don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Quando il nostro sì diventa vita

Domenica scorsa Gesù ci ha condotti ancora una volta nella vigna. Abbiamo contemplato un padrone che usciva a tutte le ore perché nessuno rimanesse inutilmente sulla piazza, e abbiamo compreso che la bontà di Dio supera facilmente i nostri conti. Oggi la vigna è ancora davanti a noi, ma la domanda diventa più personale. Un padre si rivolge ai suoi figli e dice: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Non ci viene più chiesto di osservare a quale ora ciascuno sia stato chiamato. La Parola ci porta davanti alla risposta che diamo alla chiamata ricevuta.

Il primo figlio risponde apertamente: «Non ne ho voglia». La sua prima risposta è un rifiuto. Poi qualcosa cambia dentro di lui: ripensa a ciò che ha detto, cambia direzione e va nella vigna. Il secondo pronuncia invece la risposta giusta, rispettosa, impeccabile: «Sì, signore». Poi rimane dov’è.

Gesù pone una domanda semplicissima: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». La risposta è evidente: il primo. La volontà del Padre entra nella nostra vita quando il consenso pronunciato con le labbra comincia a prendere forma nelle scelte. Le intenzioni hanno bisogno di diventare passi, e anche le parole più belle restano incompiute quando non riescono a raggiungere la vita.

Il primo figlio, però, ci consegna soprattutto una grande speranza. Ha detto “no”, e quel rifiuto non è diventato la parola definitiva sulla sua storia. Matteo dice che «si pentì e vi andò». È il movimento di chi torna a guardare la propria scelta e permette alla parola ricevuta di lavorare ancora dentro di sé. La conversione comincia spesso proprio così: qualcosa che avevamo chiuso viene nuovamente interrogato e una strada che sembrava ormai decisa può riaprirsi.

La prima lettura di Ezechiele illumina con forza questa possibilità. Israele arriva a dire: «Non è retto il modo di agire del Signore». Dio invita il suo popolo a guardare nuovamente la propria strada. Il giusto può allontanarsi dalla giustizia e chi ha vissuto nel male può riflettere, cambiare direzione e tornare verso la vita. Nessun passato costituisce una garanzia automatica e nessun passato diventa una condanna inevitabile. «Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà».

È una parola seria per chi vive la fede da molti anni. Possiamo avere alle spalle una storia ricca di preghiera e di servizio, e tutto questo rimane prezioso; la relazione con Dio, però, continua ad accadere nell’oggi. Il padre della parabola dice proprio: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». La fedeltà custodita negli anni chiede di diventare nuovamente risposta nel giorno che stiamo vivendo.

La stessa parola raggiunge con grande consolazione chi guarda la propria storia e vede soprattutto errori. Dio non ci identifica con la risposta peggiore che abbiamo dato. Una vita che per molto tempo ha detto “no” può ancora ascoltare il Padre, ripensare la propria strada e alzarsi. Forse noi siamo meno disponibili di Dio a credere che una persona possa cambiare. Conserviamo memoria dei suoi errori e continuiamo a leggerla attraverso ciò che è stata. Qualche volta facciamo lo stesso con noi stessi, come se una caduta avesse il diritto di pronunciare l’ultima parola. Ezechiele apre invece davanti all’uomo una possibilità reale: può riflettere, cambiare direzione e scegliere nuovamente la vita.

Il salmo ci fa compiere un passo ancora più profondo. Ezechiele ci ha mostrato un popolo che arriva a giudicare la strada di Dio: «Non è retto il modo di agire del Signore». Il salmista assume un atteggiamento diverso: «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri». La conversione comincia anche quando smettiamo di pretendere che Dio confermi il nostro modo di vedere e permettiamo alla sua Parola di insegnarci nuovamente la strada.

Il primo figlio vive precisamente questo movimento. La sua prima risposta non diventa l’ultima, perché la parola del padre continua a lavorare dentro di lui. Anche noi abbiamo bisogno di lasciare alla Parola questo spazio. Può capitare di leggere il Vangelo, comprenderlo perfettamente e avere già deciso quali zone della nostra vita potranno essere toccate e quali resteranno fuori. Il salmo ci insegna invece a pregare da discepoli: «Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi». È la preghiera di chi accetta ancora di essere condotto.

Qui la parabola diventa particolarmente provocatoria per chi è abituato al linguaggio della fede. Ogni domenica pronunciamo parole vere, professiamo ciò in cui crediamo e rispondiamo «Amen» davanti al dono di Cristo. Quelle parole chiedono di continuare nella vita che segue la celebrazione. Il secondo figlio dice «Sì, signore» e probabilmente, ascoltandolo, nessuno avrebbe avuto qualcosa da rimproverargli. La verità della sua risposta emerge dopo, quando la vigna rimane senza il suo lavoro.

