radunata per pregare insieme al Successore di Pietro. L’entusiasmo accompagnava ogni momento dell’incontro, mentre il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo, utilizzava il linguaggio familiare del calcio per invitare i cristiani a entrare nel campo della vita e a rendere riconoscibile la gioia di appartenere a Gesù.
Seguivo questa veglia dopo una giornata particolarmente intensa, durante la quale Leone XIV aveva celebrato l’Eucaristia a Paysandú, visitato la comunità di Casavalle e incontrato il mondo dell’educazione all’Università Cattolica. Avevo già ricevuto molte parole sulle quali riflettere. Eppure, ascoltando il Papa nello stadio, ho avvertito qualcosa di diverso. La sua voce acquistava forza, diventava incalzante, sembrava voler raggiungere personalmente ciascuno dei presenti. Gli applausi interrompevano ripetutamente il discorso e, pur non comprendendo ogni parola dello spagnolo, percepivo che il Pontefice stava annunciando qualcosa che gli stava profondamente a cuore.
Rileggendo il testo ufficiale, questa impressione ha trovato conferma. Leone XIV ha pronunciato un discorso di straordinaria intensità evangelica, nel quale la condizione attuale della Chiesa viene interpretata alla luce del mistero di Cristo e della missione affidata agli apostoli.
La veglia era iniziata con alcune testimonianze che avevano portato davanti al Papa le difficoltà concrete della vita cristiana. Federica aveva raccontato il passaggio da una fede vissuta soprattutto nei momenti di particolare intensità spirituale alla scoperta di un rapporto quotidiano con Gesù, domandando come imparare a fidarsi di Dio quando la propria esistenza prende una direzione diversa da quella immaginata.
Giovanni, ventiduenne, aveva condiviso il proprio cammino verso il Battesimo, maturato in un ambiente familiare nel quale la fede era quasi assente. La testimonianza della nonna e l’incontro con un sacerdote lo avevano condotto a Cristo, mentre l’incomprensione di amici e familiari gli aveva fatto sperimentare la solitudine di una scelta vissuta controcorrente.
La famiglia Gutiérrez Hernández aveva raccontato trent’anni di matrimonio, la gioia dei figli e il dolore per una perdita durante la gestazione. Aveva espresso la preoccupazione per le difficoltà che attraversano molte famiglie uruguayane e il desiderio di custodire il tempo necessario per vivere e trasmettere la fede.
Leone XIV ha accolto queste testimonianze riconoscendo, dietro le vicende raccontate, gli anni di fedeltà silenziosa attraverso i quali il Vangelo continua a portare frutto. Poi ha affrontato apertamente una questione che riguarda il presente e il futuro della Chiesa: l’avanzare della secolarizzazione.
Il Papa ha osservato che in molti Paesi la fede ha smesso di trasmettersi con la naturalezza delle generazioni precedenti. Cresce il numero di coloro che attraversano l’esistenza senza un rapporto abituale con la Chiesa e con la pratica religiosa. I cattolici dell’Uruguay conoscono da tempo questa situazione e, proprio per questo, possono aiutare altre comunità cristiane che stanno progressivamente scoprendo che cosa significhi vivere come minoranza.
È una constatazione importante, soprattutto perché pronunciata davanti a uno stadio gremito di fedeli entusiasti. Leone XIV ha riconosciuto la gioia di quella presenza senza confonderla con la condizione generale della società. La partecipazione a un grande evento ecclesiale non cancella le difficoltà della trasmissione della fede, così come la diminuzione della pratica religiosa non esaurisce il giudizio sulla vitalità di una comunità cristiana.
Per aiutare i fedeli a comprendere questa situazione, il Papa ha scelto una piccola città della Scrittura: Betlemme.
Il profeta Michea l’aveva indicata come piccola tra i clan di Giuda, mentre l’evangelista Matteo, annunciando la nascita del Messia, le avrebbe riconosciuto una grandezza inattesa. Betlemme rimaneva una città modesta secondo i criteri della storia e della politica. La scelta di Dio le conferiva un significato che nessuna misura umana avrebbe potuto prevedere.
Leone XIV ne ha ricavato un insegnamento essenziale: «Dio scelse Betlemme, e questa scelta basta perché non identifichiamo la piccolezza con l’insignificanza».
La diminuzione numerica dei cristiani e la perdita di influenza sociale non costituiscono dunque il criterio ultimo con il quale giudicare la fecondità della Chiesa. Il Signore ha sempre manifestato la propria potenza attraverso strumenti che, agli occhi del mondo, potevano apparire inadeguati.
Questo richiamo domanda di essere compreso nella sua profondità. La piccolezza evangelica non dispensa dalla responsabilità missionaria e non offre una giustificazione alla rassegnazione. Libera piuttosto la Chiesa dalla tentazione di misurare il proprio valore esclusivamente attraverso il consenso e la visibilità pubblica, aiutandola a ritrovare la sorgente della propria fecondità.
Il Papa ha richiamato il mistero dell’Eucaristia, nel quale il Signore dell’universo si rende presente sotto le umili specie del pane e del vino. La sproporzione tra la povertà del segno e la grandezza del dono appartiene alla logica dell’Incarnazione. Dio ha scelto di entrare nella storia attraverso la fragilità di un Bambino, in una città che sembrava non possedere alcuna particolare importanza.
Da Betlemme, Leone XIV è passato alla pagina evangelica nella quale si racconta che Maria e Giuseppe non trovarono posto nell’alloggio.
È qui che il suo discorso ha raggiunto uno dei passaggi più penetranti. Il Papa ha osservato che la nostra vita può riempirsi di occupazioni e progetti fino al punto che «l’assenza di Dio smette di essere percepita come assenza».
Questa espressione merita di essere meditata a lungo.
Siamo abituati a riconoscere la secolarizzazione nei comportamenti pubblici e nelle trasformazioni culturali che hanno progressivamente ridotto la presenza della religione nella società. Leone XIV ci conduce a considerare una forma di indifferenza ancora più profonda, quella che nasce quando l’uomo non avverte più il bisogno di interrogarsi su Dio. Può continuare a vivere, progettare il proprio futuro e perseguire ciò che considera importante, senza percepire che gli manca qualcosa di essenziale.
Il Papa ha ricordato che questa condizione può raggiungere anche i credenti. La familiarità con il linguaggio religioso e la partecipazione abituale alla vita ecclesiale non impediscono che Cristo venga lentamente confinato ai margini delle decisioni quotidiane.
Per questo Betlemme pone a ciascuno una domanda personale: c’è ancora posto per Lui?
La risposta riguarda il modo nel quale viviamo il tempo e custodiamo il rapporto con il Signore. Leone XIV ha richiamato la necessità della preghiera, della Santa Messa, della Confessione e della meditazione del Vangelo, ricordando che tutti dobbiamo tornare continuamente a essere discepoli.
Mi sembra particolarmente importante quest’ultima espressione. Anche chi ha ricevuto la fede molti anni fa e ha assunto responsabilità nella Chiesa rimane un discepolo, chiamato ogni giorno a lasciarsi ammaestrare da Cristo. Nessuna familiarità con le cose sacre può sostituire la conversione personale.
Il discorso ha assunto poi un carattere apertamente missionario attraverso la figura dei Magi.
Essi avevano visto una stella e si erano messi in cammino, mossi da una ricerca della quale non conoscevano ancora pienamente il significato. Il Papa li ha accostati a coloro che oggi avvertono un’inquietudine spirituale, anche quando non possiedono il linguaggio necessario per esprimerla.
La testimonianza dei cristiani può diventare per queste persone una luce capace di suscitare domande nuove. Una vita vissuta secondo il Vangelo può far nascere il desiderio di comprendere da dove provengano una particolare libertà e una capacità di amare che sembrano andare oltre i criteri abituali del mondo.