Anche a noi può capitare di conoscere molto bene ciò che il Vangelo chiede e di continuare a rimandare proprio il punto nel quale quella Parola dovrebbe diventare una scelta. Possiamo invocare la misericordia di Dio e custodire a lungo una rivalsa, oppure chiedergli di mostrarci la sua volontà avendo già stabilito ciò che siamo disposti a concedergli. È in questi passaggi concreti che il nostro “sì” viene ricondotto alla sua verità.

Gesù sta parlando ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo. Poi pronuncia parole durissime: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Non sta celebrando il peccato di quelle persone. Spiega immediatamente ciò che è accaduto: Giovanni è venuto «sulla via della giustizia» e loro gli hanno creduto. Hanno riconosciuto che la propria vita aveva bisogno di cambiare e si sono lasciati raggiungere.

Coloro che erano più preparati religiosamente hanno visto la stessa cosa e sono rimasti fermi. Gesù insiste: «Avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». Il nodo si trova dunque nella disponibilità a lasciarsi ancora convertire. Si può conoscere Dio da molto tempo e diventare progressivamente impermeabili alla sua voce; si può aver vissuto lontano e improvvisamente permettere a quella voce di cambiare la direzione della propria vita.

Questo interpella anche la vita ecclesiale. È relativamente facile discutere su ciò che la Chiesa dovrebbe fare, su quale direzione dovrebbe prendere una comunità o su come gli altri dovrebbero vivere il Vangelo. Poi il Padre si rivolge personalmente a ciascuno: «Oggi va’ tu nella vigna». In quel momento i discorsi devono lasciare spazio alla disponibilità.

La vigna, del resto, comincia molto vicino. C’è sempre qualche punto della nostra vita nel quale sappiamo abbastanza bene ciò che il Signore ci chiede e continuiamo a rinviare. Può essere una relazione che aspetta da tempo un gesto o una responsabilità che abbiamo lasciato diventare abitualmente compito di qualcun altro. Non occorre inventare imprese straordinarie: basta riconoscere dove la distanza tra ciò che diciamo e ciò che viviamo è diventata evidente, e permettere alla Parola di raggiungere proprio quel punto.

San Paolo conduce la riflessione alla sua profondità più grande: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». La risposta cristiana non consiste semplicemente nell’eseguire un ordine. Prende la forma stessa del Figlio.

Paolo contempla Cristo che «svuotò se stesso», assunse la condizione di servo e si fece obbediente fino alla morte di croce. In Lui vediamo la pienezza di ciò che la parabola ci sta insegnando: il sì al Padre diventa esistenza consegnata. L’obbedienza di Cristo non rimane una dichiarazione; attraversa la sua libertà e prende forma nel dono di sé.

Per questo, prima di riportare l’inno cristologico, Paolo invita la comunità a cercare il bene degli altri e a superare quella rivalità che trasforma la convivenza in competizione. Avere «gli stessi sentimenti di Cristo» significa permettere che la nostra appartenenza al Signore diventi riconoscibile nel modo in cui viviamo con le persone che ci sono affidate.

La domanda da portare con noi può allora essere molto semplice: c’è un “sì” che continuo a pronunciare davanti a Dio e che aspetta ancora di diventare una scelta?

Non abbiamo bisogno di moltiplicare i propositi. Basta individuare un punto concreto nel quale sappiamo che il Signore ci sta chiamando e chiedergli la grazia di muovere un passo. E se scoprissimo di avere detto “no”, il primo figlio ci impedisce di pensare che ormai sia troppo tardi. Possiamo ripensare ciò che abbiamo scelto e ricominciare.

Durante questa settimana potrebbe aiutarci fermarci alla sera per pochi minuti e rileggere la giornata alla luce di una sola domanda: oggi, dove il Signore mi ha chiamato nella sua vigna e quale risposta gli ho dato? Non servirà costruire un processo contro noi stessi. Basterà riconoscere con sincerità ciò che è accaduto e, dove troveremo una resistenza, chiedere al Padre di aiutarci a trasformarla nel passo del giorno successivo.

Domenica scorsa abbiamo imparato a gioire perché il padrone continua a uscire e a chiamare fino all’ultima ora. Oggi comprendiamo che quella chiamata chiede di diventare risposta. Il Padre continua a rivolgersi a noi con fiducia: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Anche quando la nostra prima risposta è stata povera, rimane aperta davanti a noi la strada. Possiamo ripensare ciò che abbiamo detto, alzarci e andare. È così che il nostro sì, magari ancora fragile nelle parole, comincia poco alla volta a diventare vita.

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