A questo punto Leone XIV ha rivolto ai fedeli un appello particolarmente esigente.
Ha invitato i giovani ad avere il coraggio di sposarsi e di formare una famiglia, senza temere il carattere definitivo dell’impegno matrimoniale. Ha chiesto agli sposi di accogliere generosamente la vita e a coloro che avvertono una chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata di non soffocarla per paura di rinunciare ad altre possibilità.
Ha richiamato il valore dell’onestà quando comporta un sacrificio, la necessità di perdonare anche quando il perdono appare una sconfitta e la libertà di servire gli altri rinunciando a qualcosa di proprio.
Sono parole che restituiscono alla testimonianza cristiana tutta la sua concretezza. La fede diventa riconoscibile quando entra nelle decisioni attraverso le quali una persona costruisce la propria esistenza. È proprio in queste scelte che il Vangelo può suscitare interrogativi in chi osserva.
Leone XIV ha ricordato che la stella dei Magi aveva una missione precisa: condurli a Betlemme. Anche la testimonianza dei credenti raggiunge il proprio compimento quando accompagna qualcuno all’incontro con Cristo.
Qui emerge una questione fondamentale per la missione ecclesiale. La Chiesa può offrire alla società un contributo prezioso attraverso molte opere, come abbiamo visto durante la visita alla comunità di Casavalle. La sua missione conserva però una finalità che nessun’altra istituzione può assumere al suo posto: annunciare Gesù Cristo e aiutare gli uomini a incontrarlo.
Il Papa è quindi tornato al racconto della notte di Betlemme, soffermandosi sui pastori.
A differenza dei Magi, essi non erano alla ricerca di qualcuno. Trascorrevano la notte compiendo il lavoro abituale, quando l’angelo li raggiunse con un annuncio inatteso. La gioia del Vangelo è destinata anche a coloro che non stanno cercando Dio e che forse non hanno mai avvertito il desiderio di conoscerlo.
È questa una delle responsabilità più impegnative dell’evangelizzazione. La Chiesa è chiamata ad accompagnare quanti si sono già messi in cammino e a raggiungere coloro che vivono lontani dalla fede, portando nella loro notte l’annuncio della salvezza.
Qui la voce di Leone XIV, durante la veglia, ha assunto un’intensità che mi è rimasta particolarmente impressa. Il Papa ha ricordato che la Chiesa ha ricevuto una buona notizia che merita di essere proclamata al mondo: Gesù Cristo, il Figlio di Dio, si è fatto uomo. Egli è Dio con noi.
Da questa verità discendono le ragioni più profonde della speranza cristiana.
Per Cristo sappiamo che i peccati possono essere perdonati. Possiamo accompagnare una persona morente annunciandole che la sua esistenza non terminerà nel nulla. Possiamo celebrare l’Eucaristia e ricevere il Corpo e il Sangue del Signore. Possiamo dire a chi è caduto che la misericordia di Dio gli offre la possibilità di ricominciare.
Rileggendo queste parole, comprendo meglio ciò che avevo avvertito durante l’ascolto. Leone XIV stava riportando l’assemblea al cuore dell’annuncio apostolico. La speranza cristiana nasce dall’avvenimento della salvezza compiuta da Gesù Cristo, morto e risorto per noi.
La società possiede istituzioni capaci di offrire servizi preziosi alla vita umana. La Chiesa custodisce un annuncio che riguarda il destino eterno della persona e che nessun’altra realtà può sostituire: l’amore di Dio è più forte della morte e il peccatore può essere riconciliato con il Padre.
È questo il tesoro che ci è stato affidato.
La conclusione del discorso ha riportato l’attenzione sui pastori. Dopo aver incontrato il Bambino, essi tornarono alle occupazioni abituali. Avrebbero ripreso il lavoro e affrontato probabilmente le difficoltà di sempre. L’incontro con Cristo aveva trasformato la loro esistenza.
Leone XIV ha chiesto ai fedeli di tornare alla propria vita con questa medesima novità, lasciando che il Signore entri anche nelle scelte più nascoste.
Poi è risuonato l’appello alla santità.
Il Papa ha invitato i cristiani a non accontentarsi di una vita semplicemente corretta e di una fede ridotta all’osservanza delle consuetudini. Cristo chiama ogni battezzato alla pienezza della vita nuova, domandando una risposta che coinvolga interamente la persona.
È significativo che questo invito sia stato rivolto a un’assemblea così numerosa, nella quale erano presenti giovani e famiglie. La santità è stata presentata come la vocazione ordinaria dei cristiani, da vivere attraverso la fedeltà quotidiana alla grazia ricevuta.
Il discorso è approdato infine all’Eucaristia.
Leone XIV ha ricordato che Betlemme significa «casa del pane» e che il Bambino nato in quella città è il Signore che oggi continua a donarsi come Pane di vita. Ha invitato i fedeli a cercarlo nella presenza reale e a sostare davanti al tabernacolo, parlando con Lui nella confidenza dell’amicizia.
È una conclusione di grande bellezza teologica. Il cammino verso Betlemme conduce al mistero eucaristico, dove Cristo continua a rendersi presente nella vita della Chiesa. La missione cristiana trova qui la sorgente dalla quale riceve continuamente la propria forza.
Ripensando all’intera giornata, mi sembra di riconoscere una continuità profonda tra gli incontri del Papa.
A Paysandú aveva richiamato la necessità di custodire le radici della fede per poter costruire ponti. A Casavalle abbiamo incontrato una comunità nella quale la carità nasce dall’incontro con Cristo e si avvicina concretamente alle ferite dell’uomo. All’Università Cattolica abbiamo ascoltato la riflessione sull’educazione integrale della persona.
Nello Stadio Centenario, Leone XIV ha riportato ogni cosa al suo fondamento, ricordando alla Chiesa la ragione per la quale essa esiste: annunciare Gesù Cristo e accompagnare gli uomini all’incontro con Lui.
La gioia di quella folla, gli applausi e il grande spettacolo di luci che ha accompagnato la conclusione della serata rimarranno nella memoria di quanti vi hanno partecipato. Il frutto più importante di quella veglia dovrà maturare quando ciascuno tornerà alle proprie occupazioni e sarà chiamato a vivere ciò che ha ascoltato.
Rimane dentro di me una domanda che coinvolge anche il nostro ministero sacerdotale. Siamo ancora capaci di annunciare Cristo con la convinzione degli apostoli? Nelle nostre predicazioni il Signore Gesù occupa realmente il centro, oppure rischiamo di dare per conosciuto proprio Colui che siamo stati mandati ad annunciare?
La secolarizzazione rende questa domanda particolarmente urgente. Le persone che incontriamo possono non conoscere più le verità fondamentali della fede, e noi abbiamo la responsabilità di aiutarle a scoprire la bellezza dell’incontro con Cristo.
Questa sera, a Montevideo, Leone XIV ha ricordato che la Chiesa conserva tutta la propria ragione di essere anche quando diventa numericamente piccola. Il Signore continua a chiamare gli uomini alla salvezza e affida ai suoi discepoli una notizia destinata a raggiungere ogni persona.
Il Papa ha consegnato ai fedeli un’espressione che vorrei custodire come sintesi di questa giornata: «Che si veda che siamo stati a Betlemme!»
È un invito a tornare alla vita quotidiana portando nel cuore l’incontro con il Salvatore, lasciando che la sua presenza renda riconoscibile la novità del Vangelo.
Che si veda che Cristo vive. Che si riconosca nella nostra esistenza la gioia di averlo incontrato.
Fonte: Leone XIV, Saluto durante la Veglia di preghiera, Stadio Centenario, Montevideo, 7 novembre 2026. Testo ufficiale in lingua spagnola pubblicato dalla Santa Sede. Le citazioni italiane sono traduzioni dell’originale.

